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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 06, 2010

Jonathan Franzen: Libertà


“Due minuti di ritardo”, bisbiglia Jonathan Franzen dando uno sguardo all’orologio. “Mi scusi”. La precisione è il marchio di fabbrica di Franzen. In lui nulla è approssimativo, come può testimoniare chiunque abbia letto il suo romanzo Libertà (che uscirà in Italia nel 2011). Nel parlare, come nello scrivere, sceglie le parole con cura. Come tutti gli scrittori, verrebbe voglia di dire. Se non fosse per il fatto che Franzen, 51 anni, non è uno scrittore qualunque. Secondo la rivista Time, che gli ha dedicato la copertina, è uno dei grandi della narrativa americana accanto a Roth, Bellow, Updike. Per molti versi somiglia ai maestri della letteratura dell’800 che così tanto ammira: Dickens e Tolstoj. E, come non bastasse, è una specie di rockstar. Quando ho detto agli amici che lo avrei conosciuto, non hanno potuto nascondere la loro meraviglia e la loro invidia.
Dell’invidia Johnny sa proprio tutto
FRANZEN dell’invidia sa tutto. Il suo precedente romanzo, Le correzioni, ha venduto quasi tre milioni di copie, ha vinto nel 2001 il National Book Award, è stato in corsa per il Pulitzer nel 2002 ed è stato accolto come “un capolavoro”. Naturalmente non mancano i critici, specialmente dopoilsuorifiutodiconsentirea Oprah Winfrey di includere il suo libro nel prestigioso “Oprah BookClub”,rifiutomotivatocon il timore di allontanare i lettori di sesso maschile. Piovvero gli insulti: da “elitario”, il più gentile, a “borioso cazzone”, il più pesante. A quasi dieci anni di distanza chi lo ritiene un pallone gonfiato continua ad attendere che scoppi. Di recente Newsweek ha parlato della “stanchezza di Franzen” definendolo uno “scrittore insopportabilmente presuntuoso”. In Libertà, suo quarto romanzo, saga di una famiglia del mid-west, Franzen indaga con feroce passione, con umorismo e tenacia il prezzo che dobbiamo pagare per concederci il diritto alla libertà personale e politica a spese dei nostri cari, della società e del pianeta. Franzen è fiducioso, ma realista. “È inevitabile una reazione negativa”, dice con tono gentile pur ammettendo che, se può, cerca di evitare il vetriolo. “Cerco di non leggere certe cose perché poi mi sarebbe difficile togliermi dalla testa le frasi che più mi hanno ferito e non mi piace andarmene in giro avendo brutti pensieri nella mente. Ma non credo sia possibile un altro tsunami di veleno come quello che mi investì dopo la polemica con Oprah Winfrey. Nessuno prese le mie difese”.
La paura di sembrare ripetitivo e noioso
FRANZEN parla con frasi molto lunghe e con frequenti pause. Le labbra tremano quasi a tradire un leggero disagio. A volte mentre parla aggrotta le sopracciglia da dietro gli occhiali, giocherella con l’orlo dei pantaloni e dice che è stanco di ripetersi, di sembrare un “disco rotto”. C’è nel suo aspetto qualcosa di tenero grazie anche al viso paffutello da ragazzo e ai capelli spettinati. Non è borioso. È semplicemente onesto quando sono in ballo le sue ambizioni artistiche e chiaro nella sua ricerca di una lingua intonata all’esperienza e al pensiero e nel suo desiderio di arrivare a quello che T.S. Eliot definì “correlativo oggettivo”. “La sfida” – dice – “consiste nel costruire un significato a partire dalle nostre esistenze frammentate e sbigottite”. I suoi romanzi sono un “piccolo contributo” in vista di questo obiettivo. “Ogni persona costruisce il suo significato e anche ciascun libro, se è un buon libro, costruisce un significato a partire dalla realtà. Il mio più grande desiderio è quello di condurvi, attraverso l’esperienza della lettura, in quella parte di voi nella quale non siete abituati a trascorrere troppo tempo, magari perché avete da fare”. “Credo che uno degli scopi più alti della narrativa” – aggiunge – “sia quello di ricordare alla gente chequelluogoesisteechevalela pena passarci del tempo”. Per costruire una storia sufficientemente avvincente, è assolutamente necessario – dice – attingere a “quelle parti di noi che meno ci piace guardare, alle cose di noi che più ci rendono ansiosi, alle cose peggiori che abbiamo fatto in vita nostra, alle cose più vergognose di noi”. E lì, aggiunge, “che troviamo la materia viva, pulsante”. Il passo successivo? “Trovare il modo di trasformare questa materia in una storia. E questa è la ricetta per cadere in depressione”. Franzen sa bene di cosa parla. A scrivere Libertà ci ha messo un anno, non nove. Gli altri otto li ha passati a fare i conti con il blocco dello scrittore e con la depressione. “Non ho motivo di lamentarmi dei miei problemi psicologici. Mi sono spinto a dire: ‘Se uno scrittore di tanto in tanto non fa i conti con una grave forma di depressione, probabilmente non sta facendo bene il suo mestiere’”. Quali sono i sintomi? “All’improvviso non ce la fai a fare una telefonata, non rispondi alle e-mail e sul lavoro ti limiti a prendere appunti; e poi l’idea di fare del movimento fisico risulta intollerabile”.
La felicità non costa niente (o quasi)
ORA È abbastanza felice. Nel suo giro europeo per promuovere il libro ha avuto “la prova che c’è gente che apprezza il modo in cui faccio il mio mestiere. Cosa potrebbe volere di più uno scrittore?”. Certamente non il denaro, anche perché l’impegno con cui fa il suo lavoro non gli lascia molto tempo per spenderlo. “Mi sono concesso un lusso comprando una casa a Santa Cruz”, dice. Franzen e la sua compagna, la scrittrice Kathryn Chetkovich, vivono nell’Upper East Side a New York e d’estate trascorrono due mesi e mezzo nella casa di Santa Cruz. Come è noto Franzen non va mai in vacanza, ma di tanto in tanto si dedica al birdwatching. È a Santa Cruz che ricarica le pile? “Oh no”, risponde. A Santa Cruz lavora sei ore al giorno come nella Grande Mela, in quella che Newsweek ha maliziosamente definito la sua “zona di deprivazione sensoriale”, un ufficio in affitto con le pareti insonorizzate, senza telefono e senza Internet e dove l’unico suono è quello della sua voce quando rilegge, declamando, ciò che ha scritto. Le sue giornate sono tutte uguali. “Per chi scrive, tenere sempre lo stesso ritmo è l’ideale”. Alla fine della giornata non disdegna “un drink o due, anche se il mio medico mi consiglia di berne solo uno. Uno bello grande”, aggiunge sorridendo. Un bel sorriso caldo, aperto. “Kathy cucina una o due volte la settimana. Cucino io. Vediamo spesso gli amici. Guardiamo la televisione e i film in dvd. E poi ci piace lo sport”. Sono ammutolita per la sorpresa. L’uomo che noi tutti abbiamo immaginato come un troglodita tecnofobico dalla disciplina monastica, è una persona come tante altre. Canali sportivi, cibo cinese, Kathy questo, Kathy quello, e-mail, palestra. Del tutto normali sono anche le ragioni per cui non ha figli, un fatto che per i nuovi lettori può apparire sorprendente considerato che Libertà, al pari de Le correzioni, è tutto incentrato sui sogni, le delusioni e i disastri della vita familiare. “Quando ti innamori di una persona che fin dal primo giorno ti dice che non vuole figli e tu, malgrado tutto, non te ne vai, vuol dire che hai preso una decisione, giusto?”. Sì, in un certo senso, ma è una decisione di cui ci si potrebbe pentire. “Quante volte mi è capitato negli ultimi dieci anni di sentire la mancanza di un ragazzino di due anni urlante? Mai”. E poi aggiunge: “Credo siano stati scritti molti più libri sui fratelli, sui coniugi, sui genitori, sugli amanti che sui figli degli scrittori”. Ha passato la vita, dice, a pensare alla sua infanzia in un quartiere periferico in Arizona e ai suoi genitori che ha preso a modello per i personaggi di Alfred, malato di Alzheimer, e Enidin Le correzioni. Suo padre, ingegnere civile, era “molto intelligente e molto arrabbiato. Mia madre era molto frustrata e generosa. Sotto questo aspetto, Patty e Walter Berglund [i genitori di Libertà] sono molto simili”. Un’infanzia difficile a raccogliere patate PARLA dell’“infanzia difficile” del padre, costretto dalla povertà a raccogliere le patate dopo la scuola. E ricorda il complesso rapporto tra sua madre e sua nonna materna. Della sua ex moglie, la scrittrice Valerie Cornell, sposatanel1982, Franzen preferisce non parlare. “Per questo scriviamo romanzi”, spiega. “Per non essere costretti a raccontare solamente una storia in un modo che potrebbe arrecare dolore a quanti vogliamo proteggere. C’è chi ritiene inutile la narrativa sostenendo che le stesse cose si potrebbero dire in maniera chiara ed esplicita. A meno di essere sociopatici” – e ride di nuovo–“il problema principale è che potremmo ferire qualcuno”. Parla anche di sesso e di sesso ce n’è molto nel libro, compresi uno stupro e un “violento” amplesso extraconiugale che fa pensare a Patty di aver fatto sesso “per la prima volta”. Nel libro il sesso extraconiugale ha conseguenze molto tristi: è il prezzo che si paga per esercitare la propria libertà, per rompere quella fortezza che è la famiglia. È giusto? gli chiedo. “Io voglio parlare della libertà”, risponde. “È una sorta di test per il lettore. In fondo mi auguro che tutti si prendano la briga di domandarsi: perché il libro si intitola Libertà?”.
(c) Telegraph Group Limited di Geneviev Fox
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

2 commenti:

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