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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 06, 2010

Il fascino discreto di mio nonno Buñuel

Per via dell’immininente trasloco, c’è un po’ di trambusto nella casa di Diego Buñuel, che appare sullo schermo del pc attraverso Skype. Mentre racconta del nonno, il regista Luis Buñuel, ecco comparire, nell’angolo dell’inquadratura, la moglie Maggie Kim, cantante coreane, che sta imboccando sul seggiolone la piccola Day, undici mesi. I ricordi che Diego ha del regista di Bella di giorno, s’interrompono a quando lui aveva otto anni. “Purtroppo, uno dei rimpianti più grandi della mia vita è quello di non aver avuto il tempo per comunicare con l’unico genio che avevo in famiglia”.
Nonostante quelle ascendenze così “pesanti”, Diego, 35 anni, ha però trovato la propria strada nel giornalismo televisivo. “Volevo costruirmi una vita e una professionalità mie, dovevo uscire dal cinema. Perciò sono andato a studiare giornalismo negli Usa. Lì il mio cognome non pesava, ero solo Diego, il latino”.
Nel 2004, il Los Angeles Time lo ha indicato come uno degli inviati in Iraq di maggior talento, sottolineando l’acutezza dei suoi inusuali reportage di guerra, prodotti per Capa, l’agenzia giornalistica francese per cui lavorava dopo essersi fatto le ossa nei quotidiani in America.
“Per nove anni, ho girato il mondo come reporter di guerra: dai Balcani al Venezuela, dalla Colombia al Pakistan, dall’Afghanistan a Israele. Un’esperienza formativa fortissima. Però mi ha aperto gli occhi sulla necessità di cambiare il nostro sguardo nei confronti di quei posti che ancora oggi vengono mostrati con i soliti stereotipi di morte, pericolo, sangue. Anche per colpa degli stessi media che, se vai in Afghanistan o in Pakistan, richiedono di cercare storie su talebani, oppio e burqa. Una realtà che rappresenta solo l’uno per cento di quel Paese. Il resto invece, che è come sempre molto più stratificato, ma chi lo racconta mai in tv?”.
Don’t tell my mother...(Non dire a mia madre che...) è il titolo della serie tv che lei conduce e dirige su Nat Geo Adventure. Dall’11 ottobre, sul canale 404 di Sky, andrà in onda il terzo ciclo: il lunedì, alle 22. Da ogni Paese pericoloso, lei racconta piccole storie quotidiane che illuminano la tragedia.
In Afghanistan ho mostrato la vita della prima palestra femminile, aperta nel seminterrato di una casa privata. È diventata un circolo sociale, nel quale le donne discutono di ppressione maschile. In una lavanderia irachena, mi hanno invece fatto vedere le migliaia di vestiti di bambini, di donne, di ragazzi, accatastati e mai ritirati dai proprietari perché morti. In Pakistan ho scovato una fabbrica che produce sex toys, una vera rivoluzione culturale per questo Paese. E ho scoperto che è un travestito a condurre il più importante e seguito talk show politico del canale nazionale televisivo.
Il titolo ironico è anche un’implicita critica al giornalismo di guerra paludato.
È un titolo nato per scherzo, perché mia madre ogni volta che partivo per un Paese in guerra andava nel panico. Se ci si limita alle news e ai tg, ti fai un’idea di quel mondo non dico sbagliata, perché la morte fa parte della quotidianità, ma senza sfaccettature. Il che ha dell’incredibile, visto che viviamo nell’epoca di internet, dove le fonti sono moltiplicate. Purtroppo la qualità dell’informazione resta bassa e spesso univoca.
Lo humour fa parte del suo stile. Piace ai molti giovani che la seguono e la descrivono su Facebook come un “figo”.
La generazione dei social network vive nel virtuale e conosce sempre meno la realtà, che arriva ai ragazzi come qualcosa di cui aver paura. Io, come giornalista impegnato nel mio tempo, cerco di mandare loro un messaggio di speranza: “La fuori cè un mondo diverso, che vibra, e ve lo faccio scoprire.
Uno humour che le deriva da suo nonno?
Certo. Lui usava l’umorismo surrealista per criticare la società. Io sfrutto il mio iper.realismo per criticare l’oppressione e l’ingiustizia nel mondo.
Che ricordi ha di suo nonno?
Mi ha insegnato a usare le pistole, mi portava a caccia con lui. In Messico mi portò a vedere le piramidi. Una volta lo spaventai a morte nascondendo una tarantola di gomma nel suo cassetto. Aveva la fobia dei ragni. Un’altra volta, lo misi in imbarazzo chiedendogli se fosse davvero lui in una foto trovata sulla sua scrivania: era truccato da suora.
C’è un film di Luis Buñuel che preferisce?
Penso che la mia educazione sessuale sia cominciata con i film di mio nonno, dove c’erano sempre belle donne, ed erano pieni di dettagli di gambe nude, tette, piedi…
Il suo feticismo mi ha influenzato molto. Se dovessi scegliere un film direi L’angelo sterminatore.
Un’infanzia privilegiata la sua.
Sì, ma anche frustrante. Quando ero piccolo, a casa mia a cena sono passati i più grandi scrittori, registi, intellettuali, giornalisti del tempo. Da Calder a Eco, da Chaplin a Gorge Cukor. Dunque, era un po’ naturale che, quando giocavo con gli altri bambini, mi annoiassi. Avrei voluto partecipare anche’io a quel mondo “inventato” dai grandi, di cui però non avevo i codici. Sebbene siano stati proprio i racconti del Vietnam o del Libano di alcuni dei più grandi giornalisti del New York Times a farmi appassionare a questo mestiere.
di Elena Martelli

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