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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 29, 2010

Il senso delle parole

E’ una giornata di pioggia torrenziale, suona il telefono, m’avvisano che è arrivata una lettera, anzi una raccomandata, per precisione. “Chi la manda?”
“E’ dell’Editore” m’informano.
Stavano lavorando alla copertina del mio libro: Il “Fattore F” Il senso della fortuna tra mito e realtà”, in uscita a settembre.
La fortuna la creiamo, era il concetto chiave del libro.
L’editore mi aveva informata della sua decisione di cambiare il titolo: da il “Fattore F” a il “Il Fattore C “con chiaro riferimento al “c…”.
E mettere come sottotitolo: “Il ruolo della fortuna nella nostra vita. Esiste un perché se gli altri sono fortunati e tu no o è solo merito del c…?”
Mi son chiesta se quanto avevo raccontato in oltre duecento pagine non fosse stato abbastanza chiaro, se fosse stato considerato che il mio libro conteneva un concetto totalmente differente. Sta di fatto che mi ritrovavo con un titolo che stravolgeva completamente il senso del messaggio del libro.
Quel “Fattore C” in copertina strideva come un’unghia sulla lavagna.
Sviliva e mortificava le storie di “creatori di ricchezza” raccontate e anche la mia storia personale e professionale. Non ho avuto “Il Fattore C”, non l’ho inseguito né desiderato. Sono una visionaria che crede che la fortuna te la crei con il talento, il lavoro, la determinazione e l’impegno.
Nel libro la fortuna era raccontata come viene dipinta nell’antico mito greco, una dea tanto invocata quanto poco affidabile poichè arriva quando vuole, spesso senza essere stata invitata, senza una logica o giusta ragione e così com’è venuta se ne può andare, senza avvisare, e rincorrerla è inutile, ha piedi alati e fugge veloce.
Le storie di personaggi, imprenditori e aziende raccontate nel libro erano esempi di chi aveva saputo creare fortuna mettendo a frutto le proprie abilità: doti e talenti, fiuto, ingegno, impegno e una visione che han saputo attuare nella realtà. Certo le condizioni favorevoli aiutano ma sarebbe riduttivo attribuire solo alla fortuna il successo e alla sfortuna l’insuccesso.
Le viene spesso attribuito più potere di quel che ha dimenticando di fortificare il potere interiore, quella risorsa preziosa sulla quale far affidamento in momenti di grazia e in quelli di difficoltà.
Quella “raccomandata” annunciava che la mia proposta di cambiare il titolo per salvaguardare l’anima del libro non era stata accolta. O accettavo il “Fattore C o niente” al posto del mio libro ne sarebbe stato pubblicato un altro .
Nove mesi di lavoro, andavano in fumo, nonostante un contratto già in mano, per via di quel “Fattore C”.
L’Editore nella sua logica commerciale asseriva che: “Il “Fattore C è un titolo più provocatorio del Fattore F con maggiori possibilità di esser posizionato e vender copie sul mercato”.
Forse, considerati i linguaggi che circolano in certa tv, radio, giornali e libri poteva anche aver ragione ma…m’immaginai di entrare in libreria e vedere sullo scaffale un libro con stampato quel titolo che non c’entrava né con la mia storia né con quella del mio libro. Una sensazione da voltastomaco.
“Chi credi che colga la differenza tra Fattore F e Fattore C ? Fossi io ad avere il contratto in mano di un editore che non chiede soldi per pubblicare non starei a pensarci tanto” era il pratico consiglio di Marco ma le parole di Francesca, un tempo mia allieva e ora amica mi risuonavano dentro “fai quel che mi hai insegnato: credi in te e nella dignità del tuo lavoro”.
Quel “Fattore C” non c’era modo di conciliarlo con l’anima del libro pertanto rinunciai. A volte è meglio una rinuncia che uscire con un titolo che non ci rappresenta.
Che cosa mi stava insegnando quell’esperienza? Le domande ci costringono a guardare più a fondo. A trovare un senso.
Quel “Fattore C” un senso l’ha avuto, ha messo in moto una svolta e un nuovo libro sta prendendo forma.
Nuove spinte, energie, intuizioni, desideri e necessità premevano dentro per trovare una via espressione. Ci son ragioni che van oltre il successo di vendita, ci son cose alle quali senti che non puoi far a meno di dedicarti, fan parte di un disegno più grande, del senso di sé e della vita.
Successo o insuccesso, fortuna o sfortuna son sfaccettature dell’esistere, del nostro modo di leggere quel che accade.
L’ansia di non riuscire a portare a compimento le idee che si accavallano come onde di un mare inquieto, ha lasciato posto a una nuova creatività, vediamo dove porterà.

di Antonella Lucato

giugno 27, 2010

Ultime notizie: non esistono “macchine a pensare"!


Che fa un guru? Semina, dà visioni, spunti. E in effetti gli spunti sono stati tanti a http://www.meetthemediaguru.org/, ma una cosa in particolare mi ha colpito: lo spazio dedicato alle domande a Derrick de Kerckhove è stato caratterizzato da una atmosfera allarmata. Esempi: “Questa nuova rete non si rivelerà un casino, una nuova Babele in cui sarà impossibile intendersi?”; ed anche “Ad una intelligenza collettiva corrisponderà una stupidità collettiva?” E così via. La cosa che ancor più mi incuriosisce è che questo genere di domande siano venute da una platea di “addetti ai lavori”, non di “persone della strada” (che conoscono il 2.0 attraverso notizie tv del tipo: facebook = brigate terroristiche). Forse tali quesiti sono emersi per controbilanciare lo sfrenato slancio ottimista di de Kerckhove, ma forse sono anche sintomatici di come in Italia si viva ora l’argomento “futuro”.
Citando un italiano anomalo, ma che ben sapeva sentire e predire l’Italia
Noi prestavamo alle macchineuna malizia che invece è nostra.(Ennio Flaiano, La valigia delle Indie)
Forse ne prestiamo ancor più oggi, che le macchine non solo eseguono ma aiutano a organizzare il pensiero? Una malizia per temi tabù quali la conoscenza, il controllo, il potere.
Che cosa sono i social media? Che ruolo giocano nella produzione del valore? In cosa sono diversi dalle “macchine per fare”? Sono cose che stiamo scoprendo ora, chi allarmandosi, chi esultando. Di certo c’è che sta emergendo una nuova relazione tra tecnologia e conoscenza. Adottare il 2.0 come piattaforma di lavoro non è un mero aggiornamento tecnologico, ma implica – ed alimenta – un cambio radicale nella cultura organizzativa. La differenza tra le soluzioni IT di vecchia generazione e quelle attuali sta essenzialmente nel fatto che le prime non consentivano libero accesso al patrimonio di conoscenze di un’organizzazione: se il Web 1.0 era semplice catalogo di contenuti consultabile dal navigatore, il Web 2.0 è un ambiente dove le persone partecipano, dialogano, contribuiscono attivamente alla creazione di conoscenza: il navigatore diventa autore.
Tre osservazioni sul rapporto tra tecnologia e sapere mi aiutano a inquadrare questa rivoluzione delle tecnologie sociali: il paradigma digitale (Ong, 1986), il costruzionismo sociale (Williams, 1974, vs. determinismo tecnologico di McLuhan) e le meta-tecnologie (Wright, 2000)
- per il paradigma digitale, la trasformazione del testo scritto in informazione digitale porta ai limiti estremi due proprietà della scrittura: la modificabilità e la trasportabilità. Il poter modificare e trasferire infinite volte un contenuto elettronico senza limitazioni sposta il focus della produzione di conoscenza dal prodotto al processo;
- per il costruzionismo sociale l’elemento critico che caratterizza un medium è come e perché è utilizzato: l’essere medium è un uso particolare di una tecnologia (dunque il medium ha un’origine psico-sociale: nasce dallo sviluppo e dalla riconfigurazione delle risorse di una cultura al fine di raggiungere un obiettivo definito socialmente);
- Wright definisce “meta-tecnologie” gli algoritmi sociali che governano gli usi delle tecnologie. Sono le meta tecnologie, e non le tecnologie, a modificare i comportamenti e l’organizzazione sociale. Questo perché una tecnologia prende una forma sociale solo quando è utilizzata, producendo cambiamenti nel sistema sociale stesso. A caratterizzare una meta-tecnologia sono tre fattori: I) un evento di rottura che renda possibile utilizzare una tecnologia in nuovo modo attraverso una nuova pratica (in questo caso l’evento è il network di computer e la nuova pratica è il social networking: “un computer senza una rete è poco più di un fermacarte” Paul Saffo); II) la possibilità di sfruttare la nuova pratica per risolvere in modo più efficace un problema (l’efficacia aumenta nella collaborazione in network); III) la condivisione della conoscenza della nuova pratica all’interno di un contesto sociale (l’organizzazione come insieme organico di communities dialoganti).
Questo quadro mi è utile per descrivere il rapporto dinamico tra tecnologia sociale, collaborazione e conoscenza: i social media non “catturano” la conoscenza entro una rigida tassonomia, ma supportano e implementano il processo di co-costruzione della conoscenza, rendendo esplicite le pratiche di lavoro esistenti e “aumentandole” ad un ambiente collaborativo peer.
Chiamo il paradigma culturale che accoglie questo nuovo rapporto dialogico tecnologia-conoscenza paradigma di collaborazione meta-tecnologica. È solo un’etichetta, certo, ma desidero esprima la fenomenologia meta-tecnologica (psicosociale e tecnologica allo stesso tempo) del Web 2.0.Il transito in atto è molto più che tecnico:
the shift is not just in the new Web 2.0 technologies. It’s in the way that increasingly widespread access to these tools is driving a fundamental change in how groups are formed and work get done. Wikis and other social media are engendering new, networked ways of behaving – ways of working wikily – that are characterized by principles of openness, transparency, decentralized decision-making, and distributed action (Kasper, Scearce, 2008).
Un transito che ha effetto sulla coscienza di sé entro il processo creativo: il Web 2.0 è allo stesso tempo strumento e oggetto della relazione con l’altro; sul Web 2.0 la coscienza emerge, come processo sociale, dalla rete di relazioni e di pratiche che intessiamo con gli altri, non risiede esclusivamente “nella testa”. Quando agiamo in Rete, sperimentiamo un processo di “apertura” di noi stessi agli altri e, attraverso questa, una apertura alla possibilità di incidere sulla realtà in una maniera “aumentata” dalla rete viva di relazioni.
Condividere uno spazio digitale fluido continuamente ri-strutturabile ha, inoltre, effetti sull’idea stessa di “attività intelligente”: tradizionalmente il concetto di intelligenza è associato a un qualcosa di intimo, soggettivo, personale e personificato. Le pratiche collaborative vissute in Rete estendono la capacità intellettiva oltre la sfera intima, oltre la persona, collocandola in un orizzonte di significato più ampio, inter-soggettivo: la conoscenza è creata tra le menti e non (solo) all’interno della mente. Nelle parole di de Kerckhove “siamo tutti nodi nel grande ipertesto”. Noi siamo i nodi, non le “macchine”.
Il ruolo dei social software non consiste nel costruire una “intelligenza artificiale” che vada sostituendo la mente umana, ma nel fornire una piattaforma per la costruzione di collettivi intelligenti in cui le possibilità di ciascuno possano svilupparsi e ampliarsi reciprocamente. L’intelligenza che sta evolvendo sul Web è dunque la possibilità, per la comunità umana, di evolvere verso una capacità superiore di pensiero, di risoluzione di problemi, di innovazione.
I social software forniscono una piattaforma – ed alimentano – questo nuovo vissuto di gruppalità, poiché essi facilitano la comunicazione, la negoziazione, la responsabilizzazione – in una parola, l’interdipendenza.
Detta così sembra una prospettiva idilliaca; allora perché quelle domande cariche di angoscia? La Rete sta trasformando l’epistemologia organizzativa da processo individuale a processo plurale, sta cioè definendo la conoscenza come impresa collettiva che si rende possibile attraverso relazioni sociali di collaborazione, piuttosto che di autorità e controllo. Non è idilliaco, né indolore, transitare attraverso setting di potere tanto diversi dagli usuali.Ma sta nella conversazione con i pari l’attività creativa del futuro. Non sta nelle menti di singole persone “potenti”. E men che meno sta nelle macchine.
Che avesse ragione Flaiano – attribuiamo malizie nostre alle macchine? Non esistono “macchine a pensare” il futuro per noi. Per poter ragionare di intelligenza collettiva, siamo chiamati a interrogarci sul coraggio personale: agire anziché essere agiti. Abbiamo il coraggio di (con)dividere potere per moltiplicare intelligenza?
di Paolo De Caro Leaderlessorg

Il paradosso del barbiere

Un quesito di Russel che riporto qui di seguito:
“In un villaggio c’è un unico barbiere. Il barbiere rade tutti e soli gli uomini che non si radono da soli. Il barbiere rade se stesso?”
La risposta non è semplice perché ha a che fare con la logica pura.
Prima supposizione: il barbiere si rade. (S1)
Quest’affermazione, secondo il paradosso, ci porta a concludere che il barbiere non rade se stesso. Siete perplessi? State pensando che abbia alzato un po’ il gomito? Allora fate un bel respiro ed analizziamo secondo la pura logica l’enunciato.
(1) Il barbiere rade tutti e SOLI gli uomini che NON si radono da soli.
Il barbiere è uomo? Bertrand Russell non lo dice ed infatti ci sono una serie di supposizioni che possa essere donna con tutte le conseguenze. Errato. Il suo enunciato si basa sulla teoria degli insiemi ed è qualcosa di veramente complesso. Nelle sue intenzioni, potete esserne ben certi, egli alludeva ad un barbiere che per definizione è uomo.
Torniamo alla domanda: è uomo? Sì. Allora se normalmente si rade da solo, in base alla definizione (1) non rade se stesso, perché la definizione (1) dice che rade solo chi NON si rade.
Allora affermiamo che il barbiere non si rade. (S2)
In base all’affermazione S2 ed alla logica dell’enunciato (1) il barbiere si rade poiché egli rade tutti gli uomini del villaggio che non si radono.
Se avete il cervello in fumo e non c’avete capito nulla, non preoccupatevi vi siete appena imbattuti in un paradosso ed in quanto tale, senza una soluzione. Pensate che mise in crisi il matematico Kurt Gödel rendendo incompleta la sua opera sugli insiemi che aveva – che paradosso – appena pubblicato!

Cosa insegna tutto ciò? Che l’uso sagace della logica può ritenersi un valido e tagliente strumento per portare consensi al nostro ragionamento.
Prima di addentrarci nello studio della retorica, vi porto un altro esempio di paradosso che uso spesso per confondere i fondamentalisti della fede. Premetto che credere in Dio è un proprio diritto e non c’è niente di più libero della fede.
Con queste persone cerco di dimostrare l’inesistenza di Dio in quanto essere onnipotente; utilizzando la retorica e gli strumenti della logica e del paradosso, è possibile dimostrare che Dio non è onnipotente ed infinito. Ecco come:
“Se Dio è davvero onnipotente, Egli può creare un masso così pesanteche nemmeno Lui può alzare?”
Vediamo quali sono le possibili risposte e conseguenze.
1) Sì, può farlo. Allora esisterà un masso con un peso X che è troppo pesante anche per Dio; quindi la potenza di Dio non è infinita (altrimenti riuscirebbe ad alzarlo) e di conseguenza Dio non è un essere infinitamente potente.
2) No, non può farlo. La sua potenza creativa, quindi, non è poi infinita (altrimenti ce l’avrebbe fatta). Ancora una volta si dimostra che Dio non è un essere infinitamente potente.
Come vedete quale che sia la risposta, il nostro interlocutore dovrà piegarsi alla nostra logica, a meno che, pieno di rabbia, non decida di saltarci alla gola!

Abbiamo appena visto come l’uso del paradosso possa tornare a nostro favore in una discussione anche piuttosto impegnativa come questa.
Bene, torniamo più nella didattica sulla retorica e scopriamo che fin dall’antichità essa si suddivide in tre fasi principali che sono:L’inventioLa dispositioL’elocutio
Per essere precisi, Aristotele ci metteva anche l’actio e qualcun altro aggiungeva anche la memoria. In ogni caso, queste fasi ci servono quando dobbiamo, ad esempio, preparare un discorso, ma possono tornarci utili anche per altre situazioni creative. Vediamole nel dettaglio.


L’inventio
Questa parola latina (leggi invenzio) può trarre in inganno e farci pensare all’inventare, invece letteralmente significa “ricerca”, Roland Barthes addirittura parla di “scoperta”. In altre parole, in questa fase si cercano tutti quegli elementi che possano tornarci utili per la costruzione del nostro discorso, ma anche dell’articolo che stiamo scrivendo e, qualche volta, del racconto che abbiamo deciso di mettere su carta. In questa fase non ci si preoccupa del come esporre gli argomenti, ma si vuole individuare il nocciolo della questione e tutti gli elementi che lo costituiscono: situazioni, ricordi, accadimenti, deduzioni, riflessioni, fatti.
In questa fase si gettano le basi anche per elementi come il sillogismo e l’entimema. Troppe parole difficili? Vi state perdendo? Rilassatevi, non dovete mica impararle a memoria e nemmeno sostenere un esame. Vedrete, tra poco, che in realtà sono tutte cose semplici, molte delle quali già in vostro possesso.
Il sillogismo è uno strumento della dialettica che attraverso delle premesse – solitamente vere – trae una conclusione. Esempio: se alle ore 11.30 eri ad un bar del centro di Roma, e lo scontrino fiscale ne accerta la veridicità, allora di sicuro alle 11.40 non potevi trovarti sotto i portici a Bologna a sforacchiare il povero Peppino.
L’entimema invece è il mio preferito! Ah, lo ascolto ovunque, specialmente in TV quando ci sono i nostri amici politici. Mentre il sillogismo vuole dimostrare attraverso la verità, l’entimema è uno strumento retorico che ha come scopo principale la persuasione dell’auditorio, ottiene il massimo quando chi ascolta non ha il bagaglio culturale per comprendere e seguire ragionamenti troppo complessi. L’entimema si basa principalmente sulle promesse, di solito probabili e verosimili, due cose che non sono sinonimo di verità o certezza. Un esempio molto semplice: “È italiano, dunque ha buon gusto!”, ma anche “Vinceremo perché siamo i più forti!”. Semplice no?
Ricapitolando, nell’inventio cerchiamo ed organizziamo tutti gli elementi che ci serviranno per il discorso o altra situazione creativa di cui abbiamo bisogno.

La dispositio
Una volta raccolti tutti gli elementi utili nella fase dell’inventio, dobbiamo ordinarli o disporli nel modo che ci permetterà di avere l’effetto migliore su chi ci ascolta o legge. Qui ci si diverte, perché entrano in gioco fattori che coinvolgono le considerazioni logiche, psicologiche, ma anche formali e di convenienza, senza dimenticare i fattori strategici. Nella dispositio ci si occupa di suddividere il discorso, ordinare i contenuti e fissare bene le parole nella formulazione delle idee.
Il discorso (ma anche romanzi o racconti) si suddivide nei seguenti elementi:L’esordioLa narrazioneL’argomentazioneL’epilogo
Nell’esordio si ha il preambolo del discorso; s’introducono i fatti, un po’ come nel prologo delle rappresentazioni teatrali. Ricordate il prologo di “Giulietta e Romeo”? Vado a memoria, perdonatemi: due casate, di pari nobiltà, in questa bella Verona, dove noi poniamo la nostra scena, per antichi rancori oggi prorompono in nuove risse da cui mani fraterne escono sporche di sangue fraterno […]
Si cerca anche di conquistare l’attenzione e la benevolenza di chi ci ascolta (o legge), quella che i latini chiamavano captatio benevolentiae. La usano molto i bravi oratori, quelli che iniziano con qualche battuta divertente tanto per disporre favorevolmente l’attenzione dell’auditorio. Per i più coraggiosi tra voi lettori, consiglio “Dialettica eristica” di Arthur Schopenhauer, ma anche il libro, dello stesso autore, “L’arte di ottenere ragione”. Qui su LetterMagazine Raffaele Abbate si è invece occupato della recensione del libro “L’arte d’insultare” sempre di Schopenhauer.
La narrazione è l’esposizione vera e propria dei fatti, è qui che s’informa, ma bisogna prestare molta attenzione al come si fa, soprattutto per non annoiare chi ci ascolta. Le caratteristiche fondamentali dovrebbero sempre essere la brevità, la chiarezza e la verosimiglianza; quest’ultima dovrebbe coincidere con la verità dei fatti.
Nell’argomentazione si ha il vero e proprio attacco, allo scopo di far valere la propria tesi oppure di confutare quella dell’avversario. È qui che avviene la vera e propria persuasione. Possiamo utilizzare le prove (o argomenti) trovate nella fase dell’inventio, esse possono essere prove di fatto: non è possibile che tu fossi contemporaneamente a Roma ed a Bologna; prove per induzione: se alle 12 eri a casa al telefono con Tizio, non è possibile che dieci minuti dopo fossi a cento chilometri di distanza; prove per deduzione: è sempre stata una brava persona, ecco perché non può essere il colpevole.
L’epilogo è la fase conclusiva, dove si riepilogano i temi trattati e si da’ una visione d’insieme. È qui che si può scegliere di colpire l’emotività e provare a commuovere (perorazione) oppure ad indignare, suscitare odio, sdegno, passione e forza. Chi non ricorda la fine del discorso di Rocky 4: se io posso cambiare, e voi potete cambiare… tutto il mondo può cambiare! E via con gli applausi. Il discorso è retorica pura e v’invito ad ascoltarlo: fate clic qui.

Siamo sempre nell’ambito della dispositio ed abbiamo visto come organizzare il discorso e sempre in quest’ambito è necessario porre attenzione all’ordinamento dei contenuti. Ci sono diverse tecniche, quella più semplice è ordinarli cronologicamente, è possibile però, in base alla strategia che si vuole adottare, disporre prima gli argomenti più forti oppure quelli più deboli per arrivare a quelli il cui impatto su chi ascolta è maggiore. Un’ultima tecnica è quella di iniziare e finire con elementi forti.
Infine, ma questo è un discorso puramente estetico, ci si chiede se le parole andrebbero ordinate in un certo modo piuttosto che in un altro. Ascoltate queste frasi e scegliete quelle che secondo voi suonano meglio:Prendi penna e calamaio Prendi calamaio e pennaFacciamo armi e bagagli ed andiamoFacciamo bagagli ed armi ed andiamo
Scommetto che avete scelto “penna e calamaio” e “armi e bagagli”, vero? La ragione è che una regola generale dice che è meglio la parola più breve segua quella più lunga. Addirittura c’è chi parla del climax (ascendente o discendente) della frase ovvero l’andamento della progressione ritmica delle parole nella frase. Facciamo un esempio riprendendo il discorso di Rocky Balboa – lo avreste immaginato che Rocky con l’occhio gonfio e la bocca storta potesse tenere un corso di retorica? – egli conclude con Se io posso cambiare, e voi potete cambiare… tutto il mondo può cambiare! Che è un classico climax ascendente, egli parte da sé, coinvolge gli spettatori e finisce per inglobare tutto il mondo. Di solito il climax ascendente ha ascendente anche su chi ascolta, è molto coinvolgente. Ne volete una prova? Immaginiamo che Rocky abbia scelto un climax discendente per la sua frase conclusiva: Tutto il mondo può cambiare se cambiate voi e cambio io. Non è proprio la stessa cosa.
di Massimo Petrucci http://www.lettermagazine.it/


giugno 04, 2010

Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling e la sua filosofia




FILOSOFIA DELLA NATURA
S. vuol dimostrare che la natura non è solo il momento negativo dell’attività infinita dell’IO (FICHTE), ma che è essa stessa autoproduzione ed autosviluppo. Spirito e Natura derivano da un medesimo principio. S. suppone l’unità tra Spirito e Natura, tra soggettivo e oggettivo, tra ideale e reale. S. vuol ritrovare nella natura stessa quei momenti di autoproduzione che la Dottrina della scienza di Fichte aveva rintracciato nell’attività dell’Io; così giunge alla conclusione che la Natura è prodotta da una intelligenza inconscia che si sviluppa e si manifesta in gradi sempre più alti, dalla materia al livello organico, fino a giungere all’uomo, in cui l’intelligenza raggiunge la consapevolezza. L’uomo, perciò, risulta essere il fine ultimo della natura: in lui si ridesta lo Spirito che in tutti gli altri gradi della natura rimane sopito. S. sfruttando le scoperte della scienza del suo tempo (il magnetismo, l’elettricità, il chimismo), sostiene che la Natura si realizza attraverso l’incontro e lo scontro tra due forze fondamentali: quella di attrazione e quella di repulsione, che danno luogo ai vari gradi della Natura, sempre più elevati. Il grande principio della Filosofia della natura di S. è: la Natura è lo Spirito visibile, lo Spirito è la Natura invisibile. Se la Natura è lo Spirito inconscio, non la si può più considerare come un insieme di fenomeni regolati da leggi meccaniche. La Natura non può essere concepita come un meccanismo, ma come un organismo vivente. L’organismo, infatti, si presenta non come una somma meccanica di parti staccate, ma come una unità che ha in se stessa il principio di sviluppo e la necessità delle relazioni delle parti col tutto.

IDEALISMO TRASCENDENTALE
La Filosofia della Natura aveva mostrato il processo della Natura come Intelligenza inconscia che, attraverso gradi successivi sempre più elevati, giungeva alla coscienza nell’uomo. Dopo aver esaminato come la Natura arrivi all’intelligenza, occorreva rivedere come l’intelligenza arrivi alla Natura. Per far questa S. concepì e scrisse di getto il suo capolavoro Il sistema dell’Idealismo trascendentale, un sistema che, partendo dal soggettivo ne fa derivare l’oggettivo (processo inverso rispetto alla Filosofia della Natura). Due sono infatti le vie che la filosofia deve percorrere: dall’oggetto al soggetto (dalla Natura allo Spirito) che è compito della Filosofia della Natura; dal soggetto all’oggetto (dallo Spirito alla Natura) che è compito della filosofia trascendentale. La filosofia teoretica e la filosofia pratica formano il sistema dell’idealismo trascendentale, che ne costituisce la sintesi. Punto di partenza della via trascendentale è l’Io o Autocoscienza. La filosofia trascendentale è proprio la storia dell’Autocoscienza che ripercorre tutte le tappe del processo anteriore alla coscienza, dalla sensazione alla riflessione, e dalla riflessione alla volontà. La prima fase (sensazione) è quella in cui la coscienza considera il proprio oggetto fuori di sé, proveniente dall’esterno. La seconda è quella della riflessione in cui la coscienza riconosce se stessa nell’oggetto e lo considera prodotto della sua attività. La terza è quella della volontà in cui la coscienza concepisce se stessa come proprio oggetto e si scopre come volontà. L’aspetto teoretico e quello pratico della coscienza vengono così a delinearsi come contrapposti, dando luogo nella filosofia trascendentale alla distinzione tra filosofia teoretica e filosofia pratica. La filosofia teoretica considera le nostre rappresentazioni come causate dagli oggetti; la filosofia pratica concepisce gli oggetti come determinati e modificati dalle rappresentazioni. Vi è dunque una contraddizione: nel primo caso si esige il predominio del mondo sensibile sul pensiero; nel secondo caso il predominio del pensiero sul mondo sensibile. Come risolve il problema la filosofia trascendentale? Né la coscienza teoretica,né quella morale possono essere “organo” della filosofia, perché presuppongono proprio quella contrapposizione tra soggetto e oggetto, tra spirito e Natura. Solo l’attività estetica, l’arte è il supremo organo della filosofia. Essa rappresenta il culmine della vita dello Spirito,perché solo l’opera d’arte è la testimonianza concreta, reale della possibilità di superare attivamente la scissione tra Spirito e Natura. S. vede nell’attività estetica l’unica possibilità di cogliere intuitivamente l’Assoluto come identità tra Natura inconscia e Spirito consapevole. Nell’opera d’arte si esprime l’Infinito in forme finite. L’arte diviene l’unica ed eterna rivelazione dell’Assoluto. Essa, secondo una celebre immagine di S., apre all’uomo il santuario dove in eterna ed originaria unione brucia in una sola fiamma ciò che nella natura e nella storia è diviso. E’ questo l’IDEALISMO ESTETICO di S. che suscitò grande entusiasmo tra i suoi contemporanei. Con lui la teoria romantica dell’arte ha ricevuto la sua più profonda teorizzazione.

FILOSOFIA DELL'IDENTITA'
Già la concezione dell’arte e dell’attività estetica come unica possibilità di cogliere l’unità tra reale ed ideale, tra soggetto ed oggetto, implicava una nuova concezione dell’Assoluto che abbandonava le espressioni kantiane e fichtiane di “soggetto”, “io”, “autocoscienza”. Nella nuova formulazione che ne da S. l’Assoluto viene inteso come identità originaria di IO e NON-IO, soggetto e oggetto, Spirito e Natura (come coincidentia oppositorum). L’Assoluto è, dunque, questa identità originaria di ideale e reale e la filosofia è sapere assoluto dell’Assoluto, fondato sulla intuizione di esso. All’Assoluto ci si eleva solo con una intuizione originaria, con la filosofia, che è una scienza assoluta e incondizionata perché non deriva i principi del suo sapere da nessuna delle altre scienze e ha anche il sapere stesso come oggetto. Questo assoluto è ormai chiamato “Ragione” e la filosofia è il punto di vista della Ragione. Tutto è Ragione e la Ragione è tutto. Questa identità assoluta è infinita e non può mai soppressa. Questa identità non esce fuori di sé ma, al contrario, tutto è in lei e non cessa mai di essere tale. Per S. la vera filosofia consiste nella dimostrazione che l’Identità assoluta non è mai uscita fuori di se stessa, e che tutto ciò che è, è l’infinità stessa: principio che solo Spinosa aveva riconosciuto, ma senza averne dato una dimostrazione completa. Le singole cose scaturiscono dalla differenziazione qualitativa dell’Identità assoluta nella duplice serie di “potenze”, in cui prevale o il momento della soggettività o quello dell’oggettività. E’ questo il problema dell’origine del finito dall’Infinito. S. non accetta né il creazionismo (che fa nascere il finito da un atto di libera volontà del Creatore), né lo spinozismo (che in pratica annulla il finito riducendo tutto a Dio). Riprende allora l’antico concetto gnostico secondo cui l’esistenza delle cose e la loro origine suppongono una originaria “caduta” , un distacco da Dio. E’ questo il tema centrale della fase teosofica.

FASE TEOSOFICA E FILOSOFIA DELLA LIBERTA'
La soluzione del problema accennato comporta una revisione dell’intera problematica dell’Assoluto. Gli opposti che prima S. aveva ammesso nell’Assoluto come unificati, ora li intende come presenti in lotta nell’Assoluto stesso. In Dio vi è un principio oscuro e irrazionale e un principio positivo e razionale, e la vita di Dio si esplica come vittoria del positivo sul negativo. Il dramma umano, che consiste nella lotta tra bene e male, tra libertà e necessità, non è altro che il rispecchiarsi di un conflitto originario tra forze opposte presenti in Dio stesso. Il male c’è nel mondo, perché c’è già in Dio. Così l’amore che è nel mondo è prima in Dio. La vita come lotta tra i due momenti rispecchia l’originaria lotta che è già in Dio, e la vittoria della libertà e del positivo è il rispecchiamento di quella vittoria che si realizza eternamente in Dio.

FILOSOFIA POSITIVA E DELLA RELIGIONE
Nell’ultima fase del suo pensiero S. prende decisamente posizione nei confronti diHegel. A questo proposito S. opera una fondamentale distinzione tra FILOSOFIA NEGATIVA e FILOSOFIA POSITIVA. Hegel aveva sostenuto che “tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale”, riducendo la realtà al concetto. La filosofia di Hegel e la sua logica consentivano di cogliere l’essenza delle cose, ma mai la loro esistenza reale, per questo la filosofia hegeliana viene definita “negativa”. Essa, partendo dal concetto, si lascia sfuggire l’esistenza, di cui si occupa invece la filosofia positiva. Occorre allora una sostanziale integrazione tra le due forme di filosofia. La filosofia negativa è costruita per intero sulla ragione, quella positiva sulla religione e sulla rivelazione. L’esistenza oggettiva (positiva) delle cose deve essere spiegata non con la ragione, bensì con la fede. Se quindi nella costruzione della filosofia negativa noi possiamo valerci della ragione, sul piano della filosofia positiva possiamo entrare soltanto mediante la fede. La Filosofia della mitologia e la Filosofia della rivelazione costituiscono un tentativo di realizzare questa filosofia positiva, il cui fine è di spiegare la realtà senza ridurla tutta entro schemi puramente concettuali. La filosofia positiva implica il superamento del momento negativo, che avviene quando la ragione, dopo essersi appropriata di tutto l’essere in termini logici, riconosce di non essere esse stessa il principio assoluto, perché riconosce che il suo pensare deve provenire da un essere che lo renda possibile. La filosofia si trasforma così in una “religione filosofica”, che passa per due fasi: quella della religione naturale o mitologica e quella della religione rivelata. Di qui la partizione della filosofia positiva in una “filosofia della mitologia” e in una “filosofia della rivelazione”. Compito della filosofia positiva è allora quello di cogliere la verità della mitologia e della rivelazione, e quindi rivolgersi a Dio.
di Maria Laura Valente