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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 26, 2010

Il libro dello storico Massimo Storchi scritto insieme a Italo Rovali

Cervarolo, a vederlo oggi, lascia solo immaginare cosa dovevano essere i tanti piccoli borghi sparsi sull’alto Appennino Reggiano sessant’anni fa. Sessantacinque chilometri da Reggio Emilia, una mulattiera per arrivarci, l’ospedale più vicino a due ore di mulo, e poi la corriera o l’auto pubblica. Niente luce elettrica. Le case di pietra raggruppate una contro l’altra a proteggersi dal freddo dell’inverno, al centro l’aia selciata di pietra, la piazza del paese, dove portare il raccolto, ballare nei giorni di festa, incontrarsi. Nessuna aria da “Albero degli zoccoli”, vita dura tutti i giorni e la strada più conosciuta non era quella verso la pianura, ma quella verso il mare. Genova, soprattutto, dove si emigrava, a lavorare gli uomini, a servire le donne. Quelle di Cervarolo erano apprezzate, precise, lavoratrici, ma con quel difetto : “Sentono l’erba crescere”, dicevano le padrone genovesi. Sentivano arrivare la primavera e il momento di tornare a casa, rivedere l’aia, i boschi del Monte Beccara sopra il paese. Un paese di migranti, montanari che avevano capito che il mondo non si fermava nei paesi vicini, dove c’erano i fascisti, Villaminozzo, Gazzano. Poco lontano c’era Secchio, quattro case, da dove un anarchico - Enrico Zambonini - era andato a combattere fino in Spagna. A Cervarolo poi c’era Vincenzo Costi, l’unico a rifiutare la scheda alle ultime elezioni, quelle truccate dai fascisti. Bastonato, non s’era piegato e aveva aspettato. E i giorni erano arrivati, la guerra ormai persa, l’armistizio. Dai campi di prigionia, aperti, i prigionieri inglesi arrivarono presto, quelle montagne erano perfette per nascondersi e cercare di arrivare a sud. Lì vicino, poi, c’era un prete che era stato in missione , sapeva l’inglese don Pasquino Borghi, e accolse tutti, compresa la banda dei Fratelli Cervi salita per vedere come iniziare a combattere davvero. Ora, quell’inizio aveva avuto la sua tragica fine: fucilati i sette Cervi alla fine del 1943, fucilato don Pasquino, e con lui l’anarchico Zambonini e altri sette in gennaio. Le prime bande partigiane, un centinaio di ragazzi mezzi disarmati con pochi capi esperti. Il primo scontro vero a Cerrè Sologno i 15 marzo, qualche volta la fortuna c’è davvero ed è la vittoria. Ma il prezzo è troppo alto: i comandanti feriti, la banda in fuga passa da Cervarolo. Un piatto di minestra e poi via, verso lo scioglimento nel modenese.
Non c’è più nessun partigiano il 19 marzo quando arrivano i militari della Hermann Göring, li hanno chiamati per “fare pulizia”, prima che i “ribelli” diventino un problema. 131 morti, povera gente del posto, a Monchio nel modenese, due giorni prima. Cervarolo e la vicina Civago gli obiettivi. L’attacco è per il 20 marzo, l’ultimo giorno d’inverno. Bruciano le case di Ci-vago, uccidono un pastore incontrato sul sentiero. Nella confusione fucilano due spie troppo zelanti.
A Cervarolo vanno a colpo sicuro. I fascisti della GNR hanno bloccato le uscite, si va subito a casa di Vincenzo Costi. Cadono il padre e il fratello. Poi si radunano gli uomini, nell’aia. Chi capita. Ventisei uomini. Il più giovane ha 17 anni, il più vecchio 84. I nazisti vanno anche dal vecchio parroco, don Battista, lo spogliano, lo picchiano, violentano le donne della canonica. Firmi una denuncia e sarà salvo: il paese è tutto partigiano. Semplice. Ma don Battista, da 33 anni parroco a Cervarolo, non lo fa. Ancora violenza. Alla fine portano anche lui nell’aia. Piazzano le mitragliatrici e falciano tutti. Poi legna e benzina. Solo tre si salvano, feriti, nella notte, mentre ancora i fascisti stanno saccheggiando il borgo, riescono a fuggire. 24 morti. Il paese bruciato, il bestiame rubato. Le famiglie saranno costrette a vivere di carità per mesi, nascoste nei boschi e nelle grotte del Monte Beccara, l’inizio di un nuovo inverno. Cervarolo fu la prima strage di civili in provincia di Reggio ma il massacro continuò a Bettola, il 24 giugno (32 morti) e poi ovunque, in pianura, come in montagna, i nazisti e i fascisti insieme. L’ultima strage è dei giorni della Liberazione: Canolo di Correggio, la gente in strada a festeggiare l’arrivo degli alleati, un camion tedesco in transito apre il fuoco. 9 morti. Gli ultimi dei 368 caduti in eccidi e stragi nei venti mesi della Liberazione.
di Massimo Storchi IFQ

aprile 16, 2010

L'amore dall'Egeo al Caspio

All'interno del progetto “Lingua Madre” , fiore all'occhiello del salone internazionale del Libro di Torino, la sera del 14 maggio verrà eseguito il concerto “L'amore dall'Egeo al Caspio”. Musica e testi tradizionali dell'area turca, greca e azera.
E' la prima volta che il repertorio musicale di un programma di matrice etnica viene eseguito trascendendo i confini geografici, permettendo all'arte di manifestare appieno la sua capacità aggregante e comunicatrice e ignorando i limiti posti sulle carte geografiche.
Il concerto inizia con canti di origine anarchica, fuorilegge.
Rebetika è il genere musicale scelto come benvenuto per ricordare subito agli ascoltatori quanta bellezza può nascere dalla sofferenza.
Parole inneggianti agli amori perduti, alle terre strappate, ai luoghi del cuore.Un percorso che da una patimento giunge fino all'essenza stessa dell'amore: la comunione, l'unione, l'integrazione.Un viaggio che attraversa i mari, la patria, per fermarsi sulle note e sul linguaggio che tutti conosciamo e di cui siamo infarciti.
L' espressione degli strumenti tipici della musica greca, turca, azera, come il tar, il saz, bouzouki, suggerisce riferimenti popolari e folk, è in realtà portatrice di valori globali ed ecumenici.Apparentemente leggera, tale arte musicale mostra tutta la sua portata unificante e sovranazionale che la tradizione stessa ci consegna.
I musicisti hanno deciso di viaggiare insieme con il loro repertorio per dimostrare tramite il loro stesso esempio la validità del loro messaggio, attraverso i suoni diFakhraddin Gafarov esperto esecutore dell’arte del mugham azero, già direttore del conservatorio nazionale dell’Azerbaijan e da anni rifugiato politico in Italia; Carmelo Siciliano, suonatore di bouzouki, esperto, insegnante e ricercatore di musica greca e infine attraverso l’eclettica e versatile vocalità di Thoni Sorano, cultore di turcologia, cantante in 5 lingue mediorientali e mediterranee, autore di colonne sonore, arrangiatore.
Descrivere il particolare, l'unico, lo specifico per celebrare il patrimonio collettivo che invece eleva verso l'universale.
Così il concerto “L'amore dall'Egeo al Caspio” ci conduce lontano dalle nostre poltrone ma vicino a siti, forse poco esplorati.
L'amore, che è il nocciolo attorno al quale si fanno vibrare tutte le corde, si manifesta sotto le sue più creative forme nei soggetti verso cui si protende; amore per una donna, per la terra da cui si è forzatamente allontanati, amore per le proprie tradizioni, separazioni e congiungimenti. In questa altalena dei sentimenti è racchiuso il motore dell'umana natura che attraverso l'arte fiorisce nelle menti dei fortunati ascoltatori.“Abbiamo la necessità di sopravvivere, per questo siamo artisti!”, così il cantante Thoni Sorano, apostrofa quest'avventura. L'artista è colui che per primo avverte le sofferenze della vita e che in prima linea decide di affrontarle nel modo che gli è più congeniale.
Sopravvivere in questo caso significa cantare la verità, suonarla, non celare i valori di popoli politicamente distanti, ma rivelarli per quello che sono simili, addirittura uguali, coincidenti. Poiché è lo stesso territorio che li ha generati, la stessa terra che li ha nutriti e lo stesso il cielo sotto il quale sono cresciuti. Così per una volta, forse, la musica avrà riportato più conquiste di quante guerre i governi possano mai vincere.
di Clara Morreale

VENERDÌ 14 MAGGIO – Salone del Libro
Ore 21.00 Arena Piemonte
L'amore dall'Egeo al Caspio
Canti d’amore e separazione da Grecia, Turchia e Azerbaijan
Con Thoni Sorano (voce), Carmelo Siciliano (bouzouki, oud, saz bağlama), Fakhraddin Gafarov (tar, oud, saz), Sinan Cem Eroğlu (kaval) e Simone Amodeo (daf, zarb)

Thoni Sorano, la splendida voce in questo concerto

aprile 13, 2010

Io c'ero

Paolo Fresu, flicorno, tromba, effetti
Ralph Towner, chitarre classica e baritono

Un concerto che ci ha riscaldato, all'interno di un intimo e confortevole teatro, mentre fuori il freddo inverno del 2010 non ne voleva sapere di lasciare il posto all'imminente primavera. I musicisti hanno voglia di suonare, nonostante un "intensa tournee europea" (il giorno precedente erano avvolti nella neve di Berlino), ha rivelato Fresu durante la presentazione dei primi tre brani, ed una prossima negli States. Nove le composizioni eseguite, sette delle quali compaiono nella scaletta dell'unico disco finora pubblicato, nato da una telefonata di Towner a Fresu, ben contento di partecipare ad un'incisione ECM. Si parte con "Punta Giara", quasi a ricordare il primo incontro fra i due vent'anni fa, per un progetto sulla musica sarda commissionato a Towner. Il morbido, altalenante e toccante suono del flicorno recita la parte principale, come peraltro la chitarra classica. Ma quando Fresu utilizza la tromba con la sordina per eseguire ‘Blue In Green' della gloriosa coppia Davis/Evans, chiudendo gli occhi ci potrebbe apparire, come per incanto, il carismatico Miles. Rispetto al disco, i due rivisitano con eleganza due altri standard, "I fall in love too easily", il secondo brano di tre bis e "Beautiful Love", quasi un collegamento alla poetica evansiana. Molto bello il quinto brano in programma, ancora senza titolo ci dice Fresu a fine concerto, che conferma l'eccellente qualità della scrittura di Towner. I brani iniziano quasi sempre con un'introduzione più o meno lunga del chitarrista su cui si inserisce con delicato tempismo il fiato di Fresu.
Ottime, tecnicamente inappuntabili e fantasiose, le improvvisazioni di entrambi. Peccato che Towner non abbia portato con sé anche la chitarra a 12 corde, la cui sonorità la rende subito riconoscibile ad un "blind test". Applausi, tre bis come già detto, per una durata complessiva di 90 minuti di musica che ritempra lo spirito e mette tutti di buon umore.
di Giovanni Greto Jazzitalia.net

Viviamo in tempi infami...

Viviamo in tempi infami
dove il matrimonio delle anime
deve suggellare l'unione dei cuori;
in quest'ora di orribili tempeste
non è troppo aver coraggio in due
per vivere sotto tali vincitori.
Di fronte a quanto si osa
dovremo innalzarci,
sopra ogni cosa, coppia rapita
nell'estasi austera del giusto,
e proclamare con un gesto augusto
il nostro amore fiero, come una sfida.
Ma che bisogno c'è di dirtelo.
Tu la bontà, tu il sorriso,
non sei tu anche il consiglio,
il buon consiglio leale e fiero,
bambina ridente dal pensiero grave
a cui tutto il mio cuore dice: Grazie!

Paul Verlaine