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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 31, 2010

Bellocchio: Racconto la mia follia.



Nell’ufficio romano di Marco Bellocchio, anonima gabbia al piano terra di un palazzone romano appoggiato alla Nomentana, in cui sostenere il peso delle idee tra pile di sceneggiature, fotografie in bianco e nero, cartoline autografe del ventennio e tomi di Hegel, siede il regista che porta il suo nome. L’intera opera di Bellocchio poggia sulla rivolta. Al sistema e alle sue ipocrisie. Vaticano, famiglia, esercito. Ventiquattro film in mezzo secolo di attività. Premi, polemiche, divieti, riflessioni. Bellocchio non ha fretta. Ha tempi da artigiano, pause, ripensamenti continui. Negli occhi stretti, la febbre dell’ex allievo dei Barnabiti che all’alba dei ’60, con “I pugni in tasca” destrutturò un secolo e mezzo di consuetudini borghesi. Quando prolunga un ragionamento, si fa aiutare dalle mani. Allora disegna progetti nell’aria, per poi riposare in attesa di una nuova partenza. E’ timidezza, tormento, curiosità. Nel suo recinto, la sinistra potenza dell’immagine non corrisponde mai allo sforzo economico. E’ un giardino di visioni e incubi, estremamente riconoscibili, che descrivono da una prospettiva ravvicinata la vigliaccheria del sopruso, senza promettere epifanie di salvezza. Alle figure cui tocca la sua metaforica carezza, capita di rimanere nella memoria. La Chiesa di una vita, non l’ha ancora trovata. Così bussa, interroga, si appassiona, abbraccia e rifiuta. Ad ottobre, le stagioni saranno settantuno. Quando a intervista conclusa, gli prospetti il futuro, accelera il congedo: “Qualcosa faremo, proveremo a non annoiarci”. Accompagna, saluta, chiude la porta. Solo. Finalmente.
Lei planò sul cinema italiano con una molotov come “I pugni in tasca”. L’incendio fu immediato.
Avevo soltanto ventisei anni. Ero immaturo, entusiasta, inconsapevole. Quella de “ I Pugni in tasca” è una piccola storia, paradigmatica di quanto intenzioni e risultato non siano mai in stretta parentela tra loro.
Nel bianco e nero de “I pugni in tasca”, pulsava un apologo crudo, rivoluzionario e disturbante, terribilmente reale, sulla famiglia e sulle sue infinite contraddizioni.
Perché è da lì, dall’infanzia in famiglia, che ogni infelicità ha inizio. Ciò che siamo è ancora, almeno in parte, segnato da quei primi anni.
C’è chi ne “i Pugni in tasca” ha letto tutti i fermenti sociali del ’68.
L’idea di fare riferimento a un discorso politico non c’era. Tutto il cuore della prigione familiare che descrivevo, la sua chiusura autistica, le grida strozzate, escludeva la politica.
Ma, pare di capire, non è certo.
Io penso alla fugace fiamma del ’68 come a un atto gioioso di contestazione dell’esistente .L’autorità irrisa, la rivoluzione sessuale, la gente che scopava per la prima volta, quella che lasciava il tetto natìo e che mandava a quel paese i genitori. Un’apparente allegria senza una violenza esplicita. (...) Personal-mente, non ho mai torto un capello a nessuno.
I suoi rapporti con Il Pci erano conflittuali.
Avevo respirato un radicalismo anarchico, fortemente antipartitico, con cui l’immobilità del Pci, neanche con il più acrobatico dei compromessi, poteva coincidere. Arrivai ai bordi del 1968 a trent’anni. Né giovane, né vecchio. Nel 1967, a fine novembre, alcuni amici mi consigliarono di andare a Torino. “All’Università tirano i libretti sulla cattedra , non è mai successo nulla di simile fino ad ora”.
Lei andò?
Di corsa. Arrivai a Palazzo Campana. Fummo dolcemente sgomberati dagli agenti. Noi e i poliziotti, gli uni davanti agli altri, senza astio. Gli agenti furono cortesi, noi li lasciammo fare. Qualche mese dopo e poi, tragicamente negli anni successivi, prevalse l’idea dell’indispensabilità dell’organizzazione compartimentata per conquistare il potere. Che poi degenerò.
Come è possibile che il regista più rivoluzionario dell’ultima decade dei ’60 finisca poi per confluire in una formazione come “Servire il popolo”?
A distanza di anni quei due passaggi, il ’68 e il mio approdo nel maoismo italiano, mi appaiono chiari. Il vero problema, forse, era soprattutto dentro di me. La mia identità borghese mi era insopportabile. Ero insoddisfatto, disgustato, smarrito. I successi non mi sollevavano il morale, mi pareva tutto senza interesse. La mia vita era entrata in un vicolo cieco, quando l’angoscia diventa fisica, e si affaccia la paura di perdere il controllo…
Ma perché scegliere proprio i maoisti, che del culto della personalità facevano un pilastro delle loro apparizioni pubbliche, del dogmatismo una bandiera ed erano appellati dai rivali con il perfido nomignolo di “Servire il pollo”?
Mi affascinarono la prospettiva di scoprire attraverso la cultura, la storia di altre classi sociali e quelle frasi semplici, in bilico tra demagogia e schematismo: “Gli operai fanno tutto, ma non hanno nulla”. L’imperativo morale prevaleva sul ragionamento politico.
Il partito teorizzava e intanto batteva cassa.
Alcuni, tra cui Lou Castel, smantellarono completamente i propri patrimoni. Io rimasi nel mezzo. Contribuii, ma oculatamente.
Era avaro, Bellocchio?
Pagavo devolvendo parte dei miei guadagni, senza però intaccare il patrimonio familiare peraltro molto medio. Il compagno deputato alla riscossione era calabrese, molto discreto.
Quale era esattamente il suo ruolo?
Non ho mai fatto volantinaggio davanti alle fabbriche o lavorato nei campi. La mia adesione derivò anche da una catastrofe familiare. Alla fine del ’68, mio fratello gemello si suicidò. Una tragedia che mi convinse ancor di più a buttarmi nella politica rivoluzionaria.
Secondo Aldo Brandirali, il Leader di “Servire il Popolo”, all’Unione si avvicinarono per un brevissimo periodo Eco, Bertolucci, Scola, Monicelli, Moravia, Antonioni e persino Tinto Brass.
Mi prestai senza troppa convinzione a una blanda opera di proselitismo. Non ho mai convinto nessuno.
Invitò Moravia ad osservare con i propri occhi?
Facemmo uno di quei convegni oceanici che si concludevano sempre con una liturgia consolidata: “Lunga vita al compagno Brandirali, al compagno Todeschini, a Marx, Stalin, Lenin e naturalmente, al compagno Mao Tse Tung”. Da parte mia mi tenevo sempre un passo indietro. Nelle riunioni di autocritica, me lo rimproveravano. «Compagno Bellocchio, perché sei sempre così pessimista?». Una volta venne in avanscoperta Citto Maselli. Inorridì: “Il Pci è la sola ortodossia comunista, voi siete dei pericolosi estremisti”.
Come uscì da “Servire il Popolo”?
Senza traumi. A Milano forse aiutato dalla distanza, dal lavoro, mi dimenticai letteralmente del partito.
Lei proseguì nella demolizione delle istituzioni. “Matti da slegare”, anticiperà il suo controverso rapporto con lo psichiatra Massimo Fagioli.
Oggi mi è chiaro che era un modo per non vedere la mia follia. Allontanarla. Perché in fondo le mie scelte estreme, sbagliate sempre, rispondevano a un’esigenza sincera, di cui non ero consapevole: Chi sono? O anche: Così non mi sopporto più. La mia pazzia non mi piace più, anzi mi fa paura… Nel 1973, il contesto era devastante. Uccidersi o uccidere. Un deserto senza risposte spinse tanti giovani verso la psicoterapia.
Anche lei?
Anche io. Andai in analisi da uno psichiatra. I risultati non furono straordinari, ma per la prima volta le domande più che le risposte trovarono delle parole. Anche per l’insistenza di un grande amico andai da Fagioli.
Che faceva i seminari di analisi collettiva e definiva Freud “Un imbecille”.
Piero Natoli iniziò a parlarmi degli incontri con Fagioli come di un’esperienza storica. In quell’entusiasmo da neofita, scorsi un pericolo. Ero stato deluso dall’esperienza maoista e non volevo ripetermi. Nell’aprile del 1977 decisi di andare all’analisi collettiva, c’era sempre il tutto esaurito. Lì incontrai anche Benigni.
Oggi Bellocchio come si trova con Bellocchio?
La paura di smarrire fantasia e ispirazione, è passata. Vivo e lavoro cercando di difendere la mia libertà. Poi come è capitato a tutti, a volte ho sbagliato. Faccio un mestiere complicato. Mi sono ingannato, accadrà ancora. Però lasciatemi sbagliare, l’importante è divertirsi. “Ti diverti, ti piace e in più ti pagano”, diceva Mastroianni. Èffettivamente sono fortunato.
di Malcom Pagani

agosto 11, 2010

Ingres minimalista, Kelly classico

Sempre nel segno della trasversalità e della contaminazione tra diversi linguaggi figurativi, l’Accademia di Francia a Villa Medici propone un confronto-incontro tra l’opera grafica di Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867) e Ellsworth Kelly (nato nel 1923), scultore e pittore americano influenzato negli anni della sua educazione parigina dalle avanguardie europee, in particolare Surrealismo e De Stijl, dall’arte di Mondrian e Van Doesburg, ma anche da Matisse e Picasso. In mostra una selezione, ad opera dello stesso Kelly, di 32 disegni e 4 oli dell’artista francese già direttore dell’Académie provenienti dal Musée Ingres di Montauban, dal Louvre, dal Museée des Beaux-Arts et d’Archéologie di Besançon e dal Musée des Beaux-Arts di Lione, affiancati ad opere recenti e talvolta inedite di Kelly in un percorso curato dal direttore Eric de Chassey.Come si è visto in occasione della mostra su Caravaggio e Bacon lo scorso autunno alla Galleria Borghese, il pubblico gradisce le relazioni pericolose e gli accostamenti acrobatici, ma considerando i modelli di Kelly e, viceversa, la sottile e profonda influenza esercitata da Ingres sull’arte contemporanea, il connubio non sembra illegittimo. Se a livello iconografico le invenzioni, l’innovazione formale e la temperatura algida e sensuale del maestro alimentano una corrente sotterranea che passando per Degas, Picasso e Matisse emerge a sorpresa in forme diverse e inaspettate (penso ai nudi femminili di gruppo di Vanessa Beecroft), è difficile sfuggire alla suggestione di un parallelo tra la purezza lineare del suo linguaggio e i disegni floreali di Kelly -nere linee continue che incidono il foglio bianco involontariamente richiamando alla memoria (colpa di Ingres!) gli schematici rilievi attici di Flaxman- e, ancora, tra le piatte campiture di colore prive di profondità e rilievo rimproverate a suo tempo al francese e le curves dell’artista americano.Nel 1855 Théophile Silvestre scriveva: “Ingres disegna gli esseri viventi come un geometra descriverebbe i corpi solidi. E che cosa non fa per definire il modellato nei suoi prestabiliti disegni lineari! Una volta ne allenta, un’altra ne stringe le parti, come il torturatore stirerebbe o accorcerebbe le membra della vittima sul letto di Procuste; qualche volta, per stanchezza, abbandona il maledetto modellato e perfeziona il contorno. Questo si chiama gettare la spada per combattere con il fodero”. Un giudizio severo e “accademico” che però suggerisce la concezione ingresiana del disegno come elemento fondamentale, esclusivo anzi, della pratica artistica: vera espressione, forma interiore, generatore di piano e modellato. I ritratti a matita di Ingres sono dei piccoli, vertiginosi miracoli di fermezza e precisione -penetranti, esatti, assoluti- in cui la sorprendente e maliziosa analisi psicologica da romanziere francese, degna della tradizione ritrattistica di Van Eyck, Dürer e Holbein, è sapientemente sospesa tra l’esecuzione minuta -micrografica eppure morbidissima- dei dettagli fisiognomici e il non finito tagliente e allusivo.Proprio questo aspetto, l’abile economia dell’equilibrio tra frammentazione analitica e sintesi compendiaria, si presta ad un’audace associazione con l’opera astratta e minimalista di un contemporaneo come Ellsworth Kelly. Più che un confronto, un gioco di assonanze il cui tono ironico e suggestivo viene enunciato immediatamente nella prima sala, nel dialogo tra il ritratto ad olio di Jean-Baptiste Desdéban (1810 ca.) e Blue Curves (2009); negli occhi i piani moltiplicati degli studi di Ingres per composizioni maggiori - in cui emerge la pratica del disegno come ricerca della “giusta forma” - il tratto incisivo e brutale dei ritratti privati realizzati da Kelly tra gli anni ‘40 e ‘80 rivela una capacità di costruzione spaziale altrimenti impercettibile, che acquista un’evidenza commovente nei chiari dischi obliqui degli sguardi fissi e lontani e nel vuoto guscio di noce del ritratto del padre sul letto di morte.
di Mariasole Garacci micromega.it

Jean-Auguste-Dominque Ingres / Ellsworth KellyRoma, Accademia di Francia a Villa Medici - Viale Trinità dei Monti, 120 giugno - 26 settembre 2010
Orario: tutti i giorni, 11.00 - 19.00; chiuso il lunedì.

Stato etico o stato laico

Diverse concrete situazioni a livello nazionale, europeo ed internazionale, decisioni parlamentari, governative e referendarie, come anche della vita privata che assurgono a livello pubblico per le implicazioni etiche e politiche che le accompagnano, con tutta la loro carica di drammaticità umana, stanno riproponendo il problema della concezione dello stato e del ruolo che esso può svolgere nelle scelte valoriali collettive e individuali.
Vale la pena precisare che, in Italia, la Costituzione, nella Parte Prima, sancisce la laicità dello Stato e, quindi, il problema non si pone nei termini di scontro fra “stato laico” e “stato etico” o confessionale, ma sul ruolo che, nell’ambito delle prerogative costituzionali, svolgono segnatamente le Istituzioni di rappresentanza politica dei cittadini (il Parlamento con le due Camere) e di esecutività (il Governo); quest’ultima è espressione della prima nel senso che esprime i rapporti di forza all’interno della più generale rappresentatività del mandato popolare.
La questione dello schieramento fra chi sostiene uno stato etico e chi vi si oppone nel nome della laicità di esso è antica, tutt’ora irrisolta e probabilmente irrisolvibile.
Il punto di vista che guida le presenti riflessioni, posto che chi scrive è sostenitore di uno stato laico - non laicista – e che ogni stato etico è stato storicamente presagio di successive dittature più o meno durevoli e dichiarate, non è quello di esercitare un’azione di convincimento ai fini di un incitamento al posizionamento fra le schiere degli uni o degli altri, quanto di riflettere ad alta voce sulla pericolosità di uno scontro radicale che - in una situazione di crisi mondiale non solo finanziaria - può comportare la deriva dell’attenzione pubblica dalle correnti pratiche politiche - e ideologiche – che disattendono sempre di più l’interesse dell’intera collettività a tutto vantaggio di prevaricanti ed urticanti rigurgiti affaristici accompagnati trasversalmente e pretestuosamente da rigidi schieramenti dogmatici riproposti di continuo in modo logorroico mediante dispute sui massimi sistemi cosiddetti eticamente sensibili.
Tutto ciò sta comportando una sempre più estesa disaffezione verso lo spazio pubblico – cioè politico – da parte della gente comune che sempre di più tende a rifugiarsi nell’individualismo del personale o gruppale benessere o nell’incistamento in una cultura nazional-popolare di basso profilo infarcita di volgari opinioni prive di scienza, ma che assurgono a punti di vista “altolocati” per la loro continua riproposizione e sovraesposizione mediatica, e di sempre più prevalenti e prevaricatori sussulti emotivi provenienti dal basso ventre.
L’innalzamento dei toni e l’asprezza dello scontro hanno come esito una scarsa attenzione verso quelle cogenti problematiche della vita, urgenti e dirimenti, che esigono una risposta concreta da parte di coloro che dovrebbero pre-occuparsene attendendo all’esercizio politico del più generale bene comune a cui occorrerebbe offrire risposte comunque attuabili dai più, condividisibili quanto alle pratiche proposte ma non necessariamente quanto ai principi e sulle quali è doveroso decidere avendo da un lato l’argine della tollerabilità diffusa e dall’altro quello del controllo pubblico per un esercizio responsabile della libertà versus ogni preteso libertarismo che, com’è noto, è l’anticamera se non delle dittature certamente di regimi oscurantistici e a vario titolo preoccupanti per il futuro della democrazia e della libertà stessa.
Indubbiamente, il problema si pone a maggior ragione quando si ammette il principio che uno stato abbia fra i suoi fini la crescita della società e la sua manutenzione attraverso la garanzia della libertà di pensiero e di educazione ad un pensiero libero, del lavoro e dei servizi per tutti e non solo per una parte di essi, delle protezioni sociali idonee a garantire una base comune di qualità della vita, della solidarietà orizzontale e verticale nel nome di una condivisa cittadinanza che è implicazione di appartenenza e di costruzione di una comune storia di destino che esige, a questo punto, la responsabilità di un’eticità pubblica delle scelte e non di un’opzione per un’etica o morale o dottrina. Si sta parlando di un’eticità pubblica doverosamente aperta alla falsificazione delle scelte sul piano della concreta applicazione di esse non alla falsificazione dell’idea stessa di una possibilità della scelta preclusa a tutte le possibili concrete alternative sulle quali deve doverosamente ragionare il legislatore nella sua azione di direzionamento della società da lui governata.
Il passaggio stesso dalla mera possibilità dell’azione di scelta fra tutte le possibili scelte, alla scelta autenticamente e concretamente possibile – quì ed ora - non avviene sul piano valoriale, ma su quello storico, politico, sociale, pragmatico, sulla base cioè dell’evidenza delle necessità della gente su una scala di lunga anche se non immodificabile prospettiva. Scelta falsificabile nel tempo sulla base di nuove realtà, non certamente sulla base di un principio ontologico/naturalistico di ancoraggio ad un apriori esterno o immanente – comunque metafisico - alla vita dell’uomo in quanto individuo e in quanto società.
Da queste premesse, non si può non accogliere la tesi, di recente esposta dal Presidente della Camera dei Deputati, e che certamente non entusiasma chi scrive proprio per la provenienza della tesi, che “non c'è contraddizione tra il riconoscimento delle radici cristiane e la richiesta di istituzioni laiche, perché la laicità è innanzitutto separazione delle due sfere…” dal momento che, come ha sostenuto di recente Mario Mauro, vicepresidente del Parlamento Europeo, il dare a Cesare e il dare a Dio, significa porre le fondamenta dell'esercizio della libertà, quindi di un habeas corpus, di ciò che della persona resta impenetrabile al potere e, nello stesso tempo, sacrificare questo sull’altare del politically correct significa far risultare politicamente corretta l’esperienza della libertà e nello stesso tempo vuol dire che le istituzioni non possono che essere il frutto di una separazione convinta, completa e articolata che non è mai ostracismo ideologico fra religione e politica.
Posto il discorso in questi termini, è fuori luogo che occorra chiedersi quale sia il ruolo e la funzione della scuola e delle istituzioni pubbliche deputate alla formazione. Quì non resta che un riferimento chiave a Gramsci e alla sua idea di formazione che, attraverso l’istruzione e la formazione lungo tutto il corso della vita, fondi un’etica condivisa che non cada nella trappola di un machiavellismo deteriore, di una politica che si presenti come un mezzo senza scopo o come un mezzo che fa di se stesso uno scopo.
Non sarà certamente l’introduzione nella vita della scuola dello studio degli articoli della Carta costituzionale il fondamento di uno stato laico, ma certamente toccherà ai docenti – almeno a quelli più avvertiti e politicamente sensibili – recuperare il senso di una Carta fondata su un’etica condivisa da quanti, pur avendo lottato per liberare l’Italia dal fascismo partendo da idee politiche diverse, sono stati in grado di cogliere nell’istanza di rifondazione di un popolo da “volgo disperso che nome non ha” - di manzoniana memoria - a nazione e popolo in grado di rifondare la propria vita in quella libertà di coscienza che è l’esatto contrario della coercizione della libera scelta e, dunque, della chiamata nella corresponsabilità di ciascun cittadino a costruire solidamente e solidarmente l’unità di una nazione nell’unità del genere umano.
Questo è l’esatto contrario del calpestare ogni libertà di coscienza e del costruire una nazione che non sia luogo di intervento regolatore sulla sregolata anarchia del mercato e di quanti ad esso fanno appello per una libertà che non abbia alcun imperativo kantiano.
In questo senso la scuola non può proporsi come indifferente ai valori, né sensibile al relativismo, ma deve giocare il suo ruolo per una “guerra di posizione” orientata da e a quei valori che sono stati incardinati e posti a fondamento della stessa Costituzione repubblicana del 1948 nata sulle macerie di ideologie totalitarie e nel clima stesso della Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite anch’essa del 1948.

a cura di Bruno Schettini, Professore Università di Psicologia SUN
Tratto da “Scuola@Europa 2009”

agosto 06, 2010

Il fascino discreto di mio nonno Buñuel

Per via dell’immininente trasloco, c’è un po’ di trambusto nella casa di Diego Buñuel, che appare sullo schermo del pc attraverso Skype. Mentre racconta del nonno, il regista Luis Buñuel, ecco comparire, nell’angolo dell’inquadratura, la moglie Maggie Kim, cantante coreane, che sta imboccando sul seggiolone la piccola Day, undici mesi. I ricordi che Diego ha del regista di Bella di giorno, s’interrompono a quando lui aveva otto anni. “Purtroppo, uno dei rimpianti più grandi della mia vita è quello di non aver avuto il tempo per comunicare con l’unico genio che avevo in famiglia”.
Nonostante quelle ascendenze così “pesanti”, Diego, 35 anni, ha però trovato la propria strada nel giornalismo televisivo. “Volevo costruirmi una vita e una professionalità mie, dovevo uscire dal cinema. Perciò sono andato a studiare giornalismo negli Usa. Lì il mio cognome non pesava, ero solo Diego, il latino”.
Nel 2004, il Los Angeles Time lo ha indicato come uno degli inviati in Iraq di maggior talento, sottolineando l’acutezza dei suoi inusuali reportage di guerra, prodotti per Capa, l’agenzia giornalistica francese per cui lavorava dopo essersi fatto le ossa nei quotidiani in America.
“Per nove anni, ho girato il mondo come reporter di guerra: dai Balcani al Venezuela, dalla Colombia al Pakistan, dall’Afghanistan a Israele. Un’esperienza formativa fortissima. Però mi ha aperto gli occhi sulla necessità di cambiare il nostro sguardo nei confronti di quei posti che ancora oggi vengono mostrati con i soliti stereotipi di morte, pericolo, sangue. Anche per colpa degli stessi media che, se vai in Afghanistan o in Pakistan, richiedono di cercare storie su talebani, oppio e burqa. Una realtà che rappresenta solo l’uno per cento di quel Paese. Il resto invece, che è come sempre molto più stratificato, ma chi lo racconta mai in tv?”.
Don’t tell my mother...(Non dire a mia madre che...) è il titolo della serie tv che lei conduce e dirige su Nat Geo Adventure. Dall’11 ottobre, sul canale 404 di Sky, andrà in onda il terzo ciclo: il lunedì, alle 22. Da ogni Paese pericoloso, lei racconta piccole storie quotidiane che illuminano la tragedia.
In Afghanistan ho mostrato la vita della prima palestra femminile, aperta nel seminterrato di una casa privata. È diventata un circolo sociale, nel quale le donne discutono di ppressione maschile. In una lavanderia irachena, mi hanno invece fatto vedere le migliaia di vestiti di bambini, di donne, di ragazzi, accatastati e mai ritirati dai proprietari perché morti. In Pakistan ho scovato una fabbrica che produce sex toys, una vera rivoluzione culturale per questo Paese. E ho scoperto che è un travestito a condurre il più importante e seguito talk show politico del canale nazionale televisivo.
Il titolo ironico è anche un’implicita critica al giornalismo di guerra paludato.
È un titolo nato per scherzo, perché mia madre ogni volta che partivo per un Paese in guerra andava nel panico. Se ci si limita alle news e ai tg, ti fai un’idea di quel mondo non dico sbagliata, perché la morte fa parte della quotidianità, ma senza sfaccettature. Il che ha dell’incredibile, visto che viviamo nell’epoca di internet, dove le fonti sono moltiplicate. Purtroppo la qualità dell’informazione resta bassa e spesso univoca.
Lo humour fa parte del suo stile. Piace ai molti giovani che la seguono e la descrivono su Facebook come un “figo”.
La generazione dei social network vive nel virtuale e conosce sempre meno la realtà, che arriva ai ragazzi come qualcosa di cui aver paura. Io, come giornalista impegnato nel mio tempo, cerco di mandare loro un messaggio di speranza: “La fuori cè un mondo diverso, che vibra, e ve lo faccio scoprire.
Uno humour che le deriva da suo nonno?
Certo. Lui usava l’umorismo surrealista per criticare la società. Io sfrutto il mio iper.realismo per criticare l’oppressione e l’ingiustizia nel mondo.
Che ricordi ha di suo nonno?
Mi ha insegnato a usare le pistole, mi portava a caccia con lui. In Messico mi portò a vedere le piramidi. Una volta lo spaventai a morte nascondendo una tarantola di gomma nel suo cassetto. Aveva la fobia dei ragni. Un’altra volta, lo misi in imbarazzo chiedendogli se fosse davvero lui in una foto trovata sulla sua scrivania: era truccato da suora.
C’è un film di Luis Buñuel che preferisce?
Penso che la mia educazione sessuale sia cominciata con i film di mio nonno, dove c’erano sempre belle donne, ed erano pieni di dettagli di gambe nude, tette, piedi…
Il suo feticismo mi ha influenzato molto. Se dovessi scegliere un film direi L’angelo sterminatore.
Un’infanzia privilegiata la sua.
Sì, ma anche frustrante. Quando ero piccolo, a casa mia a cena sono passati i più grandi scrittori, registi, intellettuali, giornalisti del tempo. Da Calder a Eco, da Chaplin a Gorge Cukor. Dunque, era un po’ naturale che, quando giocavo con gli altri bambini, mi annoiassi. Avrei voluto partecipare anche’io a quel mondo “inventato” dai grandi, di cui però non avevo i codici. Sebbene siano stati proprio i racconti del Vietnam o del Libano di alcuni dei più grandi giornalisti del New York Times a farmi appassionare a questo mestiere.
di Elena Martelli