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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 15, 2010

Giù le mani da Rino

Certi giorni, come nel caso de L’Aja per cose ben peggiori o magari equivalenti, immagino un’Alta Corte per i Crimini Televisivi, soprattutto quando c’è di mezzo la reiterazione, voluta e consapevole, concepita con l’intenzione perfida d’essere così più convincenti, più certi di penetrare fin dentro il più periferico neurone preposto a trattenere l’ascolto. L’esempio che qui sento di dover fare, esemplificativo quanto vuoi, eppure destinato a rappresentare la prima prova dell’esistenza di un crimine passibile di denuncia, riguarda le canzoni che accompagnano gli spot, autentici chiodi sonori, molto più acuminati e portatori di un tetano spirituale di quelli che completavano la croce di Nostro Signore. Coloro che hanno ordito lo spot-manifesto realizzato per il Monte Paschi di Siena, be’, quelli, onestamente parlando, sono in prima linea per raggiungere la sbarra. E qui l’osservatore compassato non può che lasciare posto all’orango, al King Kong. Bene, il sottoscritto da mesi e ancora mesi sogna infatti che sia messo fuori legge, magari direttamente grazie a decreto internazionale, l’uso, nel senso di pubblico ascolto televisivo, del più celebre brano del compianto cantautore romano di Monte Sacro Rino Gaetano. Esatto: mai più percepire il benché minimo suono di “Ma il cielo è sempre più blu”. La sola vista di quel primo fotogramma dove un pacco di giornali tocca il suolo davanti al chiosco e i successivi istanti dove, in progressione, compaiono i computer, i giocolieri sullo sfondo di San Pietro, il Duca di Montefeltro così come lo ritrasse Piero Della Francesca e poi la sua reincarnazione in veste di gestore di agriturismo munito di V7 Guzzi, la semplice rivelazione di quella sequenza accompagnata dal pezzo del compianto Rino, tutto ciò ha il potere di rendermi ormai idrofobo, di più, mi infonde una carnivora rabbia da gorilla violento eppure immacolato sul pennone del duomo di Milano, addirittura accostato alla Madonnina, lì a urlare che nun se regge più “Ma il cielo è sempre più blu”!!! Quel pezzo di quando avevo prosaicamente vent’anni, cresciuto dall’humus di quando era bello pensare che dopo Marx sarebbe giunto aprile, e infine ,dopo Mao, giugno, quel pezzo così ciancicato e per sempre obliterato dall’uso che ne ha fatto la pubblicità. A proposito, l’ho già detto che non ne posso davvero più di sentire “Ma il cielo è sempre più blu” negli spot pubblicitari? Ovviamente, l’Alta Corte per i Crimini Televisivi (e dei Pubblicitari, va aggiunto) dovrebbe agire ad ampio spettro, non dimenticando che a pochi istanti di distanza di programmazione c’è Galbusera che ha assassinato, sempre grazie all’usura d’ascolto, un altro brano un tempo immortale come “Boom” del non meno compianto Charles Trenet, il cantante della felicità. Perduta. E forse perfino Astor Piazzolla con il suo “Libertango” ormai detestiamo al primo colpo di plettro e bandoneon grazie alla pubblicità della Vecchia Romagna, dove la giornalista si ingrifa del bel giovane durante le prove di un Palio. Un tribunale che agisca anche sui crimini pregressi: mi sembra ieri che il siparietto di una nota casa di lingerie si accanì sulla voce di Billie Holiday rendendocela sinonimo di sottoveste, esautorandola così d’ogni poesia. Una moratoria, sì. Almeno “Ma il cielo è sempre più blu” mai più in uno spot. Mai più. Nunca mas!
di Fulvio Abbate IFQ
www.teledurruti.it

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