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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 09, 2010

Nina Hagen: la svolta "Bio" del rock duro


E poi con degli amici abbiamo anche un piccolo terreno, fuori Berlino e anche alla periferia di Amburgo, dove vive mia figlia. Lo abbiamo completamente risanato e trasformato. Ora lo coltiviamo, ovviamente in modo Bio. E ci coltiviamo anche il grano per fare il pane per tutti. E magari questo ha anche a che fare con il mio modo di fare musica. Come hanno detto i critici più sonnolenti, dal punk al gospel. Bah…”.

E LE SCORIE atomiche contro le quali in Germania si protesta quasi ogni giorno? “Voglio la pace e attenzione a quei rifiuti: vogliamo tornare ai tempi dei bambini che nascevano straziati, deformi e malati?”.
Nina Hagen, rockeuse berlinese 55enne, una manciata di mesi fa battezzata da un pastore battista, per anni l’unica cantante rock europea che ha fatto da giovanissima battistrada ad eroi come Lou
Reed, Iggy Pop e David Bowie quando andavano a Berlino negli anni Ottanta per registrare i loro dischi di allora all’ombra del Muro, ha attraversato le notti romane dello scorso fine settimana. Ha cantato al Parco della Musica (scommessa non facile dell’ad Carlo Fuortes, ma scommessa stravinta) e all’una dopo il concerto c’erano ancora i fan ad attenderla nel freddo di una capitale dimezzata. A celebrare la vecchia liturgia del saluto più che dell’auto-grafo, come in un macchina del tempo rock che ora si attarda davanti ad alcune mezze figure musicali, anche italiane, che non hanno nulla da dire e che cantano anche male e poco: un disastro. Ma lei chiarisce: “Peccato aver cantato la stessa sera di Dalla e De Gregori. Io amo Lucio e Francesco”. “Come cantante ho avuto maestri come il dottor Martin Luther King, come Bob Dylan e come Joan Baez, Big Mama Thornton. Senza dimenticare mia madre Eva Marie e il mio patrigno Wolf Biermann, di cui voi in Italia sapete a mala pena che è stato un artista dissidente nella ex Ddr”. E quanto al vecchio stralunato ma futuribile punk berlinese fino al recupero del Gospel di oggi, con il nuovo album “Personal Jesus”, Nina Hagen ha qualcosa da dire? “Il Gospel l’ho scoperto quando ero una ragazzina a Berlino Est, l’ho cantato e l’ho studiato. Ragion per cui, nessuna illuminazione di adesso. Io non ho un nuovo stile musicale oggi, come non ne ho avuto di vecchi, prima. Io canto e suono la chitarra. Anche Woody Guthrie che canta come “i fascisti non avranno mai un futuro” è uno dei miei punti fermi”. E il tour tedesco esclusivamente nelle chiese nel mese di novembre? “Io sono contenta di diffondere il Vangelo con la musica Gospel. A tre anni già cantavo in una chiesa lontana dal centro di Berlino Est. E poi, le chiese dove ho suonato sono bellissime”.

CHIEDI a Nina Hagen – mentre alcuni timidi fan le regalano collanine, braccialetti e occhiate ruvide e roventi – perché canta dal vivo, solo di rado, i vecchi successi come “Indescrivibilmente femminile”, “Kleiner Wampie” (dialogo in un cimitero con un piccolo vampiro, appunto),
“Se io fossi un ragazzo” e “African reggae” (con cui rende omaggio ai Rasta gorgheggiando Jodel tirolesi). E lei risponde, netta: “Io non sono un Juke box. Però anche qui a Roma ho cantato per quasi due ore. E certo non mi sono risparmiata. Rock al femminile? Non mi piace Lady Gaga (e ci mancherebbe, ndr) e comunque so dove va la Frauen-rock-musik. Va verso la verità, la sorellanza e la bellezza”. Addirittura. A 55 anni, mentre le sue coetanee che cantano o recitano (spesso, si far per dire) su questo pianeta, fanno le dive o si fidanzano con giovanissimi (lei lo ha già fatto tanti anni, “ora faccio la mamma e anche il mio secondo figlio è maggiorenne, così posso pensare di più ai fatti miei”), Nina veste pantaloni di pelle nera, camicie orientali, gonnoni (quasi) alla Baez e gli inevitabili stivalacci in puro stile berlinese. Dietro i capelli nerissimi si nascondono due piccole orecchie da adolescente, il trucco è pesante sul palco, diventa quasi da educanda in camerino dopo il concerto e poi in un giro notturno romano che più tranquillo non si può. Ed è un vero peccato che lei, anche durante il bellissimo set romano alla Sala Sinopoli dell’Auditorium non abbia cantato, ad esempio, a proposito di donne e storia del mondo, che “Marlene (Dietrich) ha altri progetti e che Simone Beauvoir dice Dio me ne scampi”. Oppure “allora uno disse, qui c’è la Minnelli, dai andiamo a vedere e invece non era vero niente, c’era solo Nina Hagen, che non è niente al confronto…” (dal brano Aufm Rummel”, “In mezzo al baccano”). Oppure ancora la (sua) versione di “My Way”, con testo inedito in tedesco (“Berlino, tu città di merda…”: quando c’era ancora il Muro) e che a suo tempo preoccupò il suo principale interprete, un certo Frank Sinatra.
GRAN PARLARE poi, soprattutto dopo la sua conferma affidata lo scorso agosto proprio ad un settimanale italiano, sui rapporti Nina-papa Ratzinger: “Certo che voglio cantare anche per lui. Ma non sono ancora pronta anche se non ho timori reverenziali. Attenderò che la chiesa cattolica sia riformata. E comunque io sono figlia di Nostro Signore, io amo Gesù”. Come dire, gli apparati sono un’altra cosa. E, soprattutto, è tempo che questa Chiesa “affronti sul serio incubi molto terrestri come la pedofilia”.
Roma del Vaticano, ma anche la Roma di Berlusconi. Che cosa ne pensa, Nina? “la democrazia in Italia e in molti altri Paesi della nostra cosiddetta società civilizzata è in grosso pericolo. La voce di noi elettori è stata spesso manipolata. Berlusconi, come Bush e la stessa Angela Merkel sono, o sono stati, al potere troppo tempo. Noi donne e uomini europei dobbiamo essere sempre più solidali tra noi e darci da fare. Basta con la macchine delle bugie: altrimenti le elezioni saranno inutili. E noi saremo tutti berlusconizzati
".
di Giancarlo Riccio
IFQ

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