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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 11, 2011

Comicità d’autrice


Gli anni ’80 rivivono anche a teatro: allenate gli addominali, soprattutto se avete senso dell’umorismo, perché non sarà facile sopravvivere alle risate che scaldano la pancia (e il cuore) nella cascata di date dal 6 febbraio fino a primavera inoltrata. Da Siena a Pordenone, passando per Udine (infogalline@libero.it) Sonia Grassi, Katia Beni e Erina Maria Lo Presti calcheranno palcoscenici di teatri grandi e piccoli con un’arte antica come la comicità. Sonia Grassi: “Dopo 15 anni siamo di nuovo insieme, tutte con una storia personale e professionale che ci ha approfondite”. Non stiamo parlando dell’arte volatile della satira, legata al presente, o della comicità televisiva usa e getta, nè di sketch e battute-spot, bensì della tradizione comica italiana (Totò, Tognazzi, Troisi, etc): “Fin dagli inizi, fresche della scuola di Alessandra Galante Garrone, abbiamo scelto la commedia dell’arte, la tradizione del teatro di situazione, quello che fa ridere sempre, come Stanlio e Ollio”. Anche oggi, con il nuovo “Le galline prima e dopo”? “Più che mai. In questo spettacolo partiamo dalle piccole assurdità della vita quotidiana usando tre registri, i nostri, che dopo tanti anni di mestiere sono diventati, oltre che più ricchi, molto diversi. Ci compensiamo, un gioco prismatico di toni, ritmi e colori”. Perché vi siete sciolte? “Dopo tanti successi volevamo sperimentarci in assolo. Poi il mercato stava cambiando, gli anni ’90 erano proprietà di “Drive-in” e della comicità in pillole per la tv. Intanto noi avevamo esigenze di vita diverse, non ci andava più di convivere, Erina voleva un figlio”. La vostra fortuna era legata anche a una scelta di vita, al fatto che eravate una famiglia, legate professionalmente e in privato: “Era una scelta politica. Volevamo riuscire a dare voce comica alle donne. Dopo le Franca, Valeri e Rame, eravamo le prime comiche donne in Italia, stavamo inaugurando un nuovo corso della comicità rosa”. Nell’88, dopo aver vinto il primo posto di comiche in “La fabbrica dei sogni” (Rai 3), siete state definite da “L’Europeo” l’avanguardia hard al femminile: “Perchè eravamo aggressive, trasgressive e facevamo anche personaggi maschili. Boccaccesche”. Ha lavorato in quasi tutti i film di Benvenuti: “Ma anche con Virzì, Pieraccioni..”. Teatro, cinema, ma anche tv, tra “Uno Mattina” e un po’ di fiction: cosa preferisce? “Mi piace raccontare tutte le storie con tutti i mezzi artistici ma il primo amore resta il teatro. Per questo sono tornata a Le Galline, per ritrovare la maschera comica, quel matematico meccanismo a orologeria che, se saputo innescare, porta dritto dritto allo scoppio della risata. Da sola non si può, questo tipo di comicità ha bisogno di spalle”. Nel ’94 il suo “Una voce quasi umana” fu scelto da Franca Rame come miglior spettacolo comico: “Ci esibimmo insieme in “Un palcoscenico per le donne”. Disse che lasciava a me il suo testimone. Che emozione. E che gratitudine”. Poi fu la volta della rivisitazione comica del Kamasutra (“Lesso lussuria lussazioni”, scritto con Paolo Magone e Donatella Diamanti): “Divertentissimo”. Tornata tra le donne, lo preferisce? “La comicità non ha sesso. Sono tornata al trio per comunicare con il pubblico in modo diverso. Cerco ancora il mio clown interiore, quello che regala la magia di un sorriso poetico, tenero, il sorriso del cuore”.
Il Fatto Quotidiano

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