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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 17, 2010

Modigliani, Maestro senza Maestro


Era il settembre 1984: stanchi di assistere all’inutile dragaggio del Fosso Reale stabilito da Vera Durbè, direttrice del Museo Progressivo d’Arte Contemporanea di Livorno – si era nel pieno delle celebrazioni del centenario della nascita di Amedeo Modigliani e si ricercavano le leggendarie teste perdute dall’artista ‘sregolato e lati-tante’ – tre giovani buontemponi gettarono due sassi di pietra scolpiti con un Black & Decker, diventando in pochi istanti un caso mediatico internazionale. Anche dopo venticinque anni è difficile dimenticare le immagini dirompenti di quella beffa tanto ben rappresentata: lo Speciale Tg1 di Frajese che raccoglieva le dichiarazioni dei tre giovani (“visto che non si trovava nulla abbiamo deciso di far trovare qualcosa”) e l’esecuzione dei falsi in diretta, le favorevoli attribuzioni dei critici d’arte più accreditati, lo sconcerto sul volto della Durbè all’indomani della dichiarazione di evidente inautenticità delle teste.
DA TUTTO questo – e dal silenzio critico sulla scultura di Modì ad esso seguito – prende le distanze Gabriella Belli, direttrice del Mart di Rovereto, che il 18 dicembre inaugura una grande mostra di assoluta purezza scientifica, dedicata proprio e solo al “Modigliani Scultore” (ideata e curata insieme a Fabio Fergonzi e Alessandro Del Puppo). La Belli rivendica il progetto quasi come fosse una reazione in positivo al penalizzante clamore critico dell’84: “Una leggenda così diffusa che solo accurati e ben approfonditi studi scientifici possono oggi allontanare, speriamo per sempre”. La dubbia mitologia modiglianesca, che ha condizionato tutto il giudizio sulla sua opera, nasce da lontano, da una biografia tormentata, dall’ostilità feroce degli stessi livornesi, dalla vita dissoluta e malaticcia, dalla difficoltà di risalire alle fonti del suo genio artistico (che poi determinò la sua successiva fortuna) e infine dalla fine tragica e precoce, nel 1920, a soli 36 anni. Modigliani non fu solo l’italiano dal temperamento irascibile in cerca di fortuna nella Parigi modernista, alcolizzato e scapestrato, ma un autentico artista, un autore del mondo che travalicò i confini del suo paese anche in cerca di un riscatto che i suoi compaesani e l’Italia stessa gli negarono tutta la vita, come è confermato dal fatto che di 28 sculture il nostro paese non ne possiede neanche una.
ERA UN MAESTRO senza maestri né discepoli, che aveva sedimentato in sé tutto ciò che aveva visto e annusato (prima nei soggiorni giovanili nel sud dell’Italia poi a Parigi), dalle suggestioni di Cezanne sino alle ricerche di Picasso e Brancusi, per poi giungere a una sintesi tanto astratta quanto misteriosa e personale, raggiungendo così un’autonomia totale – un isolato, volutamente appartato dal circuito dei movimenti che animavano Parigi, alla ricerca di tramiti culturali insoliti e differenti, autore di una formula totalmente originale, antica e contemporanea. Fu forse l’incontro con Brancusi, nel 1909, ad avvicinarlo in parte alla sensibilità ‘primitiva’, che tuttavia non lo orientò definitivamente verso gli stilismi astratti, ma lo consolidò nel raggiungimento di una purezza volumetrica capace di esprimere il sentimento della bellezza assoluta: lontana dalla verità quotidiana ma con l’intensità del vivere nel reale. La scultura, esercitata a taglio diretto e a pieno ritmo per soli due anni – attività misteriosamente terminata già nel 1913 – assume in questa ottica un valore fondamentale riguardo il rapporto esistente tra le opere in questione e i disegni preparatori, tutti presenti in mostra. Lo staff del Mart ha impiegato ben sei anni – con indagini scientifiche in quasi tutto il mondo, tra Europa, Australia e Stati Uniti, tra musei, fondi di magazzini, collezionisti privati, archivi - per realizzare un progetto di ricerca e una mostra totalmente inediti dedicati specificatamente all’opera scultorea, raramente oggetto di interesse da parte della critica d’arte istituzionale, dando vita a un nuovo racconto, fondato questa volta su una seria ricostruzione storico-artistica e una altrettanto sistematica analisi filologica e stilistica dell’operato di Modigliani. Il riferimento utilizzato è la catalogazione storica delle sculture del 1965 attuata da Ambrogio Ceroni nel 1965, che non cambia di molto il numero delle autentiche, che da 25 (di cui oggi 15 appartengono a collezioni pubbliche e le altre sono disperse o conservate presso inaccessibili collezioni private), passa a 28 proprio grazie agli studi effettuati dai curatori della mostra.
IL CONFRONTO si estende a riferimenti insoliti, come quella tra le teste di Minneapolis e di Washington (mai giunte prima in Italia) e la Battista Sforza di Francesco Laurana – apice della scultura rinascimentale italiana – e ancora con il Busto di donna del 1907 di Pablo Picasso. Un modo diretto per scoprire quanto la formazione della scultura di Modì sia davvero legata al primitivismo o vada dirottata verso un’impostazione colta e di pura osservazione del museo, sia egizio che rinascimentale. Una cosa è certa: come pochi altri protagonisti delle avanguardie artistiche del '900, Modigliani colse le suggestioni della storia e le fece inesorabilmente e totalmente sue.
di Claudia Colasanti - IFQ
Modigliani scultore. Mart,

Corso Bettini 43, Rovereto.
Orario: lun-dom 10-18, ven 10 - 21.
www.mart.trento.it

Dal 18
dicembre al 27 marzo 2011

dicembre 09, 2010

Nina Hagen: la svolta "Bio" del rock duro


E poi con degli amici abbiamo anche un piccolo terreno, fuori Berlino e anche alla periferia di Amburgo, dove vive mia figlia. Lo abbiamo completamente risanato e trasformato. Ora lo coltiviamo, ovviamente in modo Bio. E ci coltiviamo anche il grano per fare il pane per tutti. E magari questo ha anche a che fare con il mio modo di fare musica. Come hanno detto i critici più sonnolenti, dal punk al gospel. Bah…”.

E LE SCORIE atomiche contro le quali in Germania si protesta quasi ogni giorno? “Voglio la pace e attenzione a quei rifiuti: vogliamo tornare ai tempi dei bambini che nascevano straziati, deformi e malati?”.
Nina Hagen, rockeuse berlinese 55enne, una manciata di mesi fa battezzata da un pastore battista, per anni l’unica cantante rock europea che ha fatto da giovanissima battistrada ad eroi come Lou
Reed, Iggy Pop e David Bowie quando andavano a Berlino negli anni Ottanta per registrare i loro dischi di allora all’ombra del Muro, ha attraversato le notti romane dello scorso fine settimana. Ha cantato al Parco della Musica (scommessa non facile dell’ad Carlo Fuortes, ma scommessa stravinta) e all’una dopo il concerto c’erano ancora i fan ad attenderla nel freddo di una capitale dimezzata. A celebrare la vecchia liturgia del saluto più che dell’auto-grafo, come in un macchina del tempo rock che ora si attarda davanti ad alcune mezze figure musicali, anche italiane, che non hanno nulla da dire e che cantano anche male e poco: un disastro. Ma lei chiarisce: “Peccato aver cantato la stessa sera di Dalla e De Gregori. Io amo Lucio e Francesco”. “Come cantante ho avuto maestri come il dottor Martin Luther King, come Bob Dylan e come Joan Baez, Big Mama Thornton. Senza dimenticare mia madre Eva Marie e il mio patrigno Wolf Biermann, di cui voi in Italia sapete a mala pena che è stato un artista dissidente nella ex Ddr”. E quanto al vecchio stralunato ma futuribile punk berlinese fino al recupero del Gospel di oggi, con il nuovo album “Personal Jesus”, Nina Hagen ha qualcosa da dire? “Il Gospel l’ho scoperto quando ero una ragazzina a Berlino Est, l’ho cantato e l’ho studiato. Ragion per cui, nessuna illuminazione di adesso. Io non ho un nuovo stile musicale oggi, come non ne ho avuto di vecchi, prima. Io canto e suono la chitarra. Anche Woody Guthrie che canta come “i fascisti non avranno mai un futuro” è uno dei miei punti fermi”. E il tour tedesco esclusivamente nelle chiese nel mese di novembre? “Io sono contenta di diffondere il Vangelo con la musica Gospel. A tre anni già cantavo in una chiesa lontana dal centro di Berlino Est. E poi, le chiese dove ho suonato sono bellissime”.

CHIEDI a Nina Hagen – mentre alcuni timidi fan le regalano collanine, braccialetti e occhiate ruvide e roventi – perché canta dal vivo, solo di rado, i vecchi successi come “Indescrivibilmente femminile”, “Kleiner Wampie” (dialogo in un cimitero con un piccolo vampiro, appunto),
“Se io fossi un ragazzo” e “African reggae” (con cui rende omaggio ai Rasta gorgheggiando Jodel tirolesi). E lei risponde, netta: “Io non sono un Juke box. Però anche qui a Roma ho cantato per quasi due ore. E certo non mi sono risparmiata. Rock al femminile? Non mi piace Lady Gaga (e ci mancherebbe, ndr) e comunque so dove va la Frauen-rock-musik. Va verso la verità, la sorellanza e la bellezza”. Addirittura. A 55 anni, mentre le sue coetanee che cantano o recitano (spesso, si far per dire) su questo pianeta, fanno le dive o si fidanzano con giovanissimi (lei lo ha già fatto tanti anni, “ora faccio la mamma e anche il mio secondo figlio è maggiorenne, così posso pensare di più ai fatti miei”), Nina veste pantaloni di pelle nera, camicie orientali, gonnoni (quasi) alla Baez e gli inevitabili stivalacci in puro stile berlinese. Dietro i capelli nerissimi si nascondono due piccole orecchie da adolescente, il trucco è pesante sul palco, diventa quasi da educanda in camerino dopo il concerto e poi in un giro notturno romano che più tranquillo non si può. Ed è un vero peccato che lei, anche durante il bellissimo set romano alla Sala Sinopoli dell’Auditorium non abbia cantato, ad esempio, a proposito di donne e storia del mondo, che “Marlene (Dietrich) ha altri progetti e che Simone Beauvoir dice Dio me ne scampi”. Oppure “allora uno disse, qui c’è la Minnelli, dai andiamo a vedere e invece non era vero niente, c’era solo Nina Hagen, che non è niente al confronto…” (dal brano Aufm Rummel”, “In mezzo al baccano”). Oppure ancora la (sua) versione di “My Way”, con testo inedito in tedesco (“Berlino, tu città di merda…”: quando c’era ancora il Muro) e che a suo tempo preoccupò il suo principale interprete, un certo Frank Sinatra.
GRAN PARLARE poi, soprattutto dopo la sua conferma affidata lo scorso agosto proprio ad un settimanale italiano, sui rapporti Nina-papa Ratzinger: “Certo che voglio cantare anche per lui. Ma non sono ancora pronta anche se non ho timori reverenziali. Attenderò che la chiesa cattolica sia riformata. E comunque io sono figlia di Nostro Signore, io amo Gesù”. Come dire, gli apparati sono un’altra cosa. E, soprattutto, è tempo che questa Chiesa “affronti sul serio incubi molto terrestri come la pedofilia”.
Roma del Vaticano, ma anche la Roma di Berlusconi. Che cosa ne pensa, Nina? “la democrazia in Italia e in molti altri Paesi della nostra cosiddetta società civilizzata è in grosso pericolo. La voce di noi elettori è stata spesso manipolata. Berlusconi, come Bush e la stessa Angela Merkel sono, o sono stati, al potere troppo tempo. Noi donne e uomini europei dobbiamo essere sempre più solidali tra noi e darci da fare. Basta con la macchine delle bugie: altrimenti le elezioni saranno inutili. E noi saremo tutti berlusconizzati
".
di Giancarlo Riccio
IFQ

dicembre 03, 2010

Tolstoj: A 100 anni dalla morte dello scrittore, un’analisi impietosa sul suo rapporto con la moglie Sofia


Nel novembre del 1910, quando la sua vita volge al termine, Tolstoj chiede alla figlia Alexandra di annotare questi ultimi pensieri: “Dio è il Tutto illimitato, l’uomo non è che una manifestazione limitata di Dio... Dio è amore e più c’è amore, più l’uomo manifesta la presenza di Dio e più vive nel vero senso della parola...”. Sarebbe facile vedere in queste ultime riflessioni il semplice riflesso appannato dalla vecchiaia, di tutte le illuminazioni e redenzioni che gli eroi dello scrittore vivevano all’apice delle loro passioni o, come lo stesso Tolstoj, nel momento della morte. A tutto questo non era estranea la morte precoce dei suoi genitori. Né la disperazione dei fratelli Dimitri e Nicolas. Né la carneficina di Sebastopoli dove il passaggio verso il nulla non aveva alcunché di teorico... Seguendo il canovaccio del vissuto personale, la morte e la rivolta dello spirito contro la morte diventano il tessuto stesso della creazione tolstojana. “Ho ucciso degli uomini in guerra, ne ho sfidati altri a duello per ucciderli; giocando a carte e mangiando come un crapulone ho dilapidato i frutti del lavoro dei miei contadini; li ho mortificati duramente, mi sono abbandonato allo stupro, all’inganno. Menzogne, furti, dissolutezze di ogni genere, violenza, omicidio... non c’è crimine che non abbia commesso”.
PER ABITUDINE si sottolineano l’esuberante vitalismo di Tolstoj, la voracità dei suoi appetiti carnali, la sua statura di divinita’ pagana, di patriarca biblico, padre di tredici figli, che troneggiava nel mezzo di domini infiniti, di innumerevoli greggi. Guerriero senza macchia e senza paura, cacciatore audace che un giorno si troverà con la testa tra le fauci di un orso... Ma cosa sarebbe questa debordante e squillante vitalità senza i rintocchi gravi della morte presenti nei momenti più radiosi della sua esistenza?
Questo “pensiero incessante” non è forse l’opera stessa di Tolstoj, l’estrema veridicità dei personaggi che popolano i suoi romanzi, la vivacità del sangue trasfuso in loro dallo scrittore, il loro respiro al cui ritmo, con turbamento, adeguiamo il nostro? La morte del principe Andrej, il suicidio di Anna Karenina, i trapassi così diversi in “Tre morti”, il lungo addio, funebre e luminoso, di Ivan Illich... E ogni volta l’ostinata volontà di attraversare la linea d’ombra, di intravedere l’aldilà , di sintetizzare l’assaggio dell’eternità, di plasmare in parole, in immagini, il momento in cui scivoliamo verso “ciò che non si può comprendere”. Un uomo spinto nel buio di un sacco o piuttosto un punto di chiarezza che si dilata dinanzi allo sguardo di un moribondo. Bisogna avere il coraggio di rovesciare la prospettiva. I momenti nei quali Tolstoj “filosofeggia” hanno lo stesso senso della sua opera puramente artistica. Tutto Tolstoj è il tentativo sovrumano di “comprendere ciò che non possiamo comprendere”, di dire nella nostra lingua di poveri mortali l’allucinante prossimità al nulla che si cela dietro ciascuna delle nostre azioni, l’intima sensazione di eternità, il pensiero del “dopo”, idea ridicolizzata, resa obsoleta, superata dal rapido decadimento del corpo ed è per tutta questa carne votata alla decomposizione che Tolstoj evoca un realismo sorprendente, l’idea pur sempre necessaria che, contrariamente a Napoleone ad Austerlitz, vediamo non solo le carcasse putrefatte dei soldati che giacciono ai nostri piedi.
Nella sua autobiografia Sofia Tolstoj racconta la vita quotidiana di una coppia fuori del normale. “È lei, la vedo, è di lei che avevo bisogno”. In queste parole di Tolstoj
sulla moglie Sofia si ravvisano la rassegnazione e una punta di disprezzo. Lo scrive Sofia qualche tempo dopo aver promesso al marito di cancellare dal suo diario tutte le parole crudeli dette da Tolstoj su di lei. Peso tremendo quant’altri mai. Sofia avrebbe quasi preferito le percosse perché queste, al contrario dell’inchiostro, non lasciano tracce nella storia... È in parte per riabilitare il ritratto di donna debole, viziosa e spregevole fatto dal marito, che Sofia Tolstoj ha scritto le migliaia di pagine di un diario e di una autobiografia restata a lungo inedita: “La mia vita”. Nei suoi scritti troviamo le giustificazioni di una sposa prostrata, ma anche una sensibilità d’artista, senso dell’umorismo, gelosia, tristezza per aver tradito i suoi sogni di fanciulla dedicando la sua vita al servizio di un genio. Cosa sarebbe diventata se non avesse sposato Lev Nikolaevic Tolstoj che, all’epoca, aveva quasi il doppio dei suoi anni? Una scrittrice? Suo padre e i suoi professori glielo avevano predetto perché Sofia ha sempre scritto. Va fiera per aver scritto da adolescente un breve racconto sull’amore ideale. Tolstoj ne fu impressionato e, senza dubbio alcuno, al racconto si ispiro’ per costruire il personaggio di Natasha in Guerra e Pace. La settimana del fidanzamento Sofia diede alle fiamme tutti i suoi scritti, il suo racconto, il suo diario da giovinetta. Un gesto che inaugura una lunga negazione di se’ stessa: soffoca in lei la luce creatrice per non fare ombra al grande sole di Tolstoj. “Tutti i miei sogni di un avvenire brillante si sono infranti contro gli affanni della vita familiare”, scrive. Questa vita familiare tagliata fuori dal mondo, Sofia, sfogandosi, la descrive nel suo diario – “sogno di suicidarmi, di fuggire no so dove, di innamorarmi non importa di chi” – e, con più calma e distacco, nella sua autobiografia. La sua vita: tredici figli messi al mondo, non si sa quanti aborti spontanei, l’allattamento, le malattie infantili che così tanto disturbano Tolstoj. La famiglia è tutta sulle spalle di Sofia. Tolstoj? “Ha fatto pochissimo per i figli maggiori e niente per gli altri”, accusa Sofia. Più passa il tempo, più Tolstoj si ritira dalla vita reale che disprezza per chiudersi a doppia mandata in quella della mente. La sola ricompensa di Sofia è l’accesso privilegiato al mestiere di scrittore del marito. Tutti i giorni trascrive i suoi manoscritti. Un compito che la affascina anche se deve riempire un cestino sfondato: ogni mattino Tolstoj e’ stravolto per aver lavorato tutta la notte. Non si esagera nell’affermare che Guerra e Pace e Anna Karenina sono anche figli di Sofia. “Inviando il tuo manoscritto a Mosca ho avuto come la sensazione di lasciar partire un figlio e temo che possa farsi del male”. A otto anni Sofia legge “Infanzia” e si innamora dei romanzi di Tolstoj. Di un amore lucido, critico. Sofia e Tolstoj sono prigionieri l’una dell’altro. “Dove sei tu, l’aria è contaminata”, ripete Tolstoj. Questa vita pesante, lacerata dai conflitti coniugali, e’ talvolta attraversata da momenti di frivolezza. È difficile immaginare Tolstoj mascherato da capra o che porta i doni nascosti nelle maniche come Babbo Natale. Ma è quanto ci racconta la sua musa, assistente, prigioniera, carceriera, anima-sorella: Sofia.

(c) di Andrei Makine/Le Figaro/Volpe
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto