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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 05, 2010

Tutte le verità di un Profeta amorale

I corsi lo considerano un arabo, gli arabi un corso. Lui, Malik El Djebena (il bravissimo Tahar Rahim), diciannove anni inaugurati con una perquisizione corporale e una pena detentiva di 72 mesi da scontare in un carcere francese, chi sia veramente, ancora non lo sa. È analfabeta, pudìco, destinato a servire chi, nel microcosmo carcerario, comanda indifferentemente guardie e detenuti. Alla prima ora d’aria disponibile, ottiene calci e pugni da due balordi. Alla seconda occasione, gli va anche peggio. Cèsar Luciani, (Niels Arestrup, ovale in bilico tra Dino De Laurentiis e Jack Nicholson, indimenticabile) il corpulento boss indipendentista che odia la Francia, prende il sole in cortile, disprezza il genere umano e domina dentro e oltre il filo spinato con carisma, minacce e improvvisi scatti d’ira, lo assolda per un regolamento di conti interno. C’è da punire un infame. Un fratello arabo del novizio. Se il giovane Malik, non obbedirà, i suoi sei anni tra le sbarre e il grigio del penitenziario, non inizieranno neanche. Così si arma di lametta e buona volontà, sgozza la vittima predestinata e intrapresa l’iniziazione, ottiene protezione e affina la sua scalata sociale che al termine del romanzesco percorso lo farà diventare, a prezzo di delitti, traffici illeciti e scorrettezze in serie, finalmente uomo. Il Profeta di Jacques Audiard, regista francese di rassicurante pigrizia, maniacale perfezionismo (firma un film ogni quattro anni) e talento indiscusso (Sulle mie labbra, Tutti i battiti del mio cuore) è una sensazione che rimane addosso. Un’elettricità. Un prodigio. Il suo Profeta, candidato favorito all’Oscar come miglior film straniero, rivisita un genere inflazionato e ne riscrive da zero le fondamenta. Noir e gangster movie, accenni di melò e parodia. Qui non ci sono le carceri di Gramsci anche se molto gramsciana è l’idea che per dirigere, comprendere e dominare gli altri, studio e sapienza siano indispensabili. Arde piuttosto un indistinto inferno turatelliano, in cui il gruppo si stringe sospettoso a protezione del capo, le sigarette bruciano al ritmo del respiro, e intorno al tavolo della cella, tra un giornale pornografico, una partita a carte e il sugo giusto sul fuoco, i sodali del capo, lottano perché le gerarchie interne non mutino e i piccoli premi che il fedele servilismo sa restituire, non tocchino in sorte ai nuovi venuti. Malik pulisce i cessi, passa la scopa, sventa la sodomìa sotto le docce, prepara il caffè, stira la biancheria, esegue gli ordini, diventa ausiliario e profittando di una maggiore libertà inizia a spacciare. Prima di diventare grande tra i piccoli, subisce un cameratismo violento che non tiene la sua interiorità in nessuna considerazione. Lui incassa i colpi e interroga il domani. Ha osservato il buco nero dell’emarginazione interna e fa di tutto per non rientrarci. Acristianamente, (Malik è musulmano ma della spiritualità gli importa meno di zero) fa agli altri quello che non vorrebbe toccasse in sorte a lui. L’imbolsito capo corso non lo ama. Tra loro non pulsa amicizia né proiezione filiale. Luciani sfrutta Malik per quello che può dargli e ogni tanto, lo provoca per l’esclusivo gusto di scorgere l’accenno di una timida reazione, umiliarlo, riaffermare a ondate regolari il proprio potere. Il ragazzo, però, ci sa fare. Nel tempo libero impara a leggere e scrivere. Non sgarra, obbedisce e al momento giusto, quando l’aguzzino di un tempo allenterà la diffidenza, saprà sostituirlo, defraudarlo e declassarlo (senza languori sentimentali, perché recidere con chi non ti ha mai voluto bene è materia più semplice), prendendo il volo per una carriera criminale di sicura prospettiva. Il romanzo tra le sbarre di Audiard, pensato, strutturato e realizzato con ritmo, visione, ironia e fermezza straordinari, offre passaggi di cinema che riconciliano con l’idea stessa di un’arte da affrontare con il vento in faccia.
TECNICA. In ogni inquadratura, occludendo a volte con un eloquente nero lo schermo, sperimentando come già in passatola tecnica della mano negra, il regista parigino seziona la verità, consapevole che la realtà non si fa mai codificare completamente. Audiard offre un punto di vista neutro, originale, giocando con biografie e immagini, salti spazio-temporali e quadri crudi, stando attento a non prendere mai posizione. Il presente e l’evoluzione dei personaggi sono descritti con disarmante precisione, gli stessi sembrano agire autonomamente come in una libera Repubblica della crescita individuale, in cui all’errore corrisponde la punizione e alla cosa giusta, quasi mai il plauso. Politicamente, l’amorale Profeta abita nella zona del teppismo kubrickiano. In galera non si impara nulla che non sia un futuro di delinquenza, non c’è redenzione né educazione possibile, perché l’universo carcerario costringe al darwinismo, alla selezione naturale. L’amore è un dvd di contrabbando per masturbarsi nel vuoto di due metri scarsi e per non morire, l’unica maniera per conservare dignità e rispetto di se stessi, è fottere tutti gli altri. Te lo insegnano,lointroietti.Irazzistisonorazzisti (e lì dentro, tra una porta metallica e una violazione dell’intimità, lo sono quasi tutti), i cattivi perfidi e la bontà, un lusso per imbecilli. La Gozzini francese è una groviera e al momento dell’agognato permesso, la riemersione serve solo ad accumulare profitti e stringere legami criminosi.
L’unica certezza è non fermarsi, alimentare l’avidità chiudendo spazi e manovre ai rivali. Tutti gli espedienti (come ai protagonisti del racconto) servono a Jacques Audiard, per edificare la sua laica partita a scacchi con l’oggetto dell’investigazione. Suoni, cromatismi , dialoghi. Solo quando tenta il salto nella dimensione onirica, giocando con le allegorie in un’ansia di accumulazione che dilata il film a 150 minuti, l’architrave complessiva perde qualche sostegno.
Normale per chi rischia moltissimo e costella di citazioni una galassia stremante e personale, in cui Brecht e Sergio Leone, Jean Gabin e i marsigliesi, Il Kassovitz de L’odio e Scorsese, trovano comode poltrone per sdraiare ricordi e suggestioni. Però, in questa quadriglia senza soste, in cui non accade mai ciò che ti aspetti avvenga davvero, ad Audiard si perdonano volentieri anche gli eccessi. Perché la macchina da presa non si ingolfa e sporca il quotidiano con movimenti a mano che trascinano dentro la storia, le gradazioni emozionali toccano le più diverse tra le corde e i temi alti (emigrazione, annichilimento dell’individuo, senso di colpa, sistema di contenzione criminoso) atterrano sullo spettacolo puro, in un’osmosi continua.
Il manierismo è ricercata scelta stilistica e il finale, in cui Malik esce scortato dalla sua linea d’ombra con una gang prona, risoluta a seguirne l’endemico carisma, l’ennesima provocazione ai generi, la prova definitiva del coraggio di chi ha immaginato e disegnato situazioni, in stato di assoluta grazia.
di Malcom Pagani Il Fatto Quotidiano

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