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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 26, 2010

Gam Torino: I diritti dell'Arte Contemporanea

Concetti ancora controversi, per i quali non esiste una definizione del diritto, come opera d’arte contemporanea, paternità dell’opera e/o proprietà della stessa costituiscono una materia densa di implicazioni di ordine giuridico, economico nonché culturale e sociale, su cui operatori del settore, giuristi e artisti si sono confrontati presso la sala conferenze della GAM di Torino in un incontro di due giorni (6/7 maggio 2010) sul tema dei Diritti dell’Arte Contemporanea , inserito nell’ampio calendario di iniziative di Contemporary Art Torino Piemonte.
“Droit de suite”
Uno dei principali argomenti di interesse, introdotto sin dall’inizio dei lavori congressuali dal preside dell’Accademia Albertina Marco Albera è quello del “diritto di seguito”. Introdotto in Francia per la prima volta nel 1920, in Italia nel 1941, in vigore in molti paesi UE, ma sconosciuto in Inghilterra e USA, il “droit de suite” prevede la possibilità per l’artista di essere associato alla fortuna della propria opera, percependo una parte del prezzo ad ogni successiva vendita, in quanto “le opere d’arte figurativa, a differenza di quelle musicali o letterarie, non possono costituire oggetto di plurime e successive utilizzazioni e/o sfruttamenti”. I costi di transazione che ne derivano bloccano però mercati come quello italiano, provocando una delocalizzazione delle vendite, per cui si preferisce comprare un Fontana a Londra piuttosto che in Italia, come sostiene Claudia Dwek, presidente di Sotheby’s Italia, per la quale solo una normativa comune e un’unificazione delle aliquote può portare il mercato dell’arte a sostenere le dinamiche relative all’internazionalizzazione connessa alla New Economy. Le voci contrarie a questo tipo di normativa vengono anche da economisti come Walter Santagata, docente universitario e autore del Libro bianco sulla creatività. Per un modello italiano di sviluppo, secondo il quale il diritto di seguito, in un mondo che per la maggior parte è sommerso e illegale, non è altro che un “fantasma giuridico”, valido solo nel caso un cui gli eredi di un artista non possiedano più opere. Si rivela invece una norma superflua per la maggioranza degli artisti viventi e in particolare quelli affermati, per i quali un introito del 4% risultante dalla vendita della propria opera risulta inconsistente rispetto al valore della stessa. Unica beneficiaria effettiva sembra essere quindi la SIAE che percepisce diritti anche per autori non reperiti, tra cui H. Moore semplicemente perché non comunica con la SIAE inglese, ragion per cui la Henry Moore Foundation non può beneficiare del diritto di seguito legato al nome dello scultore. Manca evidentemente un network, ma a peggiorare questa situazione di empasse burocratica è la mancanza di direttive ministeriali su come pagare. Del resto come afferma l’avvocato Fulvio Gianaria della Fondazione Arte CRT la norma, spesso in ritardo, finisce col generare gabbie burocratiche anziché servizi, ragion per cui il giurista/interprete ha bisogno di chiavi di lettura proprie di altri ambiti della conoscenza e non può sottrarsi ad un approccio di tipo interdisciplinare. Gli adattamenti del diritto sono sempre legati ai casi, come il noto “caso Brâncuşi”: il funzionario di dogana aveva classificato la scultura Bird in space dell’artista romeno come "Kitchen Utensils", negandogli di conseguenza l’esenzione fiscale valida per le opere d’arte; il processo si concluse però nel 1926 con una revisione del Tariff Act inerente a “opere originali fissate in una qualsiasi forma d’espressione”. Secondo il docente di diritto cinese e di diritto privato comparato dell’Università degli Studi di Torino Gianmaria Ajani, l’estensione della legge e il ricorso ad “argomenti etero integrativi, nel riconoscimento sia del soggetto sia dell’oggetto artistico in quanto tale” è per il giurista una vera e propria sfida culturale, anche se resta indubbia la difficoltà della legge a comprendere le nuove forme dell’espressione contemporanea, sempre più astratta, concettuale e partecipativa, tendente a una generale dematerializzazione degli oggetti, usati sempre più come “vettori di relazioni” e “generatori di situazioni”, piuttosto che per il loro valore intrinseco.
I Collezionisti
Non dovrebbe stupirci quindi che, per il gallerista milanese Massimo de Carlo, la galleria stessa non è altro che un “laboratorio delle relazioni”, che si compone di una trama di conoscenze atte ad integrare l’artista che non ha un gran potere contrattuale, ma soprattutto non è più quel luogo d’avanguardia e di ricerca che negli anni ’70 aveva accolto una “profusione di iniziative a perdere e di volontariato che oggi soccombe alla concorrenza e alla tentazione speculativa”. Secondo il gallerista di Cattelan, Paul Chan e Roberto Cuoghi (per citarne solo alcuni), l’arte ha il diritto se non addirittura l’obbligo di disinteressarsi del fattore commerciale e della norma che lo accompagna, perché questi inquinano la purezza e la visionarietà dell’atto artistico che il gallerista condivide con l’artista. L’opera così come la vendita della stessa sarebbero elementi secondari ed eventuali, insomma una logica conseguenza. Allora se è vero questo, l’opera senza contratto costituita dall’incontro artista – gallerista, ridotta a mera oralità e siglata da una semplice stretta di mano alla presenza di un testimone, può essere considerata effettivamente l’ultima frontiera del riconoscimento artistico, caratterizzato altresì da un grande senso di civiltà, come ci suggerisce De Carlo? Così, pure Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, presidente di una fondazione di diritto civile, sottolinea il fatto che non esiste una definizione di arte contemporanea, né di istallazione, né di performance…(con tutta una serie di problemi pratici relativi allo spostamento in occasione di mostre o prestiti) e come la legge tuteli, solo in termini di diritti d’autore, queste espressioni tipiche dei linguaggi artistici del ‘900, sempre più tendenti alla smaterializzazione, fatte di suoni, di oralità e strette di mano.
Gli artisti
Se le regole e il diritto non hanno tenuto il passo con i mutamenti dei linguaggi e dei canali, e se questa dinamica è stata incentivata soprattutto negli anni ’90 con l’affermarsi dell’estetica relazionale dei New Media e il connubio Arte-Tecnoscienze, per Piero Gilardi la risposta al problema del copy right sta nell’adottare una pratica consolidata nella comunità scientifica ( in uso per i brevetti), che mette in rete i risultati delle ricerche per sottoporli al vaglio dei colleghi. Del resto anche se la New Media Art quasi mai genera brevetti, gli artisti inventori godono spesso di riconoscimenti sociali ed economici che vanno a coincidere con la disponibilità degli stessi a mettere in circolazione la propria opera nel “grande circuito trasparente”, in base appunto all’idea della trasparenza comunicativa della ricerca e dei processi collaborativi contro la proprietà esclusiva. Per cui secondo Gilardi la libertà di espressione soggettiva va riconosciuta dal diritto in quanto sottrae “l’energia libidica dell’autore all’oppressione massmediatica che spinge al consumo” e genera l’ interazione e lo scambio, intesi come valori fondamentali in un contesto di liberismo radicale.
I giuristi
Emblematico e ricco di spunti di riflessione per i giuristi è stato l’intervento del writer BROS, al secolo Daniele Nicolosi, da una parte accettato dal sistema dell’arte che lo porta alla Triennale di Milano o lo include in una pubblicazione della Skira, dall’altra pluricensurato e multato dal comune a causa delle sue incursioni in luoghi considerati inappropriati. Ma questo non dovrebbe stupirci se, come ci suggerisce il notaio Angelo Chianale, la Street art sfugge alla logica dell’“appendo o appoggio”, scontrandosi inevitabilmente coi limiti del diritto, che non riesce a definire luoghi appropriati e riconosciuti per artisti come BROS. Il problema è che l’art. 33 sulla libertà dell’arte e l’art. 21 sulla libera manifestazione del pensiero o di ogni altra forma di espressione contrastano con l’art. 42 sulla proprietà privata, quindi come si fa a riconoscere la paternità dell’opera ad un writer se il supporto della sua opera non è suo? Come si fa a tutelarla e conservarla nel caso in cui il proprietario del muro volesse demolirlo o semplicemente imbiancarlo? E’ pur vero che “le definizioni sono la manna dei giuristi”, ma in casi come questo, l’estrema diversità degli interessi in gioco, fa della materia un territorio pieno di zone d’ombra e vicoli ciechi. Infatti se da una parte anche la creazione artistica illegale come il writing sul muro di qualcun altro genera il diritto d’autore, come sostiene l’avvocato Andrea Pizzi, dall’altra il dibattito italiano è ancora fermo alla contrapposizione tra arte e vandalismo, nonostante la legge difenda la creazione, qualunque ne sia il modo generativo e la forma di espressione. L’Art. 12 ne tutela addirittura il diritto economico esclusivo, ad esempio in caso di riproduzione (del resto come non ricordare che anche Bob Dylan ha dovuto chiedere il permesso al writer Trotsky per usare un suo murales come immagine dell’album Oh Mercy ?). In altri casi il rischio di pregiudizio e quindi di contenzioso è inevitabile come quando, riconosciuto il valore artistico del writing (come è accaduto in tempi recenti a Zurigo) la tutela e il restauro del manufatto possono confliggere con la tutela dell’espressione artistica che prevede/accetta il decadimento, ragion per cui sarebbe assolutamente illegittimo mummificarla. L’avvocato, collezionista nonché artista concettuale Massimo Sterpi fa riferimento invece a controversie generate da forme di appropriazionismo artistico che tendono a mutare solo il contesto di destinazione, con un cambiamento di significato e un uso trasformativo che in teoria non dovrebbe essere soggetto a procedimento penale, ma nei fatti è facile scambiare satira e citazione per plagio; vedi il caso della scultura String of Puppies (1988) di Jeff Koons che citava la fotografia Puppies (1985) di Art Rogers, o ancora il quadro di Gerard Richter comprato e trasformato in tavolino da Martin Kippenberger... e la lista potrebbe continuare. Come definire invece quelle forme di Net Art che nascono nel web e per il web? Per l’avvocato Luigi Mansani, professore ordinario di economia dell'università di Parma, il WEB consente una maggiore facilità di riproduzione, elaborazione e diffusione, genera più libertà e competizione e richiede di conseguenza una maggiore protezione, soprattutto quando la navigazione stessa diventa l’oggetto dell’opera come forma estrema e post-mediatica di deriva situazionista, oppure nel caso dell’Hacker Art, che ha come oggetto proprio la violazione dei diritti di proprietà intellettuale.
Funzione pubblica dell’arte contemporanea
Per Anna Detheridge (giornalista de il Sole 24 ore, docente del Corso di Laurea in Economia delle Arti e della Cultura Contemporanea all'Università Bocconi di Milano, presidente e fondatrice dell’Associazione Connecting Cultures) quella pubblica è la funzione per eccellenza dell’arte contemporanea dentro e fuori il museo, come espressione tanto di valori condivisi, quanto di criticità, non edonistica né autoreferenziale “carovana o recinto ludico di collezionisti, novelli principi dinnanzi ai quali l’interesse pubblico sbiadisce”. Un diritto attento non solo al “produttore”, ma anche al “grande consumatore” dell’arte dovrebbe agevolare politiche culturali inclusive, (perché “i soldi pubblici vanno giustificati!”) a partire dalla formazione di nuove professionalità in grado di mediare ad ampio raggio i contenuti dell’arte e, dal riconoscimento del lavoro di ricerca e aggiornamento svolto dai dipartimenti educazione. Vedi il caso MAXXI, nato all’insegna dell’educazione e dell’inclusione di un nuovo pubblico potenziale. Così inevitabilmente la centralità dell’artista, i suoi diritti autoriali e i suoi doveri morali, saranno sostanziati dalla dimensione collettiva del suo lavoro o dalla sua capacità di intervento negli spazi pubblici, che è il grande tema del futuro. Posizione che trova concorde anche la storica del ministero Marta Ragozzino, per la quale la riqualificazione urbana partecipata è una sfida fondamentale nelle città postmoderne, che in Italia, salvo rari casi, è ancora tutta da giocare in quanto la normativa sull’arte pubblica, intesa appunto come bene comune, inclusiva e partecipativa, lascia ancora a desiderare, alla luce anche dello scompaginamento ministeriale di tutto il settore del contemporaneo. Nato nel 2001 con il governo di centro sinistra come DARC, Direzione Generale per l’Architettura e l’Arte Contemporanee è stato soppresso nel 2009 e le sue competenze trasferite nel MIBAC, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che lascia da parte solo il settore dell’archeologia. Ciò che manca secondo la Ragozzino è una cultura progettuale condivisa a livello nazionale e un’amministrazione pubblica capace di intercettare la sfida dei nuovi linguaggi.
Il museo
Per il direttore della GAM Danilo Eccher la grande varietà di governance e la frammentazione dei musei italiani, se paragonati alle teutoniche Kunstverein e Kunsthalle, costituiscono la principale causa della mancata strutturazione di una controparte credibile e forte nei confronti del potere politico. La costituzione di una comunità scientifica ad hoc, se non una vera e propria lobby per le arti come suggerisce Anna Detheridge, servirebbe a far fronte a tutta una serie di difficoltà, che in molti casi minano in Italia la stessa sopravvivenza delle istituzioni museali di medie e piccole dimensioni, nonostante la diminuzione della pressione fiscale degli ultimi anni. Restano infatti enormi difficoltà a livello di programmazione, che dovrebbe essere pluriennale in modo da consentire la co-produzione e la circuitazione, che a loro volta portano a un discreto risparmio economico. Ma se all’estero è normale una programmazione di 2 o 3 anni, nel nostro paese per queste strutture è impossibile sapere quante risorse saranno disponibili l’anno successivo. Ne deriva una fragilità strutturale che ci rende incapaci di competere con i musei stranieri in termini di acquisizioni, che sono fondamentali per un museo contemporaneo attento all’arricchimento e alla promozione, oltre che alla tutela, committente tanto quanto conservatore, che si fa carico di tutta una serie di strategie organizzative e gestionali, senza per questo perdere la propria identità storica e culturale. La GAM ad esempio ha recentemente “prodotto” per poi acquistare l’opera dell’artista-designer americano Marc Andrè Robinson in occasione della mostra Keep your Seat, ricorrendo probabilmente a un modello di found rising mutuato dal sistema anglosassone, che si rivela però talvolta inutile, data tutta una serie di ostacoli burocratico - amministrativi tipici di quello italiano. Anche la mancata definizione dei ruoli costituisce un’ulteriore ostacolo al perseguimento della mission del museo, in quanto le professionalità sono tante e ancora tutte da definire, mentre la varietà di competenze ha bisogno di un circolo virtuoso per non risultare dispersiva e costituire altresì una ricchezza. Soprattutto a livello formativo, se per Eccher i vari master per curatori non valgono quanto l’esperienza sul campo, la direttrice aggiunta del Centre d'Études Européennes Christine Ferrari-Breeur propone come modello il master dell’Università di Lione III, che definisce percorsi formativi personalizzati e basati sull’unione di competenze relative tanto al mondo dell’arte, quanto a quello manageriale dell’economia e dell’alta finanza.
Inalienabilità dell’opera e deaccessioning museale.
Liberalizzare la vendita o la permuta delle collezioni le espone ai rischi del mercato e alla bizzarria della governance del momento e, sempre secondo Eccher, considerarle come un bene di valore potrebbe portare a un punto di non ritorno, soprattutto alla luce del nuovo ruolo di committenza pubblica che l’arte contemporanea sta acquisendo. Se da una parte in Europa prevale il modello dell’istituzione pubblica, per cui l’art. 824 considera le opere appartenenti al demanio e in quanto tali inalienabili, dall’altra In USA prevale quello dell’istituzione privata e una normativa sulle dismissioni che agevola talvolta la gestione della collezione, ottimizzandone sia i costi di tutela che di conservazione. In alcuni casi la dismissione di un’opera può essere ammessa solo se finalizzata all’acquisizione di opere dello stesso autore. In America quindi il dibattito si svolge su un altro piano e il deaccessioning per fini di conservazione o didattica non è considerato meno nobile di quello finalizzato alle nuove acquisizioni. Oltretutto, ci chiediamo, perché non vendere alcune delle opere meno significative per l’identità della collezione, magari depositate in magazzino, se l’ istituzione che la accoglie rischia di chiudere, compromettendo anche la tutela e la fruizione di tutti gli altri manufatti? In ogni caso è difficile trovare risposte univoche ed applicare regole che mettano d’accordo attori e stake-holders tanto vari, fermo restando, d’accordo con Eccher, che la collezione non può essere considerata come un bene da capitalizzare in momenti di difficoltà economica, perché questo tipo di politiche potrebbe comportare un depauperamento e il rischio che i musei diventino mercanti d’arte, ribaltando dalla base tutto il “sistema di valori” dell’arte.

maggio 19, 2010

La presa di posizione dello Struzzo sulla legge bavaglio fa arrabbiare gli autori. Revelli: ferita all’immagine della casa editrice




Di notte, si sa, tutte le vacche sono nere. Se la commissione Giustizia del Senato dà il primo via libera al decreto intercettazioni in seduta notturna, l’alba del giorno dopo illumina qualche oppositore. E non solo nell’arena, si fa per dire, romana: anche a Torino si sta giocando un pezzo di partita. Tra Einaudi e alcuni – importanti – autori.
La scomposta reazione del gruppo Mondadori all’iniziativa degli editori è un’enorme contraddizione. Perché l’appello dell’Aie (l’Associazione editori) sul ddl Alfano parlava chiaramente di una “ingiustificata limitazione della libertà di informazione”. E quel comunicato era stato sottoscritto anche da Mondadori. Ma era una nota semiclandestina e collettiva (che i colleghi di agenzie e quotidiani continuano a sostenere di non aver ricevuto). Quando si è trattato di metterci la faccia, i signori di Se-grate si sono irritati. Hanno strillato un risentito no al manifesto pubblico degli editori (in rete si può firmare sui siti del Fatto, di MicroMega, di Chiarelettere e di Laterza). Lo fa notare Stefano Rodotà, giurista e docente emerito alla Sapienza, autore a sua volta di un appello contro il ddl apparso su Repubblica e rivolto ai senatori, che significativamente afferma: “Le libertà costituzionali non sono disponibili per nessuna maggioranza”. “Nel momento in cui la copertura dell’associazione editori è venuta meno, il gruppo Mondadori si è tirato indietro”, spiega Rodotà commentando le parole di Ernesto Franco, direttore editoriale della casa torinese. “È una cosa incomprensibile. O forse fin troppo comprensibile, se si guarda alla proprietà” . Poi una frecciata: “Hanno accusato gli altri editori di fare ‘marketing editoriale’. Ma questa risposta mi sembra più attenta alle logiche di mercato che alla storia di Einaudi, un editore che ha avuto sempre una forte presenza civile. Si ammetta la discontinuità con quella tradizione. Si sono evocati tanti nomi in questi giorni, da Bobbio a Ginzburg: questo è il segno che quelle affermazioni non reggono di fronte alla realtà. Mao diceva: non importa di che colore è il gatto, l’importante è che prenda i topi. Gli autori Einaudi ora hanno questo problema: capire se si può ancora passare sopra certe posizioni, se è più importante l’allure di Einaudi, la capacità di diffusione , la capacità di far finire i libri sui giornali. O se invece contano i principi. Io per Einaudi ho scritto un saggio, ‘Lezioni Bobbio’, con altri autori (tra cui Eco, Walzer, Sartori e Zagrebelsky, ndr): credo che molti di loro oggi esiterebbero a pubblicare per Einaudi”.
E infatti Gustavo Zagrebelsky – costituzionalista e autore di punta dello Struzzo – ieri ha portato le sue vive rimostranze (già manifestate in una sofferta cena con i vertici di Einaudi durante il Salone del libro) in via Biancamano. In serata ha poche parole, ma sono sufficienti a mettere Ernesto Franco in grande imbarazzo: “Mi aspetto nei prossimi giorni chiarimenti e rettifiche da parte di Einaudi”. Più che una promessa una minaccia. Comunque, un avvertimento: o Einaudi fa una netta inversione di rotta, o il professore potrebbe portare i suoi libri – prestigio e lettori compresi – altrove. Una decisione che potrebbe prendere anche Marco Revelli, storico, docente di Scienza politica, figlio del partigiano Nuto. “Einaudi aveva una grande occasione per dimostrare la propria autonomia, editoriale e culturale: l’ha persa. So che all’interno della casa editrice molti si sono sforzati di difendere quell’indipendenza. Il fatto che su una questione così importante si siano completamente schierati sulle posizioni del gruppo Mondadori è stato per me una grande delusione. È un fatto molto spiacevole, non è una cosa indifferente perché lede la continuità di una Storia. Lo Struzzo ha la responsabilità della propria storia. Buona parte dell’attrattività che esercita nei confronti del mondo intellettuale è legata a quella storia. Indubbiamente questa continuità è stata spezzata. In un momento e su un tema capitale perché è una questione di libertà. Non bisogna sottovalutare la portata della posta in gioco: questa legge tende a trasformare gli editori in guardiani dei propri autori perché minacciando così duramente l’editore lo trasforma, inevitabilmente , in un censore. Questo è lesivo della dignità dell’editore, prima ancora che delle garanzie degli autori. È un vulnus all’immagine dello Struzzo”. Angelo D’Orsi, docente di Storia a Torino, ex autore Einaudi si spinge ancora più in là. “Qui non si tratta semplicemente di un editore che non riesce a smarcarsi: c’è stato un passaggio sotto le insegne del padrone. Mi sembra una di quelle autodifese che diventano confessioni. Conosco bene, per un lungo rapporto professionale e personale, la casa editrice. E so quale sforzo è stato fatto per salvaguardare l’identità di via Biancamano. Ma è sempre più difficile tutelare “la dignità prima che la genialità”, come sosteneva Gobetti. Già quando uscì ‘La cultura a Torino tra le due guerre’, nel 2000, qualcuno mi criticò, obiettando che non si poteva pubblicare per Berlusconi. Allora la situazione mi sembrava diversa, sia per ragioni personali sia perché Einaudi era da poco passata a Mondadori. Questa è una presa di posizione su un fatto politico”. Ora vedremo se le rettifiche attese da Zagrebelsky – e da molti altri che, interpellati, hanno preferito aspettare – arriveranno. In ogni caso o l’editore o gli autori dovranno prendere una posizione pubblica. Manzoni diceva: “Il coraggio chi non ce l’ha, non se lo può dare”. Si capirà presto a chi sta meglio l’abito di Don Abbondio.
di Silvia Truzzi IFQ

maggio 14, 2010

La memoria, motivo conduttore del Salone 2010

Che cosa è per noi, oggi, la memoria? Come la pensiamo, come la utilizziamo? La scelta della memoria come motivo conduttore del Salone 2010 nasce dalla constatazione di un paradosso: proprio nel momento in cui, grazie alle nuove tecnologie, possiamo disporre di sterminate banche dati, tanto vaste come da sfidare la nostra stessa immaginazione e capacità di gestione, ci siamo accorti che il nostro rapporto con il passato si è fatto distratto, intermittente, quasi infastidito.
Il mondo sembra appiattirsi su un presente superficiale e nevrotico, incapace di fare realmente i conti con la propria storia, persino di interessarsene. La memoria finisce per diventare una generica nostalgia, rimpianto, vagheggiamento rétro, escamotage post-modernista.
Intanto la sorte delle democrazie sembra legata al controllo sempre più pervasivo e capillare di un Grande Fratello che sa tutto di noi, dei nostri consumi, della nostra identità e rende obsolete perfino le più fosche profezie di George Orwell. Eppure la capacità di codificare e trasmettere la memoria, cioè le esperienze acquisite, si è rivelato un fattore decisivo nell’evoluzione delle società umane, che si sono potute sviluppare proprio nel momento in cui hanno cominciato a consegnare alle nuove generazioni la testimonianza delle proprie esperienze.
Se fino a Gutenberg sapere a memoria era sinonimo di sapere tout court, con la rivoluzione della stampa le ingegnose tecniche classiche di memorizzazione, costruite sull’immagine di un teatro, perdono importanza. Nell’Ottocento si afferma l’uso politico della memoria che mira a consolidare l’identità collettiva e per questo crea feste ed eroi nazionali, come in Francia Giovanna d’Arco. Nasce «l’invenzione della tradizione». La memoria assume un ruolo centrale in psicoanalisi e nella biologia, attraverso le mappature del Dna; con Proust si afferma come il motore primo della narrazione. Torna a riproporsi più forte che mai la questione del delicato rapporto fra tradizione e innovazione: che cosa conservare e cosa buttare?
Sono questi alcuni dei temi, all’incrocio fra scienza, storia, letteratura, arti, che saranno al centro degli incontri e dei dibattiti del Salone 2010, a partire dalle lectio magistralis di Gianfranco Ravasi sulle religioni del ricordo («Fate questo in memoria di me»), di Mario Botta sul delicato rapporto dialettico che l’architettura intrattiene con il passato e di registi come Giuseppe Tornatore (Ba’aria) e il francese Claude Lanzmann, autore del monumentale docu-film sulla Shoah, ma anche della travolgente autobiografia La lepre della Patagonia, sull’uso cinematografico e letterario della memoria. Sul medesimo tema anche il dialogo tra Pupi Avati e Andrea Vitali.
Si partirà con le neuroscienze. Edoardo Boncinelli, un biologo che ha rivelato ottime capacità divulgative, dialogherà con il neurochirurgo Arnaldo Benini su quell’hardware che nel nostro cervello gestisce la memorizzazione del vissuto. Della funzione primaria che la memoria ha nella psicoanalisi discutono il freudiano Roberto Speziale Bagliacca e lo junghiano Luigi Zoja. Luciano Canfora dedica una lectio magistralis all’invenzione della memoria nell’età di Pericle, mentre Valerio M. Manfredi ricostruisce il favoloso intreccio di leggende e di miti che si è andato tessendo intorno alla tomba di Alessandro.
Del «delirio della lista», la vertigine di catalogazione ed elencazione dell’esistente, con cui l’uomo cerca di esorcizzare i guasti del tempo e i limiti delle proprie capacità mnemoniche, ma anche della necessità dell’oblio, parlano Umberto Eco e il filosofo Maurizio Ferraris, con la semiologa Patrizia Violi. L’incontro è intitolato L’avvenire della memoria.
In che modo i segni della memoria possono corroborare una «sfida educativa» oggi più che mai necessaria, ma anche sempre più difficile? È questo il tema della lectio magistralis di S.E. il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Già Primo Levi ci ricordava che la memoria personale va sottoposta a verifica stringente, perché tende a modificare, abbellire, «riscrivere» continuamente se stessa. Proprio a Levi e alle sue riflessioni sul caso e la fortuna in Lager è dedicata una conversazione dell’italianista inglese Robert Gordon, che dello scrittore torinese è uno degli studiosi più acuti, in dialogo con Domenico Scarpa. Il rapporto tra Storia e memoria è oggetto della lectio magistralis di Giovanni De Luna. In che modo la memoria personale può diventare ricostruzione condivisa di un passato? Ne discute con lo stesso De Luna Benedetta Tobagi, che con il suo libro ha saputo compiere questo percorso. Un tragitto in qualche modo affine, dal documento alla reinvenzione letteraria, è quello che illustreranno due maestri del romanzo storico italiano, Alessandro Barbero e Melania Mazzucco.
Ma è nel Novecento che si sono addensate tragedie con cui non si può smettere di fare i conti. Così la Shoah, che porta con sé anche la difficoltà di dire l’indicibile (i libri di Enrico Donaggio, Diego Guzzi e Carlo de Matteis; o il libro di Helga Schneider, La baracca dei tristi piaceri. Il sesso forzato come strategia del nazismo). O ancora le relazioni pericolose tra cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento (ne parlano lo storico polacco Bronislaw Backo, Luciano Canfora e Carlo Ossola). Mentre Francesco Cataluccio insegue i fantasmi della grande cultura mitteleuropea, distrutta prima dal nazismo e poi dallo stalinismo.
Venerdì 14 maggio 2010:
Arena Piemonte
Ore 21,00
L'amore dall'Egeo al Caspio
Canti d’amore e separazione da Grecia, Turchia e Azerbaijan
Con Thoni Sorano (voce), Carmelo Siciliano (bouzouki, oud, saz bağlama), Fakhraddin Gafarov (tar, oud, saz), e Simone Amodeo (daf, zarb)
Ospite dalla Turchia: Sinan Cem Eroğlu (kaval)


maggio 12, 2010

Buarque: pentirsi mai. Il musicista brasiliano racconta il suo ultimo libro “Latte versato”, tra ricordi e fantasmi

Intervistare un grande artista, scrittore e poeta come Chico Buarque De Hollanda non è facile. In questo caso, in concomitanza con l’uscita del suo nuovo libro “Latte versato” (in Italia edito da Feltrinelli), l’intervista fila via liscia toccando ogni tema. E il libro diventa un motivo sì per parlarne ma soprattutto per fare un viaggio a ritroso, nella nostra memoria.

Può spiegare il senso del titolo del suo nuovo libro “Latte versato”?

Il titolo riporta al detto popolare, e si può dire che lungo il libro il mio narratore piange inutilmente sul latte versato. Ma ci ho pensato per la prima volta in un senso letterale, quando la moglie del narratore versa sul lavabo il latte che rifiuta alla figlia ancora lattante. Quella è per lui un’immagine enigmatica, e diventa un ricordo ossessivo. C’è anche chi vede nel latte del titolo un’allusione al liquido seminale del solitario protagonista, versato abbondantemente in memoria della sua donna. È possibile.

“Disturbo” nel 1992 ha vinto in Brasile il prestigioso premio Jabuti. “Benjamin” e “Budapest” sono stati molto apprezzati dai suoi lettori, che poi in gran parte sono anche dei fan del Chico Buarque poeta e cantautore. Lei ritiene “Latte versato” un nuovo capitolo di questa avventura letteraria o non ha nessun collegamento e legame con i precedenti libri?

Ho l’impressione di aver scritto un libro più personale che i precedenti.

La figura del moribondo afflitto dai ricordi e dai rimpianti, Eulálio d’Assumpção, è di pura invenzione o ha mai conosciuto qualcuno con dei tratti caratteriali simili o affini a Eulálio?

Credo di aver trovato durante la scrittura un personaggio, con una voce particolare, ma sicuramente esistono persone con dei tratti caratteriali simili a lui. Personaggi di pura invenzione non esistono. Come non esistono parole di pura invenzione, neanche i neologismi.

Leggendo “Disturbo” si ha la sensazione che il personaggio principale somigli a quell’uomo inadeguato che muore contromano intralciando il traffico, nel suo capolavoro musicale e poetico “Construçào”.

Non ci avevo pensato, ma è vero. Peccato che in italiano non si trovi una traduzione esatta per “Estorvo”, il titolo in portoghese. “Estorvo“ è proprio quello, qualcuno che muore contromano intralciando il traffico.

Scrivere, oltre che un’antica passione messa da parte per la musica, è l’esigenza di ampliare pensieri e concetti che nei testi di una canzone, per quanto belli siano, restano limitati alla durata del brano?

È possibile. Anche se sarebbe più naturale passare dalla canzone alla poesia, o alla prosa più breve. Ho provato a scrivere dei racconti, ma finora non ci sono riuscito.

Come concilia l’essere cantautore e al contempo scrittore? Ha mai pensato che uno dei due impegni toglie qualcosa all’altro o ritiene che siano complementari e stimolino le due attività?

Sono complementari perché non sono simultanei. Uno arriva nell’assenza dell’altro.

I suoi scrittori preferiti?

Per ricordare quelli che ho provato a imitare nella mia gioventù, posso citare Kafka, Céline e il brasiliano Guimarães Rosa.

I suoi cantanti preferiti?

Uno: João Gilberto.

Che ricordi ha dell’Italia dove si auto-esiliò nel 1969, dopo essere stato arrestato nel ’68 per il suo impegno contro la dittatura del regime fascista in Brasile?

Tanti amici, la “Settimana enigmistica”, i tredici punti al Totocalcio, difficoltà professionale, le partite di pallone, gli spaghetti alla carbonara e la nascita della mia prima figlia.

Come vede l’Italia di oggi e come percepisce, politicamente, la figura di Berlusconi: potrebbe essere presidente anche in Brasile, con i suoi problemi e il macroscopico conflitto di interessi?

Per quanto ami l’Italia, preferisco che Berlusconi sia il vostro premier e non il nostro.

Torniamo a “Latte versato”. In ogni suo libro Rio de Janeiro è presente, è sempre in primo piano o sullo sfondo, a prescindere dalla situazione narrata. Ciò accade anche nei ricordi di Eulálio d’Assumpção che considera la “memoria un pandemonio”: cosa non sopporta di Rio de Janeiro?

Sono d’accordo con un grande architetto brasiliano, il quale afferma che Rio de Janeiro è la più brutta città del mondo, costruita nel più bel posto del mondo.

Le città nei suoi libri, e nelle sue canzoni, sono ricorrenti. Oltre a Rio, in quale altra città del mondo vivrebbe bene e volentieri?

Ormai non mi sento capace di vivere in un’altra città da quella in cui sono nato e vissuto.

Lei ha giocato a calcio (nel periodo romano giocò nel Monterotondo, ndr) e ama il calcio tanto da avergli dedicato una canzone, “O futebol”: chi vincerà i prossimi Mondiali in Sudafrica?

L’Argentina.

Ha mai pensato di raccontare nei suoi concerti stralci dei suoi libri, fra una canzone e l’altra?

No. Una cosa non ha niente a che vedere con l’altra.

Concludendo: tornerà a fare concerti in Italia? Sono in molti ad attenderla.

Non so se tornerò a fare dei concerti. Se accadrà, mi piacerebbe senz’altro tornare all’Auditorium di Roma, e questa volta con la mia chitarra per suonarla e cantare.

di Antonio Gaudino


maggio 10, 2010

Draquila, il film che fa paura a chi mente




Bondi a Cannes non ci sarà. Il ministro boicotta il festival in segno di protesta contro la libertà di espressione. Non è una boutade, o una trovata satirica, purtroppo, ma una notizia che ieri ha trovato conferma ufficiale. Se c’è una che può essere grata al ministro Bondi, dunque, è Sabina Guzzanti, che arriva Cannes con una inserzione pubblicitaria gratuita di portata internazionale regalata dal governo meno popolare d’Europa (perlomeno presso i cineasti). L’ultima del ministro della Cultura, infatti, è una novità assoluta: il boicottaggio selettivo del più prestigioso festival del cinema al grido: “Non vado perché ‘Draquila’, il film di Sabina Guzzanti, offende l’Italia”. Spiega ancora Bondi, con una lettera aperta inviata agli organizzatori del festival, dopo aver preanunciato il suo gesto davanti alle telecamere dell’Ultima Parola venerdì sera: “Ho declinato l’invito con rincrescimento e sconcerto per la partecipazione di una pellicola di propaganda che offende la verità e l'intero popolo italiano». Il gesto, spiega l’ex ministro dell’accultura francese Jack Lang, “Dimostra una strana concezione della libertà”. Parole che pesano due volte, perché Lang, dirigente storico del partito socialista, è oggi emissario di un presidente di centrodestra come Sarkozy.



Ovviamente insorge anche la sinistra italiana. E l’Italia dei valori, con il responsabile cultura Fabio Giambrone aggiunge: «Berlusconi e il suo governo mostrano sempre più insofferenza verso la satira e la libertà di espressione critica: è il tipico atteggiamento dei regimi totalitari». Ma una delle voci più critiche, ancora una volta, è quella dei finiani del Pdl, che parlano, con parole durissime, per bocca di Fabio Granata, capogruppo Pdl in commissione cultura e vice presidente della commissione antimafia: «La decisione del ministro Bondi di disertare il Festival di Cannes lascia molto perplessi sia per le motivazioni addotte sia per la rilevanza dell'evento culturale dove una grande nazione come l'Italia non può non essere rappresentata ai massimi livelli». Aggiunge Granata: “Rappresentare l'Italia è un dovere del Ministro aldilà di polemiche su questa o quella opera”. E Walter Veltroni spiega come questo “tradisca un riflesso autoritario e cioè l’idea che ciò che è critico, è illecito”. Il boicottaggio di un festival da parte di un rappresentante di un governo che protesta contro il film di un artista del suo paese non ha precedenti. Si discusse a lungo se boicottare la coppa Davis ai tempi della dittatura in Cile o i mondiali di calcio in Argentina per colpire i governi dei dittatori. Ma un ministro che denuncia come antinazionale una pellicola sottintende che il festival avrebbe dovuto negargli cittadinanza perché sgradita è un inedito assoluto. Un gesto non del tutto lineare, se si considera che già in passato Bondi si era segnalato per due tentativi di boicottaggio di film che (per sua stessa ammissione) non aveva visto: “Il sol dell’avvenir”, documentario sugli anni di piombo di Gianfranco Pannone e Giovanni Fasanella. E la Prima Linea, di Renato De Maria. Nel secondo caso, Bondi si produsse in un piccolo capolavoro: dopo la stroncatura pregiudiziale (accusava il film di essere apologetico nei confronti dei due terroristi che raccontava) ammise che il giudizio era infondato. Ma non tornò indietro sul suo intento di congelare il prestito che il ministero aveva riconosciuto alla pellicola. La diatriba fu risolta dal produttore Andrea Occhipinti, che in una dichiarazione pubblica rinunciò ad ogni sostegno economico. L?altra perla il ministro la consegnò al Foglio, dopo aver vissuto con frustrazione il ricevimento al Quirinale degli artisti del cinema e il discorso di Giovanna Mezzogiorno (durante il quale nessuno lo aveva salameccato): “Davanti a tutto quel genuflettersi e inchinarsi di attori e attrici, di artisti e commedianti, di registi e teatranti, di cantanti e cantautori, quasi quasi mi dispiaceva di aver previsto leggi che non contempleranno più la posa prona, il servaggio, l’accattonaggio dell’artista al politico”. L’unica morale che si può ricavare, dall’incrocio di queste storie grottesche è che in Italia, secondo il ministro Bondi, si possono produrre e finanziare tutti i film che incontrano il suo gradimento. E che nei festival all’estero non si possono mandare nemmeno quelli finanziati autonomamente, ma altrettanto fuori linea. E se fossero gli artisti italiani, a non mandare film a Venezia, per protesta contro il ministro Bondi?
di Luca Telese