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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 19, 2010

La presa di posizione dello Struzzo sulla legge bavaglio fa arrabbiare gli autori. Revelli: ferita all’immagine della casa editrice




Di notte, si sa, tutte le vacche sono nere. Se la commissione Giustizia del Senato dà il primo via libera al decreto intercettazioni in seduta notturna, l’alba del giorno dopo illumina qualche oppositore. E non solo nell’arena, si fa per dire, romana: anche a Torino si sta giocando un pezzo di partita. Tra Einaudi e alcuni – importanti – autori.
La scomposta reazione del gruppo Mondadori all’iniziativa degli editori è un’enorme contraddizione. Perché l’appello dell’Aie (l’Associazione editori) sul ddl Alfano parlava chiaramente di una “ingiustificata limitazione della libertà di informazione”. E quel comunicato era stato sottoscritto anche da Mondadori. Ma era una nota semiclandestina e collettiva (che i colleghi di agenzie e quotidiani continuano a sostenere di non aver ricevuto). Quando si è trattato di metterci la faccia, i signori di Se-grate si sono irritati. Hanno strillato un risentito no al manifesto pubblico degli editori (in rete si può firmare sui siti del Fatto, di MicroMega, di Chiarelettere e di Laterza). Lo fa notare Stefano Rodotà, giurista e docente emerito alla Sapienza, autore a sua volta di un appello contro il ddl apparso su Repubblica e rivolto ai senatori, che significativamente afferma: “Le libertà costituzionali non sono disponibili per nessuna maggioranza”. “Nel momento in cui la copertura dell’associazione editori è venuta meno, il gruppo Mondadori si è tirato indietro”, spiega Rodotà commentando le parole di Ernesto Franco, direttore editoriale della casa torinese. “È una cosa incomprensibile. O forse fin troppo comprensibile, se si guarda alla proprietà” . Poi una frecciata: “Hanno accusato gli altri editori di fare ‘marketing editoriale’. Ma questa risposta mi sembra più attenta alle logiche di mercato che alla storia di Einaudi, un editore che ha avuto sempre una forte presenza civile. Si ammetta la discontinuità con quella tradizione. Si sono evocati tanti nomi in questi giorni, da Bobbio a Ginzburg: questo è il segno che quelle affermazioni non reggono di fronte alla realtà. Mao diceva: non importa di che colore è il gatto, l’importante è che prenda i topi. Gli autori Einaudi ora hanno questo problema: capire se si può ancora passare sopra certe posizioni, se è più importante l’allure di Einaudi, la capacità di diffusione , la capacità di far finire i libri sui giornali. O se invece contano i principi. Io per Einaudi ho scritto un saggio, ‘Lezioni Bobbio’, con altri autori (tra cui Eco, Walzer, Sartori e Zagrebelsky, ndr): credo che molti di loro oggi esiterebbero a pubblicare per Einaudi”.
E infatti Gustavo Zagrebelsky – costituzionalista e autore di punta dello Struzzo – ieri ha portato le sue vive rimostranze (già manifestate in una sofferta cena con i vertici di Einaudi durante il Salone del libro) in via Biancamano. In serata ha poche parole, ma sono sufficienti a mettere Ernesto Franco in grande imbarazzo: “Mi aspetto nei prossimi giorni chiarimenti e rettifiche da parte di Einaudi”. Più che una promessa una minaccia. Comunque, un avvertimento: o Einaudi fa una netta inversione di rotta, o il professore potrebbe portare i suoi libri – prestigio e lettori compresi – altrove. Una decisione che potrebbe prendere anche Marco Revelli, storico, docente di Scienza politica, figlio del partigiano Nuto. “Einaudi aveva una grande occasione per dimostrare la propria autonomia, editoriale e culturale: l’ha persa. So che all’interno della casa editrice molti si sono sforzati di difendere quell’indipendenza. Il fatto che su una questione così importante si siano completamente schierati sulle posizioni del gruppo Mondadori è stato per me una grande delusione. È un fatto molto spiacevole, non è una cosa indifferente perché lede la continuità di una Storia. Lo Struzzo ha la responsabilità della propria storia. Buona parte dell’attrattività che esercita nei confronti del mondo intellettuale è legata a quella storia. Indubbiamente questa continuità è stata spezzata. In un momento e su un tema capitale perché è una questione di libertà. Non bisogna sottovalutare la portata della posta in gioco: questa legge tende a trasformare gli editori in guardiani dei propri autori perché minacciando così duramente l’editore lo trasforma, inevitabilmente , in un censore. Questo è lesivo della dignità dell’editore, prima ancora che delle garanzie degli autori. È un vulnus all’immagine dello Struzzo”. Angelo D’Orsi, docente di Storia a Torino, ex autore Einaudi si spinge ancora più in là. “Qui non si tratta semplicemente di un editore che non riesce a smarcarsi: c’è stato un passaggio sotto le insegne del padrone. Mi sembra una di quelle autodifese che diventano confessioni. Conosco bene, per un lungo rapporto professionale e personale, la casa editrice. E so quale sforzo è stato fatto per salvaguardare l’identità di via Biancamano. Ma è sempre più difficile tutelare “la dignità prima che la genialità”, come sosteneva Gobetti. Già quando uscì ‘La cultura a Torino tra le due guerre’, nel 2000, qualcuno mi criticò, obiettando che non si poteva pubblicare per Berlusconi. Allora la situazione mi sembrava diversa, sia per ragioni personali sia perché Einaudi era da poco passata a Mondadori. Questa è una presa di posizione su un fatto politico”. Ora vedremo se le rettifiche attese da Zagrebelsky – e da molti altri che, interpellati, hanno preferito aspettare – arriveranno. In ogni caso o l’editore o gli autori dovranno prendere una posizione pubblica. Manzoni diceva: “Il coraggio chi non ce l’ha, non se lo può dare”. Si capirà presto a chi sta meglio l’abito di Don Abbondio.
di Silvia Truzzi IFQ

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