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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 28, 2010

Musica e politica, un incontro impossibile

All'interno dell'ultima edizione di "Lingua Madre", nel contesto del Salone Internazionale del Libro di Torino, è andato in scena il programma musicale "L'AMORE DALL'EGEO AL CASPIO". Un inedito percorso musicale che raccoglie canti d’amore e separazione originari della sponda Turca del mar Egeo, da Izmir, fino al porto di Baku, capitale dell’Azerbaijan, passando per le sterminate steppe d’Anatolia.

La caratteristica che accomuna questi canti è l'appartenenza di questi repertori a differenti etnie, le quali tuttavia condividono evidentemente un patrimonio culturale comune, aldilà dei conflitti interetnici scoppiati soprattutto alla fine del '800 in Medio Oriente.

In quest'intervista, il cantante Thoni Sorano ci racconta il lavoro di ricerca che sta dietro questo progetto che si sforza di restituire un momento di unità ad una terra martoriata da guerre e sofferenze.

Cosa c’è alla base della tua ricerca musicale per questo vostro repertorio? Ci sono legami tra queste diverse etnie d’Anatolia?

“E’ da più di un decennio che affondo le mie corde vocali in questi linguaggi musicali per noi profondamente consonanti ma sconosciuti dalla parte razionale della nostra coscienza; musica turca, greca, armena, persiana, curda, araba e, all’interno di ognuna, mille altri gruppi, regioni, strumenti. Tutto sembra così monolitico dall’esterno e invece ci son

o miliardi di sfumature, tutto è collegato e coerente; i confini regionali visti da un punto di vista musicale sono morbidi, affascinanti e romantici; nulla a che vedere coi mostruosi checkpoint con due bandiere che si fronteggiano.”

Cosa c’entrano i checkpoint? Parli di politica?

“Vi sono episodi in cui la politica cerca di impossessarsi di alcune canzoni, rivendicando l’appartenenza di una melodia popolare a questo o quel gruppo etnico; tutto questo è ridicolo, e la gente che da secoli condivide quei canti di cui esistono diverse versioni, in una lingua o un’altra, lo sa bene. Purtroppo certe pressioni alle volte possono avere la meglio, ma la memoria popolare e il lavoro degli etnomusicologi può riportare la verità.”

Il contenuto principale dei brani resta comunque l’amore suppongo; quale tipo di amore?

“In questo repertorio si affronta senza pudore il fatto che amore vuol dire anche separazione, dalla persona amata ma anche dalla propria terra. Si parla infatti di esilio ( I Smirni, Ayrilik) ma anche di sensualità, alle volte di rabbia (Sevin Gayri) e altre di gelosia. In Senede Qalmaz l’amante ribadisce alla propria amata la sua urgenza di possederla per non sprecar

e il tempo della bellezza che “In te non può rimanere”, ho trovato questo punto di vista originale e ironico in un certo senso.

Ayrilik poi è un brano ispirato dall’esilio di un popolo dalla sua terra, il titolo vuol dire appunto Separazione; il maestro Gafarov mi ha raccontato che la censura non gradiva questi argomenti nelle canzoni, così il tu a cui si rivolge il cantante non è più il proprio paese ma l’amata, ma in fondo che differenza c’è? Il dolore ha mille facce.”

Qual è l’originalità de “L’amore dall’Egeo al Caspio”?

“In fondo questo viaggio musicale è anche concretamente uno dei primi itinerari della Via della Seta, al suo approdo in Asia Minore. Nonostante le evidenti parentele tra gli strumenti non si era mai associato in un repertorio la musica smirneika a quella dell’Azerbaijan. In realtà gli Azeri erano presenti nelle corti ottomane e sulla Via della Seta è provato che ci fossero degli scambi intensissimi, forse maggiori di quelli odierni in quelle stesse regioni. In questo tipo di accostamento credo risieda l’originalità di questo progetto ”

La prima parte del concerto è dedicata alle canzoni greche d’Asia Minore, che eredità ci ha lasciato quella cultura che fu estirpata agli inizi del ‘900?

“Il concerto esordisce proprio con questa citazione; infatti il brano di apertura, I Smirni , descrive la perdita di un luogo molto amato dal popolo greco, La città di Smyrne, dove Greci, Turchi e Armeni convissero per secoli. Senza dubbio l’eredità che Smyrne ci lascia, se da una parte è rappresentata dalla nostalgia e frustrazione dei rebetes in esilio, dall’altra è il cosmopolitismo e la convivenza tra diverse culture che sopravvive, nonostante l’ostilità, fortunatamente in fase di superamento, tra queste due nazioni [Turchia e Grecia ndr]. Sono sempre presenti in molte canzoni greche dei vocaboli o frasi in turco, questo testimonia l’eredità di Smyrne e spero che questo messaggio sia sempre divulgato. ”

La musica e la storia dell’Azerbaijan sono praticamente sconosciute in Europa, potresti elencarci brevemente delle caratteristiche di questa cultura?

“L’Azerbaijan è indipendente dal 1991, ovviamente la sua visibilità è stata impedita dal fatto che faceva parte dell’U.R.S.S.; adesso ha ripreso il proprio ruolo di paese ponte tra Europa e Asia Centrale.

La musica Azera ha di fatto delle caratteristiche comuni a quella ori

entale e occidentale essendo stata influenzata nel ‘700 dalla musica russa; il mugham è il suo fulcro, sia la musica religiosa che popolare o classica sono derivate da esso. Nel nostro programma abbiamo l’onore di avere il maestro Gafarov che è uno dei massimi esecutori del mugham azero. Direi che la presenza di brani azeri, eseguiti nella seconda parte del concerto, è un’altra delle peculiarità di questo progetto, in quanto sono canzoni sconosciute al pubblico italiano, ma che sono sicuro verranno percepite come sorprendentemente vicine ed emozionanti.

Da quali esperienze provengono i due musicisti coi quali hai collaborato per questo progetto? Come avete lavorato insieme?

E’ evidente da subito che sono due artisti molto diversi nei rispettivi percorsi: Il maestro Gafarov si è formato su musica e tradizione del proprio territorio; raggiungendo la prestigiosa posizione di direttore del conservatorio Nazionale.

Per motivi politici ha poi dovuto scegliere la strada dell’esilio e non c’è bisogno di sottolineare che tipo di esperienza ha vissuto a causa di ciò. E’ quindi un artista con radici fortissime e di esperienza enorme.

Carmelo invece, come me, ha scelto di crescere nutrendosi di una cultura musicale non originaria della propria terra; pertanto si è dovuto impegnare al massimo soprattutto a livello intellettuale per lo studio e a livello umano per vivere ed entrare una cultura diversa dalla propria. Questo lo ha portato a sviluppare un talento eclettico e mostruosamente versatile ed infine a diventare comunque un autorevole punto di riferimento per la musica greca in Italia.

Il nostro lavoro di gruppo è stato semplice e piacevole perché ognuno di noi aveva molto chiaro in sé che tipo di contributo avrebbe apportato al repertorio. L’unica difficoltà è stata la selezione dei brani perché il bacino da cui abbiamo attinto è ovviamente vastissimo e non è stato semplice scegliere.

www.egeocaspio.it

Alda Merini: I poeti devono vivere a piedi nudi.


Stefano Mastrosimone, autore e sceneggiatore, era diventato amico di Alda Merini, la poetessa dei Navigli, morta a Milano il primo novembre di un anno fa. Ora, per “restituire integro, attraverso le sue parole dirette, lo spirito unico, intelligente, ironico” di un’intellettuale che aveva conosciuto l’orrore dell’ospedale psichiatrico, manda in libreria per Aliberti “Una specie di follia”, fedele trascrizione di alcune delle conversazioni con Alda. Ne pubblichiamo un estratto, dove racconta cos’era per lei la poesia.
Alda Merini: L’immaginazione è un grande dono, non tutti lo possiedono. L’immaginazione viene prima della poesia, perché uno non si siede a tavolino a dire “faccio una bella poesia, faccio il temino”. Stefano Mastrosimone: Certo. Si deve prima avere il colpo… il colpo d’occhio, la visione interiore e poi la si traduce in versi. Mica tutti ce l’hanno. Quindi si tratta della capacità di “vedere prima”? Direi di sì. Io sono un po’ “profeta”, riesco a sentire quello che mi sta succedendo intorno, ho la sensazione di essere, come potrei dire, osservata, giudicata, maledetta, benedetta: è quel sesto senso che ha il poeta. C’è una cosa che sostiene i poeti visionari: ed è una volontà di ferro e di affermazione della loro verità. Ma non si tratta della fede in Dio, è la fede in ciò che vedono. Infatti, c’è una frase che lei mi ha ricordato qualche tempo fa, la diceva un medico che l’aveva in cura. Dice: “I profeti sono i figli di Dio e i poeti sono i nipoti di Dio”. Certo, perché vengono interpellati, direi, da queste forze magnifiche dell’universo che entrano proprio nel loro corpo e lo traversano. Tali onde sono fantastiche, provocano anche dolore e, spesso, i poeti camminano a piedi nudi per scaricarle: sono come delle antenne, capisce? Pensi che c’è stata una, in ospedale, che ha voluto mettermi le scarpe e dal quel momento io non ho più scritto. Perché il contatto con la terra è fondamentale. Ah, bella, quest’immagine: la scarpa come qualcosa che blocca. Sì, come un isolante. Invece, il poeta ha bisogno di vivere allo stato brado, di essere primitivo, di immergersi in una continua laudatio all’universo, per cui non si deve preoccupare del proprio abbigliamento. L’artista non si cura, vive alla giornata. La felicità di scrivere… ecco, il dono dello scrivere è la sua grande felicità. Mi piaceva scrivere, è stata sempre una tensione erotica fin da ragazzina, quando proprio non conoscevo l’amore ma usavo dei termini amorosi che sembrava che fossi chissà chi. Da che parte venga l’ispirazione, non so. Io mi ricordo che quando Bernadette ha visto la Madonna di Lourdes, hanno dovuto metterla al riparo dai curiosi. Perché, di solito, anche lo scrittore è portatore di un linguaggio che non è suo. È qualcosa di ispirato? Certo. È come si fa a scrivere, è perché si scrive, e... perché ci viene la tosse! Vogliono capire qual è il segreto della poesia: non lo sapranno mai. Non lo sa neanche il poeta. Non lo sa. Una delle cose – mi dia le ciabatte – che a me piacciono di più è poter dare la felicità: per esempio, darle cento euro se le servono, e sapere che lei è felice. Ma non voglio la sua gratitudine. Mi pare normale dividere con lei il pane quotidiano che mi dà la vita. No? Senta, secondo lei, quanto c’è di soprannaturale – se c’è – nella poesia? La poesia può essere considerata un fatto sovrumano? Nella poesia c’è una grande musica e un grande afflato amoroso con l’universo, prima di tutto. È viscerale, scende nelle profondità, rimuove le memorie, le esalta, fa una discriminazione solenne di quello che va detto e non detto . La poesia dev’essere universale, tradurre quello che è mio personale in un linguaggio che capiscono tutti, come la parabola. Accessibile a tutti. Ecco. Perché, se io le racconto che aspettavo il Nuti (Giovanni Nuti, musicista e cantante che ha collaborato a lungo con Alda Merini, e autore, fra l’altro, delle musiche contenute nel cd “Milva canta Merini”, ndr) e lui, poi, non è venuto, oppure se dico che lei è arrivato tardi, e che sono arrabbiata come una belva, bè, la gente se ne frega. Vediamo invece il paradosso di cancellare la quotidianità: prenda, per esempio, un verso di Saffo, un unico verso. Quello in cui dice “Io dormo sola”. Non dice altro. Vuol dire che è abbandonata da tutti, che sente il bisogno dell’amore. Non sta a dire: “Però, il mio letto matrimoniale è vuoto; però, Nuti non è venuto, la Valentina Cortese non mi ha telefonato”. Lei dice “Io dormo sola”. Cioè isolata da tutti, dimenticata da tutti; ecco, in un verso solo c’è tutta la grandezza di Saffo. Gli altri… quelle poesie prolisse, e tatam e tatam… in fondo rompono. Molti poeti non sono vicini ai ragazzi, che sono invece ben più moderni di loro; continuano a fare lezione ma non danno un esempio di vita. Riesce a spiegarsi il grande consenso di cui gode proprio tra i giovani? Alda Merini è molto letta dai ragazzi. Forse per un certo carisma che ho, ma non so perché. Io sono una che proprio non si trucca, non si cura, va avanti a vivere alla giornata; però i giovani mi vengono dietro, mi seguono, perché sentono in me – credo – una verità, o una fede che anche loro vorrebbero avere, oltre alla capacità di scrivere. Non si può far lezione di poesia. Assolutamente. È come fare una lezione di vita. La Terra Santa, che è una delle sue poesie più conosciute… Sì, credo che sia il mio capolavoro, Terra Santa, nel senso che lì sono riuscita a fare del manicomio un mito, quando invece era una vera schifezza. Però, quelli che cercano di portarti via il talento… quello è tremendo! Come si fa a “portar via il talento” a qualcuno? Eh… osservandolo, maledicendolo, mettendolo in manicomio. Rubandogli quei numeri superiori che fanno la sua gelosia, per esempio. Ecco, il manicomio è un furto del talento. Il manicomio è una spoliazione totale, della mente e del corpo. Ed ecco che san Francesco, a un certo punto, rifiuta il mondo e buonanotte.
di Stefano Mastrosimone IFQ

ottobre 27, 2010

Tabucchi, taccuino di un viaggiatore


Da Madras, l’unico mezzo per raggiungere Kancheepuram e Mahabalipuram, le due città sante dell’estrema punta del Sud dell’India, era l’automobile. Ma in albergo avevano cortesemente insistito affinché noleggiassimo una macchina con l’autista. A un certo punto avevo capito che dietro la cortese insistenza c’era un preciso divieto statale: nel paese Tamil Nadu non era consentito al turista, per ragioni di sicurezza, guidare personalmente una macchina affittata.
ORA IO E MARIA JOSÉ ci trovavamo fra Kancheepuram e Mahabalipuram. Il viaggio era stato molto lungo, l’automobile era una Ambassador piuttosto scassata di fabbricazione indiana, priva di aria condizionata. Dalla mia parte il finestrino si abbassava solo di pochi centimetri. L’autista era un uomo silenzioso e reticente con il quale avevo cercato di parlare delle tradizioni religiose delle due grandi città sante. «Probabilmente la sua guida può darle informazioni migliori delle mie», aveva tagliato corto, e da allora eravamo rimasti in silenzio. Faceva un caldo terrificante, le sospensioni dell’Ambassador erano ormai andate e ogni buca della strada mi entrava nelle reni. Cercavo inutilmente di far funzionare la manovella del finestrino, e i sedili rivestiti di finta pelle mi avevano incollato la camicia alla schiena per il sudore. Chiusi gli occhi e mi rassegnai. La strada era costeggiata da alberi di mango, l’autista guidava con concentrazione e fumava uno di quei sigarini indiani profumati, fatti con una sola foglia di tabacco, che si chiamano Ganesh. Mi ero appisolato, aprii gli occhi e guardai attraverso il parabrezza. C’era un passaggio a livello chiuso. In India, a un passaggio a livello, si può trovare di tutto. E infatti i viaggiatori fermi davanti alla sbarra erano piuttosto eterocliti. C’era un risciò motorizzato, dal quale il guidatore era sceso, dipinto di giallo e con un’enorme scritta indecifrabile, forse in hindi, forse in una lingua del Sud. Insomma: l’ignoto. C’era un uomo in bicicletta col viso tinto di biacca e una garza sulla bocca, era certamente di religione jainista, la biacca era un segno di umiltà e la garza sulla bocca gli impediva di ingoiare un insetto, che poteva essere la forma di una persona che stava attraversando un altro stadio dell’esistenza. C’era anche un elefante con la fronte dipinta di segni violetti, forse un elefante sacro, cavalcato dal suo karnak. Infine arrivò una motoretta e si piazzò alla destra del taxi, proprio accanto a me. Era guidata da un uomo abbastanza giovane con due segni colorati sulla fronte e una camicia bianca che gli arrivava alle ginocchia. Dietro, sul portabagagli, messo di traverso, aveva un involucro lungo e sottile avvolto in bende bianche, come un enorme sfilatino.
CHIESI ALL’AUTISTA cosa mai trasportasse. Lui succhiò il suo sigarino e rispose come se fosse la cosa più naturale del mondo: «Un cadavere». Non ebbi il coraggio di dir niente. Il sole era implacabile, sudavo, mi sentivo a disagio, avrei voluto essere altrove e invece ero lì, fermo a quell’assurdo passaggio a livello, accanto a un uomo in motoretta che trasportava un cadavere come un pacco postale. Poi vinsi la mia riluttanza e replicai: «Un cadavere, perché porta un cadavere?». «Lo porta a bruciare in un tempio di Mahabalipuram », rispose l’autista con flemma, «ci sono le pire e le acque dei laghi sono sante, possono ricevere le ceneri». Sbirciai l’uomo dalla fessura del mio finestrino. Lui si sentì osservato e a sua volta mi guardò. Io feci un cenno di saluto col capo, ma lui rimase impassibile; guardava davanti a sé il passaggio a livello, anzi, oltre il passaggio a livello. Cominciai a provare un disagio difficile da definire, come se sentissi il dovere di partecipargli in qualche modo la mia solidarietà o qualcosa di simile, e l’impossibilità di farlo mi desse un senso di colpa. Quel benedetto treno tardava a passare, ormai eravamo fermi da un quarto d’ora almeno, ero inzuppato di sudore, lo scoppiettio della motoretta, che l’uomo non aveva spento, mi martellava nella testa. Cercavo di pensare a cosa si può dire a una persona che fa il nostro stesso percorso, per quegli strani casi voluti dal caso, e invece di fare un viaggio di piacere come era il mio porta un cadavere sulla motoretta, forse suo padre o sua madre, chissà. Gli si dice: va anche lei a Mahabalipuram? Oppure: le mie più sentite condoglianze? E poi: due esseri umani, in una tale circostanza, devono davvero dirsi qualcosa? Guardai Maria José come se le chiedessi un suggerimento , ma capii che era smarrita quanto me. Accanto a noi c’era un marziano nella sua totale umanità, ma noi, a nostra volta marziani, come potevamo comunicare con un umano? Fu un impulso, le parole mi uscirono dalla bocca prima che mi fosse possibile formularle nel pensiero; guardai l’uomo e pronunciai la frase più ridicola che uno può dire in una simile circostanza. Puntandomi il dito sul petto, gli dissi: «I am Italian». Anche lui mi guardò; era uno sguardo dolce e opaco, nel quale non brillava nessuna forma di comprensione. Strinsi la mano di Maria José e ripetei automaticamente a bassa voce: «Italian».
MA IN QUEL momento il treno passò, il passaggio a livello si aprì e il nostro autista partì senza indugio suonando il clacson per cercare di superare animali e biciclette. Come per istinto mi girai a guardare l’uomo col cadavere. Il suo volto si era aperto in un largo sorriso, gli brillavano gli occhi, batteva sul manubrio della sua motoretta: «Vespa! », gridò, «Vespa!». Lo ricordo così, mentre si allontanava nel lunotto posteriore dell’automobile, che mi faceva ampi cenni di saluto con le braccia. E anch’io lo salutai infilando la mano nella fessura del finestrino.

di Antonio Tabucchi

ottobre 21, 2010

Anticipazione dell'ultimo romanzo di Camilleri

La gelosia è Angelica

L’incipit dell’ultimo romanzo di Andrea Camilleri in libreria da oggi Vigata: il commissario, Livia e i tormenti del tradimento

Esce oggi l’ultimo Montalbano di Andrea Camilleri, “Il sorriso di Angelica” per l’editore Sellerio. Qui di seguito uno stralcio del primo capitolo

di Andrea Camilleri

S’arrisbigliò subitaneo e si su-sì a mezzo con l’occhi prontamente aperti pirchì aviva di sicuro sintuto a qualichiduno che aviva appena appena finuto di parlari dintra alla sò càmmara di letto. E dato che era sulo ’n casa, s’allarmò.

Po’ gli vinni d’arridiri, pirchì s’arricordò che Livia era arrivata a Marinella la sira avanti, all’improviso, per farigli ’na sorprisa, graditissima almeno al principio, e ora dormiva della bella allato di lui.

Dalla finestra passava un filo di luci ancora violaceo della primissima alba e allura riabbasciò le palpebri, senza manco taliare il ralogio, nella spranza di farisi ancora qualichi orata di sonno.

Ma subito appresso s’arritrovò novamenti con l’occhi sbarracati per un pinsero che gli era vinuto.

Se qualichiduno aviva parlato dintra alla sò càmmara, non potiva essiri stata che Livia. La quali dunqui l’avi-va fatto nel sonno.

Prima non le era mai capitato, o forsi lei aviva in pricidenza qualichi volta parlato, ma accussì vascio da non arrisbigliarlo.

E capace che in quel momento continuava ad attrovarisi in una fasi spiciali del sonno nella quale avrebbi ancora ditto qualichi altra parola.

No, quella non era un’occasioni da perdiri.

Uno che si metti a parlari all’improviso nel sonno non può diri che cose vere, le virità che tiene dintra di lui, non s’arricordava d’aviri liggiuto che nel sogno si potivano diri farfantarie, o ’na cosa per l’altra, pirchì uno mentri che dormi è privo di difisi, disarmato e ’nnuccenti come a un picciliddro.

Sarebbi stato ’mportanti assà non pirdirisi le paroli di Livia. ’Mportanti per dù motivi. Uno di carattiri ginirali, in quanto un omo può campare per cent’anni allato a ’na fìmmina, dormirici ’nzemmula, farici figli, spartirici l’aria, cridiri d’avirla accanosciuta come meglio non si pò e alla fini farisi pirsuaso che quella fìmmina non ha mai saputo com’è fatta veramenti.

L’altro motivo era di carattiri particolari, momintanio.

Si susì dal letto quatelosamenti, annò a taliare fora attraverso la persiana. La jornata s’appresentava sirena, priva di nuvole e di vento. Po’ annò dalla parti di Livia, pigliò ’na seggia e s’assittò al capezzali, squasi fusse ’na veglia notturna di spitale. La sira avanti Livia, e questo era il motivo particolari, gli aviva attaccato un catunio giganti per gilusia, guastannogli il piaceri che aviva provato per la sò vinuta.

Le cose erano annate accussì.

Aviva squillato il tilefono e lei era ghiuta ad arrispunniri.

Ma appena che aveva ditto pronto, ’na voci fimminina all’altro capo aviva fatto: «Mi scusi, mi sono sbagliata». E la comunicazioni era stata chiusa ’mmidiato. E allura Livia si era subito amminchiata che quella era ’na fìmmina che se l’intinniva con lui, che quella sira tiniva un appuntamento e che aviva abbasciato la cornetta sintenno che lei era ’n casa. «Vi ho rotto le uova nel paniere, eh?». «Quando non c’è il gatto i topi ballano!». «Lontano dagli occhi, lontano dal cuore!». Non c’era stato verso di persuadirla diversamenti, la sirata era finuta a schifìo pirchì Montalbano aviva reagito in malo modo, disgustato cchiù che dai sospetti di Livia, dall’inesauribili caterva di frasi fatte che quella tirava fora.

E ora Montalbano spirava che Livia diciva ’na minchiata qualisisiasi che gli avrebbi dato la possibilità di pigliarisi ’na rivincita sullenne.

Gli vinni ’na gran gana di fumarisi ’na sicaretta, ma si tenne. In primisi, pirchì se Livia rapriva l’occhi e lo scopriva a fumari in càmmara di dormiri, sarebbi successo un quarantotto. In secunnisi pirchì si scantava che l’aduri del fumo potiva arrisbigliarla.

Passate un dù orate, tutto ’nzemmula gli vinni un crampo violento al polpaccio mancino.

Per farisillo spariri, accomenzò a dunduliari la gamma avanti e narrè e fu accussì che, col pedi nudo, detti inavvertitamenti un gran càvucio al bordo esterno di ligno del letto.

Provò un forti dolori, ma arriniscì a tinirisi dintra la valanga di santioni che stava per scappargli fora.

La botta al letto fici però effetto, pirchì Livia sospirò, si cataminò tanticchia e parlò.

Disse distintamenti, senza aviri la voci ’mpastata e fa-cenno prima ’na speci di risateddra:

«No, Carlo, di dietro, no». Per picca, Montalbano non cadì dalla seggia. Troppa grazia, santantò!

A lui sarebbiro abbastate una o dù paroli confuse, il minimo ’ndispensabili per fargli flabbicare un castello d’accuse basate supra al nenti, alla gisuitica.

Ma Livia ’nveci aviva ditto un’intera frasi chiara chiara, minchia!

Come se era perfettamenti vigliante. E ’na frasi che potiva fari pinsari a tutto, macari al pejo. ’Ntanto, non gli aviva mai fatto parola di un tali acchiamato Carlo. Pirchì? Se non gliene aviva mai parlato, ’na ragioni seria doveva essirici. E po’ che potiva essiri ’sta cosa che lei non voliva che Carlo le faciva di darrè? E di conseguenza: di davanti sì e di darrè no? Principiò a sudari friddo. Fu tintato d’arrisbigliare a Livia scutennula forti e ma-lamenti, taliarla con l’occhi sgriddrati e spiarle con voci ’mpiriosa da sbirro: «Chi è Carlo? Il tuo amante?». Ma quella sempri fìmmina era.

E dunque capace di nigari ogni cosa, macari ’ntordonuta dal sonno. No, sarebbe stata ’na mossa sbagliata.

La meglio era attrovare la forza d’aspittari e tirare fora il discurso al momento cchiù adatto.

Ma qual era il momento cchiù adatto?

E po’ abbisognava aviri un certo tempo a disposizioni, pirchì sarebbi stato uno sbaglio affrontari la questioni in modo diretto, Livia si sarebbi ’nquartata a difisa, no, nicissitava pigliari l’argomento alla larga, senza farle nasciri sospetti.

Addecidì d’annarisi a fari la doccia.

Di tornari a corcarisi oramà non sinni parlava.

ottobre 14, 2010

Il canto e la parola 2010: due giorni sull’altra editoria dedicata “ai lettori controcorrente”


Inaugura sabato, a Lugo, nel ravennate, la prima fiera dell’editoria indipendente della bassa romagna. O forse di tutta Italia visto che, per dirla con l’organizzatore Michele Antonellini, anche direttore artistico della terza edizione del festival letterario che ospita la fiera, “Il canto e la parola”, non è davvero indipendente chi non lo è anche economicamente. Ci spieghi meglio: “Da qualche anno in Italia si stanno moltiplicando le fiere della piccola e media editoria indipendente ma gran parte degli editori che vi partecipano appartengono a gruppi anche molto grossi. Per esempio, Guanda e Longanesi sono dentro Gems: ma come fa a dirsi indipendente un editore che non si autosostiene?”. Siete patrocinati da FIDARE, la Federazione Italiana degli Editori Indipendenti: qual è la vostra mission? “Ospitiamo esclusivamente case editrici libere, in grado di poter scegliere cosa pubblicare senza dover accettare compromessi, commerciali o politici che siano. Crediamo che il libro sia rimasto l’ultimo baluardo per veicolare una cultura libera, partecipativa, critica, capace di stimolare processi evolutivi dal basso e addirittura cambiare gli assetti di potere”. Il libro come un media? “Esatto. Se permettiamo che anche la lettura venga colonizzata, non restano più spiragli per l’affermazione della democrazia”. I due giorni di fiera, ospitati tra chiostro e corridoi dell’ex convento del Carmine, precedono di un week end il Pisa Book Festival, perché? “Per inserirci nel momento dell’anno dedicato ai lettori controcorrente. Con Pisa condividiamo molti editori, non si tratta di strapparsi pubblico, piuttosto di unire le forze. Tutte le fiere del libro underground raccolgono l’esigenza di avvicinare i divoratori della carta stampata a quei prodotti che non possono trovare nelle librerie di catena, rifiutati perché non fanno grandi numeri”. Quindi da voi solo chicche, nicchie, roba da amatore o collezionista? “Chiamiamole avanguardie letterarie. Come per esempio gli audiolibri di Alfaudiobook, specializzati esclusivamente in letteratura su cd, interpretata da attori e mixata con musiche originali, o Moby Dick, uno dei primi in Italia ad aver pubblicato libri elettronici e file e-pub”. Quanti editori avete invitato? “Arrivano in 70 da tutta Italia, dai più noti, come Frenandel, Marcos Y Marcos, Stampa Alternativa e ISBN, fino ai piccolissimi come Zona, che con il libro-cd-fumetto-video “Passeggero dell’anima”, di Fabio e Sergio Caucino, si è spinta nelle galassie della multimodalità” . Anche lei è un editore: “La mia “Discanti” è molto piccola, con la collana “Ita(g)liani” punta alla saggistica romanzata per parlare in modo approfondito ma divulgativo dei problemi dell'Italia di oggi”. Che appuntamenti ci consiglia, in questa maratona di 14 incontri con gli autori? “Sabato alle 18 Luca Martini, edito da Voras, presenterà il suo romanzo ‘Le mani in faccia’, un prodotto puro, mainstream, pop. Ma anche i reading saranno originali, come la raccolta di poesie illustrate “Dimmi”, edita da Serendipità, che vedrà in scena, domenica alle 18 sia l’autore, Davood Lotfollah, sia l'artista Zeinab Heidary Firooz”. C’è spazio per i giovani? “Moltissimo. Tutta la domenica è dedicata al fantasy. In particolare alle 11, nell’aula magna del Liceo Trisi, abbiamo organizzato un incontro sull’e-book per confrontarci con le nuove generazioni sulle ultime frontiere del leggere”.
A cura di Eugenia Romanelli IFQ

http://www.cantodellaparola.it/

ottobre 12, 2010

"Il sangue verde": al cinema i migranti di Rosarno



"Il sangue verde", di Andrea Segre, prodotto da ZaLab, coprodotto da Aeternam Films e patrocinato da Amnesty International, ricostruisce gli eventi e le violenze di Rosarno del gennaio 2010 attraverso il racconto di sette migranti africani. Girato tra Rosarno, Caserta e Roma, propone un resoconto di quei giorni e di quelli che seguirono, raccogliendo le voci di chi, pur protagonista, viene spesso lasciato nel silenzio, restituendo così la dignità del racconto in prima persona ad Abraham, John, Amadou, Zongo, Jamadu, Abraham e Kalifa.

Tutti parlano, senza rancore, di cosa è successo dal loro punto di vista e descrivono com'era, e com'è ora, la loro vita in Italia. Gli scontri di Rosarno, e il successivo trasferimento forzato di oltre un migliaio di migranti che vi abitavano, hanno mostrato come la tratta e lo sfruttamento lavorativo dei migranti e l'assenza di misure concrete contro la xenofobia e il razzismo costituiscano una miscela esplosiva, che mette a rischio i diritti umani di tutti.

Presentato il 3 settembre alla 67ma Mostra del Cinema di Venezia, e vincitore del premio "Selezione Cinema Doc Autori" nell'ambito delle Giornate degli autori, "Il sangue verde" sarà proiettato in diverse città italiane.

Amnesty.it

ottobre 06, 2010

Jonathan Franzen: Libertà


“Due minuti di ritardo”, bisbiglia Jonathan Franzen dando uno sguardo all’orologio. “Mi scusi”. La precisione è il marchio di fabbrica di Franzen. In lui nulla è approssimativo, come può testimoniare chiunque abbia letto il suo romanzo Libertà (che uscirà in Italia nel 2011). Nel parlare, come nello scrivere, sceglie le parole con cura. Come tutti gli scrittori, verrebbe voglia di dire. Se non fosse per il fatto che Franzen, 51 anni, non è uno scrittore qualunque. Secondo la rivista Time, che gli ha dedicato la copertina, è uno dei grandi della narrativa americana accanto a Roth, Bellow, Updike. Per molti versi somiglia ai maestri della letteratura dell’800 che così tanto ammira: Dickens e Tolstoj. E, come non bastasse, è una specie di rockstar. Quando ho detto agli amici che lo avrei conosciuto, non hanno potuto nascondere la loro meraviglia e la loro invidia.
Dell’invidia Johnny sa proprio tutto
FRANZEN dell’invidia sa tutto. Il suo precedente romanzo, Le correzioni, ha venduto quasi tre milioni di copie, ha vinto nel 2001 il National Book Award, è stato in corsa per il Pulitzer nel 2002 ed è stato accolto come “un capolavoro”. Naturalmente non mancano i critici, specialmente dopoilsuorifiutodiconsentirea Oprah Winfrey di includere il suo libro nel prestigioso “Oprah BookClub”,rifiutomotivatocon il timore di allontanare i lettori di sesso maschile. Piovvero gli insulti: da “elitario”, il più gentile, a “borioso cazzone”, il più pesante. A quasi dieci anni di distanza chi lo ritiene un pallone gonfiato continua ad attendere che scoppi. Di recente Newsweek ha parlato della “stanchezza di Franzen” definendolo uno “scrittore insopportabilmente presuntuoso”. In Libertà, suo quarto romanzo, saga di una famiglia del mid-west, Franzen indaga con feroce passione, con umorismo e tenacia il prezzo che dobbiamo pagare per concederci il diritto alla libertà personale e politica a spese dei nostri cari, della società e del pianeta. Franzen è fiducioso, ma realista. “È inevitabile una reazione negativa”, dice con tono gentile pur ammettendo che, se può, cerca di evitare il vetriolo. “Cerco di non leggere certe cose perché poi mi sarebbe difficile togliermi dalla testa le frasi che più mi hanno ferito e non mi piace andarmene in giro avendo brutti pensieri nella mente. Ma non credo sia possibile un altro tsunami di veleno come quello che mi investì dopo la polemica con Oprah Winfrey. Nessuno prese le mie difese”.
La paura di sembrare ripetitivo e noioso
FRANZEN parla con frasi molto lunghe e con frequenti pause. Le labbra tremano quasi a tradire un leggero disagio. A volte mentre parla aggrotta le sopracciglia da dietro gli occhiali, giocherella con l’orlo dei pantaloni e dice che è stanco di ripetersi, di sembrare un “disco rotto”. C’è nel suo aspetto qualcosa di tenero grazie anche al viso paffutello da ragazzo e ai capelli spettinati. Non è borioso. È semplicemente onesto quando sono in ballo le sue ambizioni artistiche e chiaro nella sua ricerca di una lingua intonata all’esperienza e al pensiero e nel suo desiderio di arrivare a quello che T.S. Eliot definì “correlativo oggettivo”. “La sfida” – dice – “consiste nel costruire un significato a partire dalle nostre esistenze frammentate e sbigottite”. I suoi romanzi sono un “piccolo contributo” in vista di questo obiettivo. “Ogni persona costruisce il suo significato e anche ciascun libro, se è un buon libro, costruisce un significato a partire dalla realtà. Il mio più grande desiderio è quello di condurvi, attraverso l’esperienza della lettura, in quella parte di voi nella quale non siete abituati a trascorrere troppo tempo, magari perché avete da fare”. “Credo che uno degli scopi più alti della narrativa” – aggiunge – “sia quello di ricordare alla gente chequelluogoesisteechevalela pena passarci del tempo”. Per costruire una storia sufficientemente avvincente, è assolutamente necessario – dice – attingere a “quelle parti di noi che meno ci piace guardare, alle cose di noi che più ci rendono ansiosi, alle cose peggiori che abbiamo fatto in vita nostra, alle cose più vergognose di noi”. E lì, aggiunge, “che troviamo la materia viva, pulsante”. Il passo successivo? “Trovare il modo di trasformare questa materia in una storia. E questa è la ricetta per cadere in depressione”. Franzen sa bene di cosa parla. A scrivere Libertà ci ha messo un anno, non nove. Gli altri otto li ha passati a fare i conti con il blocco dello scrittore e con la depressione. “Non ho motivo di lamentarmi dei miei problemi psicologici. Mi sono spinto a dire: ‘Se uno scrittore di tanto in tanto non fa i conti con una grave forma di depressione, probabilmente non sta facendo bene il suo mestiere’”. Quali sono i sintomi? “All’improvviso non ce la fai a fare una telefonata, non rispondi alle e-mail e sul lavoro ti limiti a prendere appunti; e poi l’idea di fare del movimento fisico risulta intollerabile”.
La felicità non costa niente (o quasi)
ORA È abbastanza felice. Nel suo giro europeo per promuovere il libro ha avuto “la prova che c’è gente che apprezza il modo in cui faccio il mio mestiere. Cosa potrebbe volere di più uno scrittore?”. Certamente non il denaro, anche perché l’impegno con cui fa il suo lavoro non gli lascia molto tempo per spenderlo. “Mi sono concesso un lusso comprando una casa a Santa Cruz”, dice. Franzen e la sua compagna, la scrittrice Kathryn Chetkovich, vivono nell’Upper East Side a New York e d’estate trascorrono due mesi e mezzo nella casa di Santa Cruz. Come è noto Franzen non va mai in vacanza, ma di tanto in tanto si dedica al birdwatching. È a Santa Cruz che ricarica le pile? “Oh no”, risponde. A Santa Cruz lavora sei ore al giorno come nella Grande Mela, in quella che Newsweek ha maliziosamente definito la sua “zona di deprivazione sensoriale”, un ufficio in affitto con le pareti insonorizzate, senza telefono e senza Internet e dove l’unico suono è quello della sua voce quando rilegge, declamando, ciò che ha scritto. Le sue giornate sono tutte uguali. “Per chi scrive, tenere sempre lo stesso ritmo è l’ideale”. Alla fine della giornata non disdegna “un drink o due, anche se il mio medico mi consiglia di berne solo uno. Uno bello grande”, aggiunge sorridendo. Un bel sorriso caldo, aperto. “Kathy cucina una o due volte la settimana. Cucino io. Vediamo spesso gli amici. Guardiamo la televisione e i film in dvd. E poi ci piace lo sport”. Sono ammutolita per la sorpresa. L’uomo che noi tutti abbiamo immaginato come un troglodita tecnofobico dalla disciplina monastica, è una persona come tante altre. Canali sportivi, cibo cinese, Kathy questo, Kathy quello, e-mail, palestra. Del tutto normali sono anche le ragioni per cui non ha figli, un fatto che per i nuovi lettori può apparire sorprendente considerato che Libertà, al pari de Le correzioni, è tutto incentrato sui sogni, le delusioni e i disastri della vita familiare. “Quando ti innamori di una persona che fin dal primo giorno ti dice che non vuole figli e tu, malgrado tutto, non te ne vai, vuol dire che hai preso una decisione, giusto?”. Sì, in un certo senso, ma è una decisione di cui ci si potrebbe pentire. “Quante volte mi è capitato negli ultimi dieci anni di sentire la mancanza di un ragazzino di due anni urlante? Mai”. E poi aggiunge: “Credo siano stati scritti molti più libri sui fratelli, sui coniugi, sui genitori, sugli amanti che sui figli degli scrittori”. Ha passato la vita, dice, a pensare alla sua infanzia in un quartiere periferico in Arizona e ai suoi genitori che ha preso a modello per i personaggi di Alfred, malato di Alzheimer, e Enidin Le correzioni. Suo padre, ingegnere civile, era “molto intelligente e molto arrabbiato. Mia madre era molto frustrata e generosa. Sotto questo aspetto, Patty e Walter Berglund [i genitori di Libertà] sono molto simili”. Un’infanzia difficile a raccogliere patate PARLA dell’“infanzia difficile” del padre, costretto dalla povertà a raccogliere le patate dopo la scuola. E ricorda il complesso rapporto tra sua madre e sua nonna materna. Della sua ex moglie, la scrittrice Valerie Cornell, sposatanel1982, Franzen preferisce non parlare. “Per questo scriviamo romanzi”, spiega. “Per non essere costretti a raccontare solamente una storia in un modo che potrebbe arrecare dolore a quanti vogliamo proteggere. C’è chi ritiene inutile la narrativa sostenendo che le stesse cose si potrebbero dire in maniera chiara ed esplicita. A meno di essere sociopatici” – e ride di nuovo–“il problema principale è che potremmo ferire qualcuno”. Parla anche di sesso e di sesso ce n’è molto nel libro, compresi uno stupro e un “violento” amplesso extraconiugale che fa pensare a Patty di aver fatto sesso “per la prima volta”. Nel libro il sesso extraconiugale ha conseguenze molto tristi: è il prezzo che si paga per esercitare la propria libertà, per rompere quella fortezza che è la famiglia. È giusto? gli chiedo. “Io voglio parlare della libertà”, risponde. “È una sorta di test per il lettore. In fondo mi auguro che tutti si prendano la briga di domandarsi: perché il libro si intitola Libertà?”.
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Traduzione di Carlo Antonio Biscotto