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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 23, 2010

Harpo Marx, la voce muta


Ho lavato i piatti in un postribolo. Ho portato fuori dalla Russia documenti segreti. Ho insegnato a una banda di criminali a suonare l’arpa. Mi sono messo a sedere per terra con Greta Garbo, ho cavalcato con il principe di Galles, ho giocato a ping-pong con George Gershwin. George Bernard Shaw mi ha chiesto consiglio”. Queste sono solo poche righe delle memorie di Adolph Marx (New York 1888-Los Angeles 1964), il comico che smise di parlare alla fine del 1915 e non fece mai più sentire la sua voce né al cinema né in televisione. Però Adolph, più conosciuto come Harpo, aveva una sua voce e ha scritto una autobiografia alla quale, come a tutti gli scritti dei fratelli Marx, bisogna credere sulla parola... oppure no; a cominciare dall’anno di nascita: il 1893, assicura Harpo.
“HARPO PARLA” non è solamente un libro di memorie, ma una delirante cavalcata scritta da uno dei più grandi mimi del XX secolo, una guida per sapere qualcosa della vita dei fratelli più famosi del cinema, un libro nel quale Harpo racconta le sue avventure così come ha fatto Groucho nella sua autobiografia “Groucho e io”. Harpo si definisce all’inizio del libro: “Se c’è una cosa di caratteristico in me, è la sola cosa che il pubblico non conosce: la voce. Parlo con l’accento della 93esima di East Manhattan. Se vi è capitato di vedere un film dei fratelli Marx, già sapete quale è la differenza tra Chico e me. Quando insegue una ragazza
per tutto lo schermo è Lui. Quando si mette a sedere e suona l’arpa, sono Io”. Harpo lascia la scuola a otto anni e si guadagna da vivere come tanti furfantelli newyorchesi. Mentre il maggiore, Chico, vince e perde denaro al biliardo alla velocità della luce e Groucho legge, Harpo passa da un lavoro a un altro. Suo padre, Samuel Marx, immigrante tedesco di religione ebraica, che in famiglia tutti chiamano Frenchie, è un magnifico cuoco, ma uno dei peggiori sarti di Manhattan. Harpo viaggia con il padre. “La mia mansione ufficiale consisteva nel mettere in mostra i pregi e nascondere i difetti“.
SUA MADRE , Minnie, ha nella vita una sola ossessione: “Prendersi cura di suo fratello più piccolo e fare in modo che i suoi cinque figli raggiungano il successo nel mondo dello spettacolo”. Per pagine e pagine Harpo descrive le sue avventure da bambino e i primi passi nel mondo dello spettacolo: “A 13 anni scoprii che alcuni negozi del vicinato pagavano un centesimo per un gatto. Non ricordo perché. Mi trasformai in impresario. Groucho ed io mettemmo in scena nello scantinato il popolare sketch di zio Al, “Quo Vadis con i piedi all’insù”.
Prezzo di ingresso: un gatto. Fu la mia prima esibizione in pubblico. Vendemmo sette biglietti pari a sette gatti. Ma incassammo solamente quattro centesimi perché tre gatti scapparono. Così vanno gli affari nel mondo dello spettacolo”.
QUALCHE GIORNO dopo, approfittando dell’assenza della madre, Harpo si maschera da sgualdrina, tira fuori la sua voce stridula e va a tagliarsi i capelli dai Baltzer, una famiglia amica di suo zio Al. Lì comincia a civettare con gli uomini e a mettersi contro le donne che urlano: “Buttate fuori questa puttana!”. Quando chiamano la polizia, Harpo si toglie la parrucca. “Ero orgoglioso della mia esibizione. In famiglia ero diventato un personaggio”. Chico e Harpo si somigliano al punto che in epoche diverse suonano il piano nel medesimo bordello e la madame li confonde
. Minnie mise su una compagnia teatrale di famiglia quando Harpo ha 14 anni: “Appena ho visto il pubblico sono tornato bambino. La mia reazione è stata istantanea: me la sono fatta nei pantaloni”. Qualche anno dopo la madre li lascia soli sulla scena. “Corsi in scena, spinsi Chico giù dallo sgabello del pianoforte e gli impedii di suonare. Groucho mi scacciò con uno spintone. Chico scacciò Groucho. Io diedi una spinta a Chico. E in tutta questa baraonda il piano continuò a suonare e Groucho continuò a cantare La donna è mobile nel suo italiano assurdo. Venne giù il teatro”. Questo episodio accadde poco prima che la stroncatura di un critico inducesse Harpo a non aprire più bocca. Nelle memorie si parla anche del suo amore per l’arpa (“Nel giro dei teatri Pantages ho conosciuto uno che si è perso la bara con il cadavere di sua moglie dentro, ma io non ho mai perso l’arpa”), del primo provino a Hollywood (“un aiuto regista della MGM mi disse ‘levati di torno e non farti più vedere’”), del debutto dei fratelli Marx a Broadway nel 1924, della sua fama in tutto il Paese, del suo successo al cinema e in televisione, della sua popolarità internazionale, dei suoi figli, dei suoi numerosi infarti. Le sue memorie furono pubblicate per la prima volta nel 1962, due anni prima della sua morte. Tra le pagine affiora continuamente la nostalgia dell’infanzia in compagnia dei fratelli: Leo (Chico), Julius (Grouch), Milton (Gummo) e Herbert (Zeppo). E, sul finire, una nota malinconica: “Mia moglie mi dice: per essere un tipo che si spaccia per un ascoltatore di professione, ultimamente parli un sacco”.

di Gregorio Belinchon
Copyright El Paìs
Traduzione
di Carlo Antonio Biscotto
Il Fatto Quotidiano

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