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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 24, 2010

Seconda parte di “Fratelli di storia” di Baliani: in scena la Repubblica di un giorno


Immaginate quattromila ragazzi, tutti tra i 15 e i 40 anni, che - asserragliati sul Gianicolo - scelgono di sacrificare la propria vita in nome della democrazia. Combattono contro trentamila francesi, ben coscienti di non potercela fare. Eppure ci provano, resistono e muoiono. Per salvare l’Italia, per salvare la Costituzione. Una storia d’altri tempi, non c’è dubbio. Da cui avremmo solo da imparare. Si chiama La Repubblica di un solo giorno ed è il secondo momento del progetto Fratelli di storia, che vede la regia di Marco Baliani e che debutta questa sera al Teatro India di Roma. Nel febbraio 2010 fu Piazza d’Italia, sull’omonimo testo di Antonio Tabucchi: la memoria del Paese narrata attraverso le vicende di un borgo dell’alta Toscana e dei suoi abitanti, nell’arco storico che va dall’Unità d’Italia ai primi anni Sessanta. Quest’anno Baliani ha lavorato a quattro mani con Ugo Riccarelli (Premio Strega nel 2004), lasciando lo stesso gruppo di attori. L’occasione è il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, un’occasione per il Teatro di Roma per riportare alle memoria alcune tappe importanti della storia del Paese. “Troppo spesso dimenticate o lette con sufficienza”, commenta Riccarelli.
1849, ROMA: una Repubblica che durò un giorno (la “Repubblica dei briganti” la definirono i sostenitori di Papa Pio IX), perché la Costituzione venne presentata il 3 luglio sulla Piazza del Campidoglio
bardata a festa, nello stesso momento in cui i francesi scendevano dalle pendici del Gianicolo per restituire la città al Papa Re. Personaggi come Mazzini e Mameli, Garibaldi e Anita, il Papa e i Borboni, il terribile Oudinot a capo dell’esercito francese, e quattromila giovani romantici pronti a immolarsi. E infatti Roma venne normalizzata, ma – come scrisse Mazzini – i briganti avevano dimostrato che era possibile autodeterminarsi, lottare contro la tirannia, fondare un sistema di vita che riconoscesse dignità e cittadinanza ad ogni persona. “Fu un grande sogno di democrazia – racconta ancora Riccarelli – che durò troppo poco ma che produsse una Costituzione modernissima, della quale la nostra Carta conserva tracce evidenti”. Per la prima volta il cittadino e i suoi diritti vennero messi al centro dello Stato, vi fu un’idea di welfare, la democrazia fu scelta come sistema di governo, si sancì la separazione dei poteri tra Stato e Chiesa. Un sogno rimasto sospeso, congelato, incompiuto, ma che avrebbe poi messo radici un secolo più tardi. “Non fu una sconfitta, Mazzini vinse perché dimostrò che in pochi mesi era possibile costruire uno Stato democratico e scrivere una Costituzione rivoluzionaria”.
ALTRI TEMPI, altri ideali. “Quello che colpisce i giovani che abbiamo coinvolto nel progetto – prosegue lo scrittore – è la giovinezza di quei protagonisti. Mazzini e Garibaldi erano poco più che quarantenni, Mameli aveva
22 anni. E invece quando si parla del Risorgimento ci si immagina gente adulta, barbosa, polverosa. Fu il ‘68 dell’epoca”. Un’epoca in cui i giovani credevano ancora in qualcosa: “Un’intera generazione coltivava un’ideale, seppure con alcune differenze sostanziali: c’erano i cattolici e c’erano gli estremisti giacobini. Ma tutti avevano il senso di una nazione unita e arrivarono a Roma da tutta Italia per difendere la democrazia. Cittadini, non sudditi”. Un insegnamento per i ragazzi del 2010, che da “quei ragazzi” avrebbero molto da imparare. È per questo che, all’interno del progetto Fratelli di storia, gli studenti di molte scuole hanno compiuto percorsi sui luoghi della battaglia, sul Gianicolo o nel-l’attuale museo di Palazzo Braschi, dove è allestita una mostra. Non solo: la Repubblica Romana compì scelte “di sinistra”: furono presi i beni della Chiesa, del Papa Re, e furono utilizzati per la popolazione; venne abolita la tassa sul sale, per fare in modo che la gente conservasse i cibi; fu abolita la pena di morte; il Sant’Uffizio venne abolito con un tribunale civile. In pochi mesi, da febbraio a luglio, venne messo insieme un vero progetto democratico.
E TUTTO questo viene raccontato con la forza del teatro, perché la materia di cui sono fatti gli uomini non cede il passo ai tempi e alla memoria dimenticata. In scena i corpi si alternano a gesti, canti, danza e manufatti creati per l’occasione. L’immagine è quella di una barricata, “un urlo di oggetti – spiega Baliani – scagliati fuori dalla vita di tutti i giorni, accatastati per alzarsi a fronteggiare l’impossibile. Una barricata composta di storie, di voci, di volti, un arazzo di immagini corali”.
di Silvia D'Onghia IFQ


Il regista Marco Balliani (FOTO OLYCOM)

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