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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 22, 2011

Jack Nicholson: "Hollywood? Meglio i funerali"

«I produttori non hanno più idee: pensano solo agli effetti speciali e agli incassi. Quindi gli dico sempre di no. E passo le mie giornate a guardare il baseball, a giocare coi miei nipoti e ad accompagnare i miei amici al cimitero». Più caustico che mai, parla Jack Nicholson.
Da un po' di tempo è più facile vedere Jack Nicholson in tv, mentre lo inquadrano alle partite dei suoi amati Lakers, che nelle sale cinematografiche. L'ultima volta al cinema era stata tre anni fa con "Non è mai troppo tardi", un film del suo amico Rob Reiner su due vecchi mattacchioni (l'altro era Morgan Freeman) che prima di morire decidono di concedersi tutti i piaceri della vita. Adesso è uscito un'altra volta dal suo eremo a Mulholland Drive, dalla casa dove vive da sempre e dove Roman Polanski fu protagonista di quello stupro per il quale 34 anni dopo la giustizia Usa ancora lo insegue.

Ha realizzato una commedia, "Come lo sai", e anche questa volta a volere i suoi servizi è stato un vecchio amico, James L. Brooks, col quale ha vinto due dei suoi tre Oscar (per l'astronauta un po' alcolizzato di "Voglia di tenerezza" e per "Qualcosa è cambiato"). Un film con Reese Witherspoon, Paul Rudd e Owen Wilson, che esce ora in Italia. Proprio mentre in America va in vendita invece una nuova edizione in formato blu-ray di "Cinque Pezzi Facili", il film di Bob Rafelson del 1970 dove Nicholson recita la parte di un uomo che sa essere allo stesso tempo disincantato, cinico, sarcastico, bello, irritante, un po' pericoloso, spiritoso, incapace di conformismi, in una parola irresistibile.

Arrivato a 73 anni i capelli sono meno folti e più grigi, Nicholson ha la pancia di un buontempone e cammina un po' esitante. Ma dietro i suoi occhiali scuri, gli occhi sono quelli un po' diabolici e sovversivi di una volta. E se quando parla c'è più introspezione e ricordi e consapevolezza del tempo che scorre, sa ancora come essere provocatorio, sovversivo, giocherellone.

Perché ha scelto proprio questo film? Avrà avuto molte proposte negli ultimi anni...
"Per mia fortuna non devo lavorare per soldi e se decido di dire di sì deve esserci un qualcosa che mi eccita. Una delle cose che amo del mio mestiere è che puoi stare per lunghi periodi senza fare niente. Ma quando lavoro lo prendo molto seriamente, mi preoccupo, vado ancora nel panico. Si dicono molte cose su di me ed è vero, nei miei cinquant'anni di cinema mi è capitato di svegliarmi tra i rami di un albero o sul bordo di una rupe: ma non ho mai mancato un giorno di lavoro e non ho mai tenuto un set ad aspettarmi. Beh, una volta è successo: mi è partita la schiena mentre giravo "Shining" con Kubrick. E dopo questa premessa, alla sua domanda rispondo così: lavorare con James Brooks è un piacere. È un grande scrittore che capisce le dinamiche tra le persone e che sa aggiungere sempre un pizzico di humour".
Kubrick, Rafelson, Antonioni, Polanski. E poi Milos Forman, Hal Ashby, Mike Nichols, John Huston. Di registi leggendari ne ha visti tanti...
"Kubrick aveva la fama di fare un sacco di riprese e quando l'ho incontrato gli ho detto che se lui voleva farne 60 a me andava anche bene arrivare a 61. Non lo avessi mai fatto! Mi ha preso sul serio: era sempre alla ricerca della scena perfetta. Polanski è molto singolare e geniale, peccato per quel che è successo perché sapeva come trattare le major. In quel periodo ho lavorato anche con registi stranieri, come Antonioni: anche lui era molto particolare, non voleva che gli attori interferissero troppo e io così me ne stavo zitto anche perché per me era come un padre. Come con John Huston: era molto simile. In quel periodo c'era una forte interrelazione con i registi stranieri ed europei: io ero un grande fan della "Nouvelle vague". C'era molto più scambio con l'Europa, e tutti noi di quei tempi siamo stati influenzati da questo fermento".

Parla di quei tempi come uno che non si riconosce più in quello che gli sta attorno...
"Il cinema va a mode. Quando è uscito "Guerre Stellari" e poi il filone degli effetti speciali, pensavo che anche quello sarebbe stato un fenomeno passeggero. Certo non immaginavo che questo tipo di cinema avrebbe acquisito una posizione dominante e che i film sarebbero stati decisi dopo studi demografici e test di mercato e con le proiezioni in dollari del primo weekend di programmazione. Quando abiti dentro un altro personaggio e un altro personaggio abita dentro di te, diventi necessariamente più introspettivo, è la tua scuola di vita: ma con i film di oggi che cosa impari? Per fortuna c'è ancora chi continua a dare sostegno al cinema indipendente, che ti fa riflettere e pensare. Ma sta diventando sempre più difficile".
di Lorenzo Soria - L'espresso


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