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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 31, 2011

Cristiano Cavina: Scavare una buca

Una volta c'erano gli Émile Zola, ma anche i Vasco Pratolini e i Primo Levi, Oggi quasi nessuno scrive più romanzi sulla fatica e i rischi del lavoro manuale. Ecco perché va segnalato il bel libro di Cristiano Cavina sulle cave di gesso in Romagna

I romanzi dedicati ai lavori tradizionali sono diventati rari, figuriamoci quelli sul lavoro in miniera; in realtà, il luogo dove è ambientato "Scavare una buca", (Marcos y Marcos, pp. 205, euro 14,50), ultimo romanzo di Cristiano Cavina, non è esattamente una miniera, bensì una cava di gesso con tunnel e gallerie. La voce narrante, padre di tre figli e con moglie bracciante, è lì in galleria da una vita; c'è entrato ventenne e ancora si ricopre tutto di polvere bianca.

Come in tutti i libri di Cavina, di professione pizzaiolo, anche in questo la trama è sottile e leggera, quasi inesistente; eppure si segue il racconto in attesa dello svelamento finale, che poi c'è, per quanto annunciato. Il libro sta su grazie alla prosa dell'autore che si snoda come un serpente che avvolge il lettore. C'è nel tono del narratore una forma di disillusione allegra, un passo grave e a un tempo leggero. Forse è proprio la materia del romanzo, il modo con cui Cavina la presenta, attraverso questa sorta di suo alter-ego, a rendere tutto così sapienziale e insieme malinconico.

A tratti "Scavare una buca" può ricordare il Primo Levi della "Chiave a stella", per l'attenzione al lavoro, alla sua dignità, tuttavia c'è sempre un che di provinciale, in senso positivo, di forte e anche di molto italiano - romagnolo si dovrebbe dire - che rende unico il modo di raccontare di questo narratore giunto alla sua quinta prova con passo sicuro. Il lavoro manuale oggi è qualcosa di svilito; Cavina ne sa invece recuperare la piccola epica quotidiana intorno a quella che è una comunità di persone, gli operai della miniera-cava di gesso, materiale con cui si fabbricano le pareti interne delle case. Anche qui, come nella realtà di ogni giorno, c'è un incidente, anzi un doppio incidente, intorno a cui ruota la storia che ha l'andamento di una tragedia greca. Anzi, romagnola.
di Marco Belpoliti - L'espresso


gennaio 11, 2011

Comicità d’autrice


Gli anni ’80 rivivono anche a teatro: allenate gli addominali, soprattutto se avete senso dell’umorismo, perché non sarà facile sopravvivere alle risate che scaldano la pancia (e il cuore) nella cascata di date dal 6 febbraio fino a primavera inoltrata. Da Siena a Pordenone, passando per Udine (infogalline@libero.it) Sonia Grassi, Katia Beni e Erina Maria Lo Presti calcheranno palcoscenici di teatri grandi e piccoli con un’arte antica come la comicità. Sonia Grassi: “Dopo 15 anni siamo di nuovo insieme, tutte con una storia personale e professionale che ci ha approfondite”. Non stiamo parlando dell’arte volatile della satira, legata al presente, o della comicità televisiva usa e getta, nè di sketch e battute-spot, bensì della tradizione comica italiana (Totò, Tognazzi, Troisi, etc): “Fin dagli inizi, fresche della scuola di Alessandra Galante Garrone, abbiamo scelto la commedia dell’arte, la tradizione del teatro di situazione, quello che fa ridere sempre, come Stanlio e Ollio”. Anche oggi, con il nuovo “Le galline prima e dopo”? “Più che mai. In questo spettacolo partiamo dalle piccole assurdità della vita quotidiana usando tre registri, i nostri, che dopo tanti anni di mestiere sono diventati, oltre che più ricchi, molto diversi. Ci compensiamo, un gioco prismatico di toni, ritmi e colori”. Perché vi siete sciolte? “Dopo tanti successi volevamo sperimentarci in assolo. Poi il mercato stava cambiando, gli anni ’90 erano proprietà di “Drive-in” e della comicità in pillole per la tv. Intanto noi avevamo esigenze di vita diverse, non ci andava più di convivere, Erina voleva un figlio”. La vostra fortuna era legata anche a una scelta di vita, al fatto che eravate una famiglia, legate professionalmente e in privato: “Era una scelta politica. Volevamo riuscire a dare voce comica alle donne. Dopo le Franca, Valeri e Rame, eravamo le prime comiche donne in Italia, stavamo inaugurando un nuovo corso della comicità rosa”. Nell’88, dopo aver vinto il primo posto di comiche in “La fabbrica dei sogni” (Rai 3), siete state definite da “L’Europeo” l’avanguardia hard al femminile: “Perchè eravamo aggressive, trasgressive e facevamo anche personaggi maschili. Boccaccesche”. Ha lavorato in quasi tutti i film di Benvenuti: “Ma anche con Virzì, Pieraccioni..”. Teatro, cinema, ma anche tv, tra “Uno Mattina” e un po’ di fiction: cosa preferisce? “Mi piace raccontare tutte le storie con tutti i mezzi artistici ma il primo amore resta il teatro. Per questo sono tornata a Le Galline, per ritrovare la maschera comica, quel matematico meccanismo a orologeria che, se saputo innescare, porta dritto dritto allo scoppio della risata. Da sola non si può, questo tipo di comicità ha bisogno di spalle”. Nel ’94 il suo “Una voce quasi umana” fu scelto da Franca Rame come miglior spettacolo comico: “Ci esibimmo insieme in “Un palcoscenico per le donne”. Disse che lasciava a me il suo testimone. Che emozione. E che gratitudine”. Poi fu la volta della rivisitazione comica del Kamasutra (“Lesso lussuria lussazioni”, scritto con Paolo Magone e Donatella Diamanti): “Divertentissimo”. Tornata tra le donne, lo preferisce? “La comicità non ha sesso. Sono tornata al trio per comunicare con il pubblico in modo diverso. Cerco ancora il mio clown interiore, quello che regala la magia di un sorriso poetico, tenero, il sorriso del cuore”.
Il Fatto Quotidiano

gennaio 03, 2011

Carmen Herrera, il successo a novant'anni


Dopo una vita trascorsa nell’anonimato, Carmen Herrera si trova all’improvviso ad essere una delle pittrici viventi più’ ambite dai collezionisti. “Da quando sono famosa la mia vita è un inferno”, borbotta Carmen Herrera, la 95enne artista cubana che ha venduto il primo dipinto sei anni fa ed è stata celebrata come la scoperta del decennio.“La mia vita era tranquilla; facevo quello che mi piaceva: dipingere”. Carmen Herrera ha lavorato nel-l’ombra per quasi 70 anni. Ora le sue tele si vendono a 50mila dollari. “Quando ho venduto il primo dipinto sono rimasta stupita”, dice scuotendo il capo. “E lo sono ancora”. Le sue opere sono esposte al Museum of Modern Art (MoMa) di New York, al museo Hirshhorn di Washington e alla Tate Modern di Londra e sono frequenti le mostre allestite in suo onore, come quella in corso alla Lisson Gallery di Londra. Con il suo inglese un tantino ampolloso, Carmen Herrera spara giudizi tranchant, ammorbiditi da una vocina che assomiglia al suono di una risata. Costretta sulla sedia a rotelle e sofferente di artrite, Carmen non esce mai dal suo studio-loft di New York. Il suo amico Toni Bechara, un artista portoricano che abita nello stesso stabile qualche piano sotto, organizza le mostre dei suoi quadri, intense distillazioni minimaliste e geometriche. Carmen Herrera è seduta dinanzi ad un lungo tavolo di lavoro che sovrasta la sottostante strada brulicante di traffico. Sparsi sul tavolo enormi righe e squadre e mucchi di carta millimetrata, piena zeppa di calcoli geometrici e linee. In uno degli schizzi, due linee bianche zigzagano parallele sulla superficie nera. Ai lati numeri scarabocchiati a matita. Accanto uno schizzo quasi identico. “Il primo mi ha lasciata insoddisfatta”, spiega Carmen Herrera indicandolo con le dita che non tradiscono alcun tremito. “È un modo molto solitario di fare le cose - debbo lavorarci per un po’ prima di arrivare ad una decisione. Talvolta ci vogliono settimane e mi succede anche di bloccarmi. In tal caso mi arrabbio moltissimo. Qualche volta vinco, altre volte vince il dipinto . Detesto che mi si interrompa mentre lavoro, ma ora vengo interrotta di continuo”. Mi guarda con una espressione accusatoria e scoppia a ridere. “Dico sul serio: la fama è una cosa ridicola. Non davo fastidio a nessuno e nessuno dava fastidio a me. Ora pago le conseguenze del fatto che mi pagano per comprare i miei quadri. Il denaro è utile perché, con mio grande stupore, alla fine della vita hai bisogno di molto aiuto. Non potessi per-mettermi di farmi aiutare finirei in una casa di riposo: un pensiero che mi terrorizza”.
Più forte
dell’età
QUATTRO persone aiutano Carmen Herrera dandosi il cambio nelle 24 ore e consentendole di continuare a vivere nella casa dove abita da decenni. Le chiedo quando si è trasferita in questo loft. “Da circa 18 anni”, mi risponde. Bechara, che per gran parte dell’intervista se ne sta seduto in disparte, interviene: “Suvvia, tesoro, 18 anni!? Ti sei trasferita qui nel 1968!”. “Sei proprio cattivo Tony”, dice Carmen. Durante l’intervista non fanno che punzecchiarsi. Bechara è come un figlio per Carmen Herrera, che non ne ha avuti. Suo marito, che faceva l’insegnante, è morto 10 anni fa alla bella età di 98 anni. “Jesseera un santo e mi capita sempre di pensare che non l’ho mai ringraziato abbastanza per quello che ha fatto per me. Era il solo con cui parlavo dei miei quadri. Capiva quello che facevo, mi ha sempre sostenuta. L’ho costretto a vivere in
quartieri economici e talvolta pericolosi perché avevo bisogno di spazio per dipingere. La nostra vita è stata davvero bella. Siamo diventati sempre più intimi,allafine eravamo una persona sola. È morto proprio in questa stanza egli ho tenuto la mano fino alla fine. Mi manca molto”. Carmen Herrera forse dimentica le date, ma in altri campi la sua mente è prontissima. Continua a dipingere con grande impegno. Dietro la sua carrozzella una delle sue ultime opere: una tela nera di due metri attraversata al centro da un riga gialla irregolare e zigzagante. “Mi piace il giallo e mi piacciono le linee”, dice quando le chiedo cosa rappresenta il dipinto. Quando le viene un’idea lavora instancabilmente. “Può’ essere una vera scocciatrice”, dice Bechara. “Il colore non è mai nero abbastanza”. “Per me il nero è tutti i colori”, spiega Carmen Herrera. “Gli altri colori sono una sorta di decorazione”. Descrive il suo lavoro come un processo intellettuale. “Per lo più è qui”, dice indicando la testa. “Non dipingo con il cuore, dipingo con il cervello. Non dipingo neonati o fiori o cose del genere. Non mi interessano”. Parla con scherno di quelli che dicono che la sua pittura è quasi elementare. “Perché non ci provano?”. È stato Bechara - che ha conosciuto Carmen e suo marito oltre trentaanni fa - ad organizzare la prima vendita di una sua opera. “Nel 2004, Carmen venne a parlare con me e mi disse: ‘Debbo distruggere la maggior parte delle mie opere perché sono una scocciatura. Se vuoi puoi prendere qualche dipinto e ti sarei grata se, una volta morto Fidel Castro, riuscissi a fare esporre qualche mia tela a Cuba’. Le risposi: ‘Carmen, è una grossa responsabilita’. Tentiamo un’altra strada’”. Qualche anno prima Bechara aveva organizzato una mostra delle opere di Carmen Herrera al “Museo del Barrio” a New York, ma malgrado l’accoglienza molto favorevole della critica, Carmen era tornata nell’ombra. Questa volta parlò del lavoro di Carmen a Frederico Seve, proprietario di una galleria a New York che stava allestendo una mostra incentrata su tre artiste. “Una all’ultimo momento aveva dato forfait, allora gli dissi: "Holadonna perfetta per te: Carmen Herrera’”. “E chi diamine è Carmen Herrera?”, mi rispose Seve. Ma quando vide il suo lavoro rimase di sasso. Capì subito che si trovava per le mani una pioniera del modernismo latino-americano e la inserì nella mostra. Una bambina sola con i suoi colori
CARMEN Herrera ridacchia: “Ricordo di aver detto ‘mi dispiace moltissimo per questo poveretto. Non venderà nemmeno un quadro’. Poi ricevetti una telefonata: ‘Qualcuno ha comprato un tuo quadro’. ‘Che bello!’, esclamai. E al tempo stesso mi chiedevo ‘Sta succedendo davvero o è un sogno?’”. Nata nel 1915, Carmen Herrera è cresciuta in una famiglia di sette fratelli e sorelle, all’Avana. Suo padre aveva fondato il quotidiano El Mundo, dove sua
madre lavorava come giornalista. Ricorda che da bambina dipingeva distesa sul pavimento. “Passavo moltissimo tempo da sola - mio padre era morto e mia madre aveva troppo da fare. Ricordo però che una volta mia entrò nella mia stanza mentre dipingevo e disse: ‘Stai dipingendo con la mano di Leonardo Da Vinci’. Ed io risposi ‘Non è vero; è tutto il giorno che lavoro a questo maledetto dipinto’”. Carmen fu mandata a Parigi per completare gli studi, poi fece ritorno a Cuba per studiare architettura. Conobbe Loewenthal durante un suo viaggio sull’isola caraibica, lo sposò e si trasferì a New York abbandonando gli studi di architettura. Carmen Herrera dice di non aver mai deciso di diventare una pittrice. È successo. “La cosa mi colpì come una illuminazione qui a New York. Un giorno all’improvviso pensai ‘Dio mio, sono un’artista, è tremendo!’. È come accorgersi di essersi innamorati della persona sbagliata. Dipingo perché è più forte di me. Non fanno che chiedermi: ‘Ma ti quegli anni senza un riconoscimento, senza denaro, solo con pochissime mostre nelle quali hai potuto far vedere il tuo lavoro?’ Semplice: perché era una vocazione. Perché una donna dovrebbe passare tutta la vita in ospedale accanto ai lebbrosi se non avesse avuto la vocazione di farsi suora? È la stessa cosa”. Dopo la guerra Carmen Herrera e suo marito si trasferirono a Parigi per qualche anno. “Furono i giorni più belli della nostra vita”, dice. Con il fuoco dell’arte sempre nel cuore, trovò ispirazione nella capitale francese e i suoi dipinti furono esposti al Salon des Réealités Nouvelles, che dava spazio ai giovani artisti astrattisti. Lechiedocomemaiseneandòda Parigi. “Denaro”, risponde. “Ci servivano un po’ di bigliettoni verdi”. Trasferitasi in uno studio a New York continuò a dipingere mentre il marito proseguiva la sua carriera di insegnante. Nei primi anni andava spesso a Cuba dove il fratello era stato arrestato da Fidel Castro e la madre era ancora viva. Ma da quando la madre è morta, oltre 50 anni fa, non ha più fatto ritorno a Cuba. E ora non ne ha nemmeno il desiderio. “È troppo cambiata, non conosco nessuno lì. Tutta la mia generazione se n’è andata. E poi sono stufa marcia delle repubbliche delle banane”.
La rivincita
della trascurata
BECHARA fa sentire un mormorio di disapprovazione. “Tony, non devi sentirti a disagio”, gli dice Carmen. “Ma stai parlando con una giornalista”, replica Bechara. “Vuoi proprio che scriva che non ne puoi più delle repubbliche delle banane?”.“Sta zitto,Tony”, dice Carmen bevendo un goccio di Scotch allungato con l’acqua. Sebbene Carmen Herrera e suo marito abbiano sempre frequentato gli ambienti artistici, nessuno ha mai afferrato il significato dei suoi quadri. “Un mucchio di gente pensava che quello che facevo fosse roba da pazzi. Beh, è vero,
ma ora va a ruba”. Trova divertente il fattodi essere stata sottovalutata così a lungo. “Il MoMa di New York non faceva che mandare i suoi esperti a Cuba alla ricerca di nuovi artisti e io ero qui, sotto il loro naso. Avrebbero dovuto scoprirmi molto tempo fa. Sono felice di come sono andate le cose. Ma non sarei infelice nemmeno se fossi rimasta una sconosciuta”. La sconcerta il fatto che quando si parla della sua arte tutti ricordano la sua età. “È ridicolo. La mia età non ha nulla a che vedere con la mia pittura. L’età mi crea già abbastanza problemi senza dover sentire la gente che parla di quanto sono vecchia! Vivo nel presente. Il futuro è lì che mi attende. Morirò quando sarà il mio momento, prima o poi tocca a tutti”. Bechara si aggira premuroso intorno a Carmen. “Vuoi dell’altro ghiaccio?”, le chiede. “Ti ammazzo”, ringhia Carmen Herrera in spagnolo. Le chiedo perché la affascinano le linee rette. “È una cosa quasi fisica. Non c’è nulla al mondo che amo più di tracciare una linea retta.Co me   spiegarlo? In realtà è l’inizio, il fondamento di tutte le strutture”. E dove finisce la linea? Carmen sogghigna: “Non finisce”.

di Helena de Bertodano

(c) The Daily Telegraph Traduzione di Carlo Antonio Biscotto IFQ
Due quadri di Carmen Herrera, esposti nella Pfalzgalerie di Kaiserslautern, in Germania (FOTO CORBIS)