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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 27, 2010

Tabucchi, taccuino di un viaggiatore


Da Madras, l’unico mezzo per raggiungere Kancheepuram e Mahabalipuram, le due città sante dell’estrema punta del Sud dell’India, era l’automobile. Ma in albergo avevano cortesemente insistito affinché noleggiassimo una macchina con l’autista. A un certo punto avevo capito che dietro la cortese insistenza c’era un preciso divieto statale: nel paese Tamil Nadu non era consentito al turista, per ragioni di sicurezza, guidare personalmente una macchina affittata.
ORA IO E MARIA JOSÉ ci trovavamo fra Kancheepuram e Mahabalipuram. Il viaggio era stato molto lungo, l’automobile era una Ambassador piuttosto scassata di fabbricazione indiana, priva di aria condizionata. Dalla mia parte il finestrino si abbassava solo di pochi centimetri. L’autista era un uomo silenzioso e reticente con il quale avevo cercato di parlare delle tradizioni religiose delle due grandi città sante. «Probabilmente la sua guida può darle informazioni migliori delle mie», aveva tagliato corto, e da allora eravamo rimasti in silenzio. Faceva un caldo terrificante, le sospensioni dell’Ambassador erano ormai andate e ogni buca della strada mi entrava nelle reni. Cercavo inutilmente di far funzionare la manovella del finestrino, e i sedili rivestiti di finta pelle mi avevano incollato la camicia alla schiena per il sudore. Chiusi gli occhi e mi rassegnai. La strada era costeggiata da alberi di mango, l’autista guidava con concentrazione e fumava uno di quei sigarini indiani profumati, fatti con una sola foglia di tabacco, che si chiamano Ganesh. Mi ero appisolato, aprii gli occhi e guardai attraverso il parabrezza. C’era un passaggio a livello chiuso. In India, a un passaggio a livello, si può trovare di tutto. E infatti i viaggiatori fermi davanti alla sbarra erano piuttosto eterocliti. C’era un risciò motorizzato, dal quale il guidatore era sceso, dipinto di giallo e con un’enorme scritta indecifrabile, forse in hindi, forse in una lingua del Sud. Insomma: l’ignoto. C’era un uomo in bicicletta col viso tinto di biacca e una garza sulla bocca, era certamente di religione jainista, la biacca era un segno di umiltà e la garza sulla bocca gli impediva di ingoiare un insetto, che poteva essere la forma di una persona che stava attraversando un altro stadio dell’esistenza. C’era anche un elefante con la fronte dipinta di segni violetti, forse un elefante sacro, cavalcato dal suo karnak. Infine arrivò una motoretta e si piazzò alla destra del taxi, proprio accanto a me. Era guidata da un uomo abbastanza giovane con due segni colorati sulla fronte e una camicia bianca che gli arrivava alle ginocchia. Dietro, sul portabagagli, messo di traverso, aveva un involucro lungo e sottile avvolto in bende bianche, come un enorme sfilatino.
CHIESI ALL’AUTISTA cosa mai trasportasse. Lui succhiò il suo sigarino e rispose come se fosse la cosa più naturale del mondo: «Un cadavere». Non ebbi il coraggio di dir niente. Il sole era implacabile, sudavo, mi sentivo a disagio, avrei voluto essere altrove e invece ero lì, fermo a quell’assurdo passaggio a livello, accanto a un uomo in motoretta che trasportava un cadavere come un pacco postale. Poi vinsi la mia riluttanza e replicai: «Un cadavere, perché porta un cadavere?». «Lo porta a bruciare in un tempio di Mahabalipuram », rispose l’autista con flemma, «ci sono le pire e le acque dei laghi sono sante, possono ricevere le ceneri». Sbirciai l’uomo dalla fessura del mio finestrino. Lui si sentì osservato e a sua volta mi guardò. Io feci un cenno di saluto col capo, ma lui rimase impassibile; guardava davanti a sé il passaggio a livello, anzi, oltre il passaggio a livello. Cominciai a provare un disagio difficile da definire, come se sentissi il dovere di partecipargli in qualche modo la mia solidarietà o qualcosa di simile, e l’impossibilità di farlo mi desse un senso di colpa. Quel benedetto treno tardava a passare, ormai eravamo fermi da un quarto d’ora almeno, ero inzuppato di sudore, lo scoppiettio della motoretta, che l’uomo non aveva spento, mi martellava nella testa. Cercavo di pensare a cosa si può dire a una persona che fa il nostro stesso percorso, per quegli strani casi voluti dal caso, e invece di fare un viaggio di piacere come era il mio porta un cadavere sulla motoretta, forse suo padre o sua madre, chissà. Gli si dice: va anche lei a Mahabalipuram? Oppure: le mie più sentite condoglianze? E poi: due esseri umani, in una tale circostanza, devono davvero dirsi qualcosa? Guardai Maria José come se le chiedessi un suggerimento , ma capii che era smarrita quanto me. Accanto a noi c’era un marziano nella sua totale umanità, ma noi, a nostra volta marziani, come potevamo comunicare con un umano? Fu un impulso, le parole mi uscirono dalla bocca prima che mi fosse possibile formularle nel pensiero; guardai l’uomo e pronunciai la frase più ridicola che uno può dire in una simile circostanza. Puntandomi il dito sul petto, gli dissi: «I am Italian». Anche lui mi guardò; era uno sguardo dolce e opaco, nel quale non brillava nessuna forma di comprensione. Strinsi la mano di Maria José e ripetei automaticamente a bassa voce: «Italian».
MA IN QUEL momento il treno passò, il passaggio a livello si aprì e il nostro autista partì senza indugio suonando il clacson per cercare di superare animali e biciclette. Come per istinto mi girai a guardare l’uomo col cadavere. Il suo volto si era aperto in un largo sorriso, gli brillavano gli occhi, batteva sul manubrio della sua motoretta: «Vespa! », gridò, «Vespa!». Lo ricordo così, mentre si allontanava nel lunotto posteriore dell’automobile, che mi faceva ampi cenni di saluto con le braccia. E anch’io lo salutai infilando la mano nella fessura del finestrino.

di Antonio Tabucchi

2 commenti:

hotel rimini ha detto...

l'ho trovato una lettura davvero interessante

Ivan Polocic ha detto...

Ho letto anche la restante parte del libro...ma ho cercato questo piccolo paragrafo nella speranza che qualcuno lo avesse postato. L'ho trovato un brano di un'infinita umanità, oltre che un esempio di grande bravura stilistica.