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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 25, 2011

Dall’antichità a oggi, dall’accademia al pop: in America si discute di tradizione classica con Grafton, Most e Settis. Più che nella patria di Dante

NELLO SCONVOLGENTE romanzo di Mishima Colori proibiti c’è un ventiduenne, Yuichi, che fa perdere la testa a uomini e donne. Siamo nel Giappone dell’immediato dopoguerra, una cultura che ha radici diversissime da quella occidentale, archetipi e mitologie neppure paragonabili. Ciononostante il comportamento di Yuichi suggerisce all’autore la citazione di modelli che di giapponese non hanno proprio nulla: Narciso e Ippolito, due splendidi maschi che, nella mitologia greca, hanno incarnato la pericolosa incapacità di amare altro che se stessi. Nella sua modernità e nella sua lontananza, Yuichi esemplifica qualcosa di assoluto, che, sembrando provenire dalle letterature di Roma e della Grecia, infine non ha patria, non è né greco né latino né europeo, non è straniero affatto ed è racchiuso nell’anima stessa dell’individuo umano. Dall’antichità greco-romana proprio questo ci si aspetta: che rappresenti, indipendentemente dai luoghi e dai tempi, la natura di tutti; che narri la varietà della vita in forme simboliche condivisibili. Una simile pretesa di universalità viene chiamata negli ambiti accademici “tradizione classica”. È un vero e proprio campo del sapere ormai. Non confondiamolo con la filologia, cioè lo studio della trasmissione testuale. La filologia, anzi, è inclusa nella “tradizione classica” come una delle infinite manifestazioni dell’interesse per l’antico, e lì si trova a fianco ai suoi opposti: travisamenti, errori, parodie, falsi. Infatti, la “tradizione classica”, come disciplina, si occupa di tutte le tracce materiali e intellettuali che l’arte, la letteratura e il pensiero della Grecia e di Roma possono aver lasciato nel corso della storia moderna, europea e americana (ma l’esempio di Mishima mostra che lo sguardo dell’investigatore può spingersi anche su territori non sospetti). Nella “tradizione classica” entrano ugualmente l’accademico e il pop, il museo e lo spettacolo: la Cleopatra di Virgilio o di Orazio e Liz Taylor in costume; la Medea di Seneca e la Callas di Pasolini; la scoperta archeologica della Venere di Milo e le imitazioni surrealiste della stessa focomelica statua; uno studio dell’ekphrasis e il set di The Gladiator; il principio oraziano dell’«ut pictura poesis» e i quadri del francese David; le rovine della campagna romana e il Ruinenberg di Federico il Grande a Potsdam. Bisogna distinguere tra una tradizione classica passiva o inconsapevole – quella che a scuola non smette di proporre Euclide e Pitagora, a travasare folle di tifosi negli stadi la domenica o a giudicare la storia in termini di progresso e di declino – e una tradizione classica attiva e cosciente, che cita sapendo di citare e manipola le fonti per passione d’artificio, come è evidentissimo in architettura (basti l’esempio dei tre ordini). Le due modalità, a dire il vero, non sono sempre distinguibili, perché anche la coscienza dell’imitazione è parte di una coscienza più profonda che può sfuggire alla consapevolezza e coincide con un atteggiamento altrettanto automatico che quello di risolvere i problemi sul triangolo rettangolo con regole di venticinque secoli fa. Dunque, alla fine resta sempre il dubbio che la tradizione classica stia agendo anche là dove non la vedi; e che là dove credi di averla cercata tu sia invece tu a esser stato cercato da lei. Un corposo volume enciclopedico, The Classical Tradition, diretto da tre esperti come Anthony Grafton, Glenn W. Most e Salvatore Settis e uscito in America per Belknap, cerca di fare il punto della situazione, trattando i temi, le questioni e i concetti più rilevanti in quasi seicento voci. Si parte con «Academy» e si finisce con «Zoology». La qualità degli interventi è mediamente molto buona; e la ricchezza dei materiali cospicua. Certo, qualche omissione salta agli occhi, specie sul versante letterario. Ariosto e Tasso meritavano una trattazione monografica. E così lasciano delusi alcuni saggi, come quello su Dante e su David. Si tratta, comunque, nell’insieme di un libro preziosissimo, che desta ammirazione per la generosità dell’impianto e soprattutto induce a domandarsi perché simili imprese debbano veder la luce nel paese di Hollywood e non in quello del liceo classico.
The Classical Tradition,
a cura di Anthony Grafton, Glenn W. Most, Salvatore Settis, Belknap,
pagg. 1088, $ 49,95.

La Poesia e gli eventi

La morte viene in compagnia dell’oltraggio, un fiore di fango e di luce, il suo luogo è un asilo per decrepite stelle. A quest’ora soltanto il perduto riconosce la morte, l’accompagna nel suo dormitorio, a vegliare le stelle cadute. È l’ora che la morte profuma di tiglio.
Roberto Carifi
IL CASO UNISCE, inaspettatamente, tre eventi: l’inaugurazione a Firenze il 26 marzo della mostra Senzatomica organizzata dall’associazione buddista Soka Gakkai che ha sede a Tokyo, il disastro della centrale di Fukushima e l’uscita di Tibet (Le Lettere) ultimo straordinario libro di poesie di Roberto Carifi. C’è come un apologo in questa successione di eventi: l’ammonizione, l’avverarsi del peggio, il canto dei moribondi. Ma nessun anello di questa concatenazione era stato previsto. Carifi è certamente, tra i poeti della sua generazione, uno dei migliori. E uno dei più emarginati, grazie anche alla scandalosa e in
giustificata esclusione dal Meridiano Poesia italiana del secondo novecento curato da Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi. Qui, invece, abbiamo un libro che brucia di dolore. Un libro quasi inimmaginabile: da quale silenzio stellare nasce una poesia così commovente, che anche ci impaurisce per il suo confronto diretto con la morte, la fine di tutto? Certo dovrei dire che, grazie alla “filosofia” più che alla religione buddista a cui fa riferimento, brucia di luce, di compassione, di uscita salvifica dal mondo. Ma credo che l’onda d’urto che queste poesie provocano sia soprattutto legata al male. Il mondo è un massacro, una landa desolata di “terre rovinose”, e Carifi restituisce a questo inferno un tono altissimo, simile a quello che Rilke usava un secolo fa in difesa dell’innocenza violata. Difficile non vedere nelle sue parole il volto dell’apocalisse nucleare rievocata in questi giorni, «la vecchissima memoria di brividi e paure», difficile non localizzare nello spazio e nel tempo quella perdita di tutto, della casa abitata e del proprio stesso corpo. Tibet è un libro di preghiera, che dopo la fine di tutto ci insegna a sopravvivere, a trovare quel nulla che è abbattimento dell’io e del profitto. Ma intanto siamo qui ancora un passo prima, ad avere paura.
di Alba Donati, Saturno



Alfonso's version

C’ERAVAMO TANTO illusi. Quand’era più giovane, Alfonso Berardinelli sembrava una delle voci più acuminate della critica culturale. E invece, ha passato buona parte dell’ultimo decennio a castigarsi, come testimonia un suo recente libretto, che raccoglie alcuni pensierini sul ruolo degli intellettuali. Ormai Berardinelli non riesce più a graffiare. È diventato un distinto signore, pantofolaio e ridondante, come quei chierici cui, nei suoi verd’anni, aveva dedicato memorabili stroncature. Per saggiare la portata di questo suo declino, basterebbe sfogliare le pagine di “Diario”, la rivista semiclandestina che egli stesso aveva ideato con Piergiorgio Bellocchio a metà degli anni ’80. Ne uscirono solo dieci numeri, dal 1985 al ’93, in veste minimalista. Ma furono un vero toccasana per chiunque, allora, vagheggiasse una “terza via”, fra un marxismo ormai muffito e il riflusso edonista cavalcato da Craxi. Per la prima volta, quella società in trasformazione era interpretata con l’ausilio di nomi eterodossi rispetto alla tradizione nostrana: Kierkegaard, Thoreau, Herzen, Orwell, Weil, Rabelais. Fecondo e spiazzante, “Diario” rimane uno dei reperti più originali del ’900 italiano. Poi, le strade si divaricarono. Bellocchio (già fondatore, nel ’62, dei “Quaderni Piacentini”) si ritirò definitivamente dalle scene, preferendo restare «al di sotto della mischia». Soltanto qualche rarissimo volumetto, di satire o aforismi, certificherà la sua esistenza in vita. Berardinelli, invece, inonderà il mercato con un profluvio di libri, libretti e sillogi varie. Mai, comunque, affiderà ai torchi un vero libro, che non fosse una raccolta di scritti d’occasione. Il suo ultimo lavoro interessante fu Ritratto italiano (1998), un’antologia di riflessioni letterarie sull’identità nazionale, da Mario Praz a Giulio Bollati. Ma già lì s’avvertivano i primi segni della sua metamorfosi.
QUANDO, INTORNO AL 2005, Berardinelli approderà sulle sponde del “Foglio”, molti suoi fan ne rimasero atterriti. Per tanti anni, con piglio gobettiano, aveva fustigato le tare del nostro paese, mentre ora sceglieva di lavorare con un direttore «arcitaliano», a capo di un quotidiano ultraliberista, che senza i finanziamenti pubblici non sopravviverebbe un sol giorno. Ma, in fin dei conti, il suo percorso è stato abbastanza lineare. Tipico di chi, a furia di criticare (non a torto) la sinistra, ondeggia sempre più, sino a giustificare, a malincuore, le imprese della destra più becera e impresentabile (è quanto accaduto anche a Giampaolo Pansa). Se volessimo sintetizzare all’osso la nuova poetica di Berardinelli, come emerge implicitamente dalla variegata produzione degli anni duemila, potremmo ridurla a questa sentenza: la sinistra non ha mai capito nulla della storia e della società, mentre Berlusconi, piaccia o non piaccia, è stato il più dinamico interprete della nostra modernità. Forse gli storici del futuro ricorderanno Berardinelli come il più intelligente cantore impolitico dell’età berlusconiana. Ma oggi i suoi antichi estimatori si sentono un po’ orfani. Di fronte a un presenzialismo così petulante, ancor più riluce l’astensione di Bellocchio, che in tutti questi anni ha preferito tacere. E il silenzio non va confuso con il mutismo. Come ha scritto Adriana Zarri, «il silenzio è l’aver detto tutto: tutto ciò che, nella nostra misura, ci è concesso».
di Raffaele Liucci, Saturno

Alfonso Berardinelli, Che intellettuale sei?,
Nottetempo, pagg. 96, 7,00;
Piergiorgio Bellocchio e Alfonso Berardinelli,
Diario 1985-1993, Quodlibet, pagg. VIII-856, 46,00.

marzo 18, 2011

Bob Dylan: Il menestrello e il magistrato

Delle duecentocinquantamila persone che marciarono su Washington il 28 agosto 1963 per affermare i diritti civili dei neri d’America, cinquantamila erano bianchi, o comunque non afro-americani. Tra questi, con Martin Luther King sulla scalinata del Lincoln Memorial, c’era Bob Dylan, ventidue anni e tanto ragazzino da sembrare il fratello minore di Joan Baez, che lo assisteva mentre cantava When the Ship Comes In. È la prima volta che la voce di Dylan raggiunge il mondo, fuori dai locali e dai club del Greenwich Village a New York, e lo fa per protestare contro un’ingiustizia. Già qualche mese prima, Dylan aveva cantato di fronte all’America parole mai sentite: «Per quanti anni gli uomini possono esistere prima di essere liberi, e quante volte si può girare la testa dall’altra parte e far finta di non vedere? […] E quante morti ci vorranno prima di capire che troppe persone sono morte?». La risposta a questi interrogativi «soffia nel vento». È Blowing in the Wind, trasmessa in televisione nel marzo 1963. E nel maggio dello stesso anno Dylan aveva suscitato scandalo abbandonando il popolarissimo Ed Sullivan Show senza cantare, per protesta: gli avevano censurato la canzone sulla John Birch Society, un’organizzazione di estrema destra nata sulla scia del maccartismo. Contrariamente a quanto si è detto, Dylan in realtà non ha messaggi politici o sociali da far passare, o una filosofia da imporre: non sono un capopopolo, e neppure un profeta, griderà rabbiosamente di lì a poco, quando cercheranno di farne il portavoce della protesta giovanile, la coscienza del mondo. Nelle note di copertina di Bringing It All Back Home (1965), chiarisce il concetto a modo suo: «una canzone è qualcosa che cammina da sola, c’è chi dice che sono un cantautore; una poesia è una persona nuda […] qualcuno dice che sono un poeta». Un poeta fa questo: si mette a nudo e contemporaneamente mette a nudo le ingiustizie e le ipocrisie del mondo. Fernanda Pivano, quando vide Bob Dylan a San Francisco nel dicembre 1965, fu folgorata da un poeta che parlava attraverso il juke-box, e insieme all’amore cantava l’orrore per la violenza, la solitudine , l’ingiustizia, il sopruso, che nei giornali cercava le storie dei diseredati, degli oppressi, le stesse delle sue canzoni. Dylan sembra essere attirato dall’ingiustizia come da una calamita. Non riesce a non occuparsene, che si tratti di cause celebri come quella del pugile nero Rubin “Hurricane” Carter, o di fatti di cronaca come l’uccisione brutale e immotivata di una cameriera di colore, Hattie Carroll, in un albergo di lusso a Baltimora, a opera di William Zanzinger, ricco coltivatore di tabacco del Maryland, erede di una potente famiglia americana. Dylan ci scrive The Lonesome Death of Hattie Carroll. Perché «morte solitaria»? Non solo perché si muore sempre soli, ma perché la donna è stata abbandonata da tutti, persino dalla legge, che nello stesso giorno in cui Luther King annunciava il suo «I have a dream», condannava Zanzinger a sei mesi di detenzione e a poche centinaia di dollari di risarcimento per gli undici figli di Hattie Carroll. «E ora», canta Dylan rivolto ai benpensanti che leggendo la notizia sui giornali avevano finto di piangere, «ora nascondete pure la faccia nei vostri fazzoletti, perché ora è il momento di versare lacrime». Nessun odio di classe. Non è mai stato comunista Dylan, ed è sempre fuggito dalle ideologie come fossero malattie infettive. Ma che l’erede di una grande famiglia, o l’erede a un trono o un primo ministro o un politico, possano impunemente fare del male e mettersi al di sopra della legge, lo provoca come un animale ferito. Il suo lamento, che è anche un ruggito, è una canzone. Come tutti gli istinti, quello di Dylan emerge inaspettato e rivelatore. Il 20 febbraio 1991, alla consegna dei Grammy Awards, gli Oscar della musica, Jack Nicholson presentava il vincitore con queste parole: «Signore e Signori, quest’uomo è una rivoluzione, in molti sensi della parola: Bob Dylan». Dylan entra in scena tra gli applausi, ma è quasi irriconoscibile: è invecchiato (sta per compiere cinquant’anni), ingrassato, occhiaie profonde, guance cadenti, lo sguardo di un alcolista o di un drogato. Improvvisamente, attacca Masters of War. Sono gli ultimi giorni della guerra in Iraq. La celebre canzone, scritta ai tempi della guerra in Vietnam e della minaccia atomica, è stravolta, irriconoscibile quanto il suo autore: più che cantare, Dylan abbaia. «Pareva», ha scritto Alessandro Carrera, il traduttore italiano di Dylan e uno dei suoi studiosi più autorevoli , «che stesse intonando un inno di guerra pellerossa, dove le parole sono sillabe senza senso e conta solo la foga guerriera dell’esecuzione». Ma l’attacco ai «Signori della guerra», ai fabbricanti e ai mercanti di armi, era forte come trenta anni prima: «Spero che voi moriate, e che la vostra morte venga presto. Seguirò la vostra bara in un pomeriggio pallido, e starò a guardare mentre vi calano nella fossa, incomberò sulla vostra tomba fino a che non sarò certo che siete morti». Non è la giustizia intesa come legge. Giustizia retributiva, se mai, o giustizia poetica.
di Arturo Cattaneo
- Saturno


Ragazzo settantenne Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, compirà settant’anni il prossimo 24 maggio. Impegnato in un tour di concerti che toccherà per la prima volta anche la Cina, sarà a Milano il 22 giugno. Il 31 marzo all’Università Cattolica di Milano, convegno su “Dylan e la giustizia”

marzo 11, 2011

I tormenti del giovane Simon


Dopo il Museo dell'incesto e le opere autobiografiche, Fujiwara conquista l'Asia.

SIMON FUJIWARA si è imposto all’attenzione del mondo dell’arte nel 2008 quando, ancora ventiseienne, realizzò un’opera intitolata Il Museo dell’Incesto, dedicata al più longevo tabù della nostra disincantata società. Invece di proporlo come un’aberrazione o come una decadente deriva di costumi, l’opera
situa l’incesto all’origine della storia evolutiva, prendendo le mosse direttamente dalla cosiddetta Culla del genere umano, il sito nell’est dell’Africa, dove si sono trovati i più antichi resti umani. Con fare da antropologo Fujiwara ha presentato in numerose performance reperti ossei, fotografie e cartine degli scavi. Ha pubblicato una guida del museo presentandola al pubblico come una «trattazione erotica della civilizzazione, dalla scimmia all’uomo e ritorno» dove l’incesto figura come un’istituzione originaria delle società ancestrali. L’opera si compone inoltre di alcuni ambienti del fantasioso museo con tanto di teche, vetrine e antiche pitture murali, realizzate in Giappone dal padre di Fujiwara. Dettaglio non trascurabile, se si tiene conto che non è il classico complesso edipico a occupare gli interessi dell’artista, ma l’ancor più inquietante incesto omosessuale. È con la storia, vera e fittizia, di suo padre che Fujiwara ha deciso di confrontarsi, descrivendo il suo lavoro come «un ritratto, incontrollatamente personale, di una relazione padre-figlio». L’intera sua pratica artistica muove da ragioni autobiografiche, da una storia familiare ricca e curiosa che lo ha spinto a indagare la sua storia personale in relazione alla più ampia storia del passato. Fujiwara è figlio di madre inglese e di padre giapponese, ma la casa dove è cresciuto in Inghilterra era adorna di numerosi oggetti provenienti dalla Spagna, dove i suoi genitori erano vissuti prima della sua nascita, all’inizio degli anni ’70, gli ultimi della dittatura Franchista, gestendo un albergo sulla Costa Brava. Fujiwara si sentì presto l’immagine stessa della diversità: gay, anglogiapponese e in una casa spagnoleggiante. Incominciò a interrogarsi sulla curiosa scelta dei genitori di vivere sotto una dittatura che proibiva qualsiasi letteratura erotica e in cui lui, gay, avrebbe subito la più rigida censura. Prese a immaginarsi nei panni di suo padre, nella Spagna di Franco, mentre scopriva a poco a poco le sue pulsioni. Così la sua storia si è sovrapposta e confusa con quella del padre, fino a usarne il nome per firmare novelle erotiche che nel tempo ha pubblicato su diverse riviste gay. Dopo il Museo dell’Incesto ha lavorato con fare non meno archeologico a un’altra performance Benvenuti all’Hotel Mumber, vero nome dell’albergo gestito dai genitori, dove trasforma i familiari oggetti spagnoli in feticci tra le mani del padre, a cui affida anche la voce narrante di un romanzo storico-erotico ambientato nella società franchista, testo che Fujiwara, figlio, da tempo cerca realmente di scrivere, senza riuscirci, per le incomprensioni con il padre e la famiglia che il suo progetto ha generato. È con questa performance che sarà presente alla terza edizione della Biennale di Singapore che sta per aprirsi, ultimo in ordine di tempo tra gli innumerevoli appuntamenti internazionali che lo hanno visto recentemente protagonista: dalla scorsa Biennale di San Paolo al Cartier Award di ottobre 2010 e alla ottava edizione della Biennale Manifesta da poco conclusasi in Spagna dove Fujiwara decise di presentare un’opera meno autobiografica, intitolata Falli (Un mistero arabo), dedicata a un misterioso avvenimento. UN EDIPO OMOEROTICO
L’installazione ricostruiva un campo archeologico in un’imprecisata località del deserto arabo dove sidicevenneroritrovatiduegiganteschi falli in pietra, scomparsi dopo aver generato il panico tra le autorità politiche. Nell’installazione, tra vetrine fitte di testimonianze ed effetti personali degli scavatori, campeggiava come un arcaico monolite uno dei suddetti reperti. Così, dopo aver affrontato il malsano intreccio tra le storiche censure di dittature passate e il latente desiderio omoerotico delle società ch’esse crearono, Fujiwara ci ha condotto a considerare le non meno inquietanti censure di un islamismo capace di distruggere le millenarie sculture della Valle di Bamiyan. Cosa sarebbe del patrimonio artistico se una simile intolleranza fosse esercitata sulla tradizione erotica dell’arte, dalle scene tantriche del tempio di Khajuraho in India alle stampe erotiche giapponesi del XVII secolo, fino alle nostre mediterranee sculture
di Ermes itifallici?

di Elenza Volpato - Saturno

Simon Fujiwara, Benvenuti all’Hotel Mumber, Biennale di Singapore, dal 13 marzo al 15 maggio.
Falli (Un mistero arabo) Simon Fujiwara, 2010

Leggende e verità storiche sul Risorgimento


Alberto da Giussano, i Celti, Scipione e altre mitologie senza fondamento.

Beh, se ne sentono di stramberie intorno al Risorgimento e all’Unità. Eccone una: a Garibaldi hanno tagliato un orecchio (o un lobo di un orecchio) perché si è macchiato di un terribile reato (furto di cavalli, stupro: le versioni variano). E su che si baserebbe questa affermazione? Non è chiaro. Forse qualcuno se l’è ricavata da un qualche pamphlet ottocentesco scritto da un detrattore del condottiero. Oppure qualcun altro ha sentito il bisogno irrefrenabile di partorire un paralogismo del tipo: se ha un orecchio tagliato sarà un mascalzone. Non male. Ma ci fosse mai qualcuno che si preoccupa di esibire una qualche fonte certa, un qualche documento sensato che possa provare il passato criminale di Garibaldi. Niente. E il bello è che la rete è soffocata da blog che ospitano innumerevoli interventi di persone che danno credito ad affermazioni di questo tipo senza batter ciglio. Che, se ci pensate, è ben curioso: in fondo in un paese come il nostro, dove le questioni giudiziarie sono sempre all’ordine del giorno, ormai dovrebbe esser chiaro a tutti che una prova d’accusa deve esser certa al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma evidentemente quando si parla di storia si ritiene che non ci sia bisogno di esibire prove certe. Dopo c’è anche chi si inventa alate mitologie. I padani discendono da Alberto da Giussano, dice uno. No, Alberto da Giussano è italiano, dice un altro. Macché, i padani discendono dai celti; e allora gli italiani discendono da Scipione l’Africano. E via con le panzane. Perché, con tutto il rispetto delle autorevoli voci che in qualche caso le hanno pronunciate, quelle son proprio panzane. Che nessuno storico serio al mondo potrebbe avvalorare, per il semplice e buon motivo che non c’è la minima evidenza documentaria che possa dar sostegno a nessuna di quelle affermazioni. Anche qui, i blog sono posti istruttivi. Sapendo cercare si trovano spazi web in cui una quantità di persone proclama senza dubbio alcuno che nelle «nostre» vene scorre «sangue italiano»; o che la grandezza di Roma deve renderci orgogliosi di essere italiani; o che nei «popoli padani» si intravede l’odierna espressione della millenaria cultura celtica. Su che base si possono fare affermazioni simili? Boh. Solo che quando le hai lanciate in qualche circuito mediatico sembrano valanghe che non si fermano più. Insomma, quando si fa un uso pubblico della storia bisognerebbe avere la decenza di ricordarsi che esiste una disciplina storiografica che insegna come si può sensatamente parlare del passato. Non è nemmeno da dire che la pratica storiografica si basi su regole particolarmente astruse. Anzi, sono molto semplici. Uno storico deve fondare la sua ricostruzione su documenti di cui si è accertata l’attendibilità . Meglio se i documenti sono molteplici e convergenti, naturalmente. Inoltre uno storico - come ci ha insegnato molti anni fa Marc Bloch nella sua bellissima Apologia della storia - deve trattenersi dall’emettere giudizi di valore. E cioè uno storico non deve spiegarci se Robespierre o Garibaldi sono stati dei mascalzoni, ma deve descrivere cosa hanno fatto e perché l’hanno fatto. E, diciamo la verità, di storici e storiche in gamba, in grado di ricostruire con seria persuasività il passato, ce ne sono molti. Non che siano tutti perfetti; nessuno scienziato lo è. Né che non facciano mai errori; naturalmente non è così. Ma hanno un metodo scientifico da seguire, e quasi sempre cercano di seguirlo con rigore. Ma la società dei media ha altre regole. Tempo fa, facendo zapping, mi sono trovato, incantato, a seguire una puntata di una trasmissione televisiva in cui un giornalista intervistava un romanziere che aveva appena scritto un romanzo ambientato nel Risorgimento italiano (un romanzo, si badi bene, non un libro di storia: fiction, non ricostruzione scientifica). Quella parte di intervista non verteva sulle tecniche della narrazione, come sarebbe stato corretto, ma sulla storia del Risorgimento (un po’ come se qualcuno intervistasse Dan Brown non sulle sue fantasie complottistiche, ma sui metodi per uno studio proficuo delle opere di Leonardo). Nel corso dell’intervista il giornalista, dopo un po’ di domande su fatti e aspetti del Risorgimento, concludeva dicendo (grosso modo): «Ma poi lei non crederà mica che i libri di storia ci dicano tutta la verità?»; al che il romanziere assentiva con aria un po’ spaesata; e l’altro rincarava: «perché c’è ben altro dietro…». E che cosa dovrebbe esserci? Il Grande Complotto di generazioni e generazioni di storici - non importa se di un paese o di un altro, di un orientamento intellettuale o di un altro, di un’inclinazione metodologica o di un’altra - tutti hanno tuttavia cooperato, e continueranno a cooperare, nel nascondere la verità? Conclusione obbligata alla quale arriva un comune spettatore che abbia seguito questa o altre consimili trasmissioni: «meglio lasciar perdere gli storici, tanto nessuno dice la verità…». E lì si capisce com’è che nell’uso pubblico della storia nessuno si preoccupa minimamente del rigore del metodo storico, e com’è che ciascuno sembra avere una sua verità da sbandierare, un complotto cui alludere, un presunto misfatto da condannare, sempre senza dover fare lo sforzo di provare alcunché, né di misurarsi, neanche per un minuto, con la migliore storiografia.
di Alberto Mario Banti
- Saturno

Istituto Luce: Dal Duce a Coppi. Viaggio tra i tesori a rischio estinzione


In principio era il cinematografo, e il cinematografo era presso il Duce. Siamo nel ’27, e Mussolini ne è convinto: le immagini in movimento sono “l’arma più forte” per esaltare il capo, le arterie del Regime e i capillari di “una più grande Italia”. Nasce L’Unione Cinematografica Educativa (Luce), e non tutto il fascismo vien per nuocere: impariamo a lavarci i denti, prendere il tram, fare le vaccinazioni. Ma sono esternalità positive: la luce è sul Duce, che chiama alla battaglia del grano e dà l'esempio guidando la motoaratrice a Carpena, nella sua Romagna. Di questo e degli altri 49 cinegiornali Luce prodotti nel ‘27 non è rimasta nessuna copia disponibile, solo le schede di catalogazione, ma basta scorrere qualche mese per ritrovare Mussolini in carne e celluloide all’adunata Balilla a Roma (febbraio 1928), alle gare mondiali universitarie a Cortina, a cavallo e sui nuovi autobus capitolini, tra gli ufficiali dei Carabinieri e in visita all’Alfa Romeo (aprile). Ma anche l’ufficialità e il controllo lasciano balenare squarci di verità: Mussolini che rifiuta l’abbraccio oceanico di ritorno dalla conferenza di Monaco del ’38, tutt’altro che entusiasta di vestire, lui guerrafondaio, i panni dell’uomo della pace e, ancora, i volti preoccupati e disillusi che nelle altre piazze d’Italia accolgono l’audio del “Vincere e vinceremo” di Piazza Venezia.
NON SONO note a margine, ma patrimonio collettivo di immagini e suoni: l’onda lunga del secolo breve, anzi, del secolo che si vede. E si sente: “Resta intera la nostra curiosità, il nostro desiderio di sapere come mai la mente umana veda una visione così distinta, misuri con misurazioni così esatte quello che l’occhio non vede e la mano non raggiunge”, dice Pio XI a Guglielmo Marconi inaugurando nel febbraio ’33 la stazione a onde ultracorte che collega Città del Vaticano e il Palazzo pontificio di
Castelgandolfo (Giornale Luce). Tasselli di storia, frammenti di vissuto, che ritornano nell’emozione del direttore dell’Archivio, Edoardo Ceccuti: “Il Luce sta bene, è la memoria che se la passa male: le attività di catalogazione sono ferme per mancanza di risorse”. L’attacco non è solo al cuore delle istituzioni e dei potenti, ma anche del popolo, gente comune, povericristi: c’è chi nell’Archivio del Luce ha trovato la madre finalista a Miss Italia, scovato il nonno con la camicia nera, ripescato lo zio inquadrato di sguincio alla Milano-Sanremo del 1950, dove su una lussuosa macchina “non arriva il presidente Einaudi o l’Aga Khan, ma Mr. Coppi, elegante come un damerino di Piccadilly Street” (Cinesport Ciac, 1° marzo ’50). Altre cronache, altre trasmissioni, un “come eravamo” identitario, nazionale e, a intermittenza, sciovinista: il tempo imperfetto dove sono incubate e maturate le purulenti imperfezioni del nostro presente. Per chi sia in vena di nostalgie formato famiglia o esami di coscienza collettivi, la ricerca del tesoro ha un semplice indirizzo: www.archivioluce.com  , dove in libera consultazione e bassa risoluzione è disponibile l’intero archivio. Che fare, dunque, cancellarlo con un colpo di spugna, resettarlo con un colpo di Fus? Domanda retorica a qualunque latitudine, eccetto la nostra: Cine-città Luce è sotto attacco, l’archivio rischia di ritrovarsi nei cellari due ospiti sgraditi, vendita o dismissione, perché la calcolatrice di Tremonti ha solo il tasto “meno” e tanti spazi bianchi, tra cui quello che più bianco non si può di Bondi. A riempirlo, l’indignazione generale e qualche azione particolare: i 100autori in piazza il 12 marzo per il “Costituzione Day”, le Tre Giornate di mobilitazione a favore della cultura e dello spettacolo (26-28 marzo) promosse da Agis, Federculture, Anci, Upi e Conferenza delle Regioni, l’Agis che promette non si siederà più a un tavolo con Bondi (“Si dimetta”) e il sottosegretario Francesco Giro che si appella al Governo come a un marziano, chiedendo di “reintegrare le risorse dove possibile”. Dal suo buen re-tiro, il ministro dimezzato prende nota e risponde prontamente, firmando con Giuliano Amato il riconoscimento di interesse nazionale per le bande, le corali e i gruppi folclorici in occasione del 150° dell’Unità. E LA BANDA passò, ma rimane quella del buco, con altri 27 milioni sottratti al Fus e 50 congelati dai fondi ordinari del Ministero: di questo passo, la ripartizione sarà una riffa di paese. ''Comprendo la preoccupazione e la delusione del mondo della cultura in seguito alle ultime notizie riguardanti una ulteriore previsione di riduzione degli investimenti”, ammette il futuro ex ministro. “A questo punto posso solo confidare che chi mi succederà a breve abbia l’autorevolezza e la forza di porre rimedio e invertire l’attuale situazione“. Ma, tra i prossimi cadaveri eccellenti, non si scommettete sull’Archivio: ormai pagano 1 a 1 i suoi 12 mila cinegiornali, 10 mila tra documentari e altre tipologie, un milione di metri di “girato non montato” del repertorio Incom e Luce, più tre milioni di fotografie (1910-2000) del Luce e altri fondi (Incom, Pastorel, Dial, Amoroso, Vedo). Non solo, in partnership è arrivato l’archivio della Resistenza, il Quilici, il Fondo Storico del Partito Socialista Italiano, l’Archivio Centrale dello Stato, quello della Cineteca del Friuli e dello Stato Maggiore dell’Esercito e molti altri: “Oggi quando si vedono delle immagini in bianco e nero, si pensa subito a noi, anche se magari non ci appartengono”, dice Ceccuti. Magra consolazione, perché il tono che va per la maggiore è il grigio pessimismo: 35 gli impiegati fissi, più le crew dei documentari, un solo scanner per la digitalizzazione in 2k, costi di gestione (al netto degli stipendi) di circa un milione di euro, un milione e 500mila il fatturato (comprensivo dell’attività documentaristica) e la pirateria “spesso dei grandi network” che si mangia almeno 400 mila euro l’anno. Poi, lamenta Ceccuti, c’è la nostra bestia nera, “la pigrizia italiana: tutti sanno dell’archivio, ma quanti ci vanno?”. Per risollevare queste sorti poco magnifiche e progressive, due opzioni sono di casa in via Tuscolana, 1055: il video on demand (trattative con Telecom, Fastweb e Google) per ritrovarsi direttamente sul pc un pezzo di storia patria e la costituzione del Por-tale della Memoria, in divenire con – precisa Ceccuti – “soldi nostri”. MA DAVVERO vale la pena sostenere e finanziare l’Archivio? Un ultimo estratto, dal Caleidoscopio Ciac - Obiettivo sulla cronaca del 5 marzo 1981, che riprende un convegno a Milano: “Entro la fine di marzo, un disegno di legge sul servizio pubblico radiotelevisivo e la regolamentazione delle emittenti private per porre fine all’anarchia dell’etere: divieto di interconnessione delle reti locali su scala nazionale, imposizione di un tetto per la pubblicità, obbligo di produrre in proprio una certa quantità di programmi”. Fin qui tutto bene? Continuiamo: “Il presidente di Canale 5 Silvio Berlusconi ha attaccato il progetto in nome della libertà d’antenna e della libera concorrenza, di tutt’altro avviso, ovviamente, è stato Giampiero Orsello, vicepresidente della Rai: difendiamo la libertà d’antenna, ma va regolamentata perché non diventi perniciosa, non premi le oligopoli (sic) dell’informazione”. Ovviamente, ecco a che serve l’Archivio Luce: a non guardare il presente con occhi immemori, scambiando la storia per fantascienza.
di Federico Pontiggia - IFQ

Due immagini dall’Archivio Istituto Luce


marzo 04, 2011

Céline, così imbarazzante


Grande scrittore, perfetto stronzo. Scontro in Francia sulle celebrazioni. Il carteggio con l’editore Gallimard.
Leggere Céline, passeggiare con un suo libro sottobraccio, non è affatto cosa scontata in Francia. Per noi, che non riusciamo a richiamarci a una memoria condivisa, è difficile capire quanto questo scrittore sia scomodo in Francia, paese che si riconosce (quasi) interamente nella Repubblica uscita dalla Resistenza e guarda con difficoltà al proprio passato collaborazionista e antisemita. Lo scandalo che riguarda Céline non è emendabile: come ha potuto il sublime autore del Viaggio al termine della notte scrivere pamphlet rigurgitanti trivialità e propositi razzisti? Alcuni risolvono il problema evitando di leggere i suoi romanzi, negandone insomma il genio in nome della sua scelleratezza. Altri fanno l'operazione inversa: ne minimizzano le colpe per poterne salvare l'opera. Tale rapporto irrisolto con una della figure maggiori della letteratura del Novecento si manifesta in tutte le sue contraddizioni quest'anno, nel cinquantenario della sua morte. Inserito in un primo momento nella lista delle celebrazioni nazionali (che riunisce eventi tanto diversi quanto la nascita di Cioran e il «primo concerto di Johnny Hallyday»), il nome di Céline ne è stato infatti escluso in seguito alle proteste di Serge Klarsfeld, presidente dell'«Associazione figli dei deportati ebrei di Francia». Ma non tutti approvano la decisione del ministro Mitterrand: Henri Godard, massimo studioso di Céline, ha denunciato quella che considera una «forma di censura», mentre il filosofo Bernard-Henri Lévy ha osservato che nulla impedisce di essere allo stesso tempo «un grandissimo scrittore e un perfetto stronzo». Verranno invece sontuosamente festeggiati i cento anni di Gallimard, la casa editrice che pubblica tutto Céline: sono previste mostre, pubblicazioni, programmi radiofonici. E difficilmente si potrà evitare di citare lo scrittore dal genio impossibile, che della storia di Gallimard ne ha fatto parte, in un modo o nell'altro. Certo, il manoscritto del Viaggio al termine della notte era stato inizialmente rifiutato da Gaston Gallimard - capostipite della maison che allora si chiamava ancora NRF (Nouvelle Revue Française) - forse sconcertato dal tono della lettera di accompagnamento, nella quale Céline annunciava: «È pane per un secolo intero di letteratura. È il premio Goncourt 1932 su un piatto d'argento per il Felice editore che saprà accogliere quest'opera senza pari…». Lo pubblicò l'editore Denoël. E il romanzo, che non vinse il Goncourt, fece esplodere il “caso” Céline. Nel dopoguerra però, quando lo scrittore, dimenticato e furente, dall'esilio danese lanciava i suoi strali contro tutto l'establishment letterario, allora dominato dalla figura del nemico Sartre, fu proprio Gallimard a proporre all'autore del Viaggio un contratto esclusivo che prevedeva la riedizione in meno di un anno di tutti i suoi romanzi. La via d'altro canto era libera: al precedente editore, Robert Denoël, accusato di collaborazionismo, avevano sparato a bruciapelo sulla piazza degli Invalides pochi anni prima, nel 1945. Quanto invece ai rapporti di Céline con Gaston Gallimard, le numerose lettere tra i due, recentemente pubblicate con tutta la corrispondenza dello scrittore, ne danno uno scorcio a tratti esilarante. Lo scrittore non fa che reclamare più attenzione, più soldi, più articoli, e torna ossessivamente sul suo desiderio di entrare a far parte della Pléiade, la prestigiosa collana creata da Jacques Schiffrin e acquisita da Gallimard nel 1933.
«1500 FRANCHI, SE NO VENGO A DEMOLIRVI»
Céline manda al suo editore centinaia di lettere, alternando gratitudine e disprezzo, richieste di affetto a veri e propri insulti. «Ah se vi puliste il culo con i miei “contratti”!», oppure: «Sarebbe divertente, se non foste tutti quanti e fino all'ultima goccia un branco di spilorci!». E non faceva mancare le rivendicazioni: «sono io l'inventore, io ho sfondato la porta della camera in cui stagnava il romanzo prima del Viaggio»; anche se preferiva di gran lunga lagnarsi: «ho dedicato il mio ultimo libro a Plinio il Vecchio e a Gaston Gallimard, non mi hanno ringraziato né l'uno né l'altro…». L'ultima lettera al suo editore, con la quale chiedeva «1500 franchi invece di 1000, altrimenti affitto un trattore e vado a demolire la NRF», rimase sul tavolo. Céline non arrivò mai a spedirla: morì il giorno dopo averla scritta
.
di Martina Cardelli -
Saturno IFQ

Rimosso - Louis-Ferdinand Céline
©Pierre Vals/Opale/LUZphoto


Quel falsario di Camilleri


I segreti dell’infaticabile scrittore siciliano, 85anni, di cui ieri è uscita un’altra raccolta di racconti in dialetto vigatese. Il suo «artigianato di pregio» saccheggia i grandi classici della letteratura mondiale, da Shakespeare a Gogol e Faulkner
DA QUANDO Camilleri vende libri a camionate, tàcchete. Puntuale è scattata la classica equazione degli intellettuali nostrani, inflessibili nel presupporre un rapporto inverso tra valore e successo. Se piace a tanta gente, dev’essere per forza roba andante. O no? Peccato. Di rado capita di leggere un ragionamento serio sullo scrittore siciliano. Certo, è difficile tentare un bilancio quando la Premiata Ditta sforna una decina di titoli all’anno. Per Camilleri, come per Zeno, la scrittura è un esercizio quotidiano. Lo si capisce scorrendo le storie di Gran Circo Taddei, uscito ieri da Sellerio. Otto racconti di identica lunghezza, dove è in scena la Vigata tra le due guerre, in un turbine di corna e maldicenze degno di Piero Chiara o Vitaliano Brancati. Nella loro scia Camilleri restituisce uno spaccato irresistibile del quotidiano di regime (i nomi italianizzati, le divise grottesche, la deferenza untuosa, le facce feroci…). Un perfetto antidoto al diluvio di memorie e diari tarocchi del duce, per ricordare quale tragica carnevalata sia stato il fascismo. Sarà un altro successo, moltiplicato su scala planetaria da centinaia di traduzioni. Artigianato italiano di pregio, in un settore nel quale siamo sempre stati dipendenti dalle importazioni (Confindustria dovrebbe chiedere una consulenza). Camilleri è amato anche nei paesi, come la Spagna, in cui i traduttori annacquano il suo inconfondibile impasto di italiano e dialetto. Com’è possibile? Non stava qui il segreto? In realtà le discussioni sul vigatese hanno lasciato in ombra due ingredienti fondamentali: voglio dire l’umorismo e le architetture studiatissime, che sostituiscono schemi di genere ormai logori. Ora, per quanto il cuoco dissimuli, le pietanze sicule arrivano in tavola preparate con ricette internazionali. Lasciando perdere Gogol e Simenon, basterà ricordare che la struttura cubista del Birraio di Preston è ispirata al Pianista di Vázquez Montalbán; mentre una delle più note avventure di Montalbano, L’odore della notte, nel finale ricalca un capolavoro di Faulkner, Una rosa per Emily. Quanto ai maestri portati in scena in cinquant’anni di regie teatrali, sarebbe troppo lungo inseguirne le tracce. “GRAN CIRCO TADDEI”: IL CARNEVALE FASCISTA
E che dire di Troppu trafficu ppi nenti, versione messinese di Molto rumore per nulla? La vocazione del falsario percorre come una febbre l’opera di Camilleri, spingendolo a trasformare i libri in dossier, stipati di documenti, lettere, verbali, articoli inventati di sana pianta. In Gran Circo Taddei c’è persino la spassosa riproduzione della réclame di Arsenia, maga di Zammut (in coda l’avvertenza: «non si fanno fatture»).
Un modello misconosciuto, ma decisivo, fa capolino nella postfazione di Acqua in bocca, scritto con Lucarelli secondo questo metodo. Si
tratta di Un delitto al largo di Miami (Murder off Miami), assemblato da Dennis Wheatley a partire da un’idea di J.G. Links. Un lavoro curiosissimo, che fece scalpore nel 1937, quando uscì nei Gialli Mondadori sotto forma di una raccolta di reperti. Telegrammi, fotografie, rapporti, persino due buste con fiammiferi e ciocche di capelli: al lettore il compito di ricostruire l’accaduto. Proprio ciò che avviene in tante storie di Camilleri. Con qualche eccezione. Per esempio L’intermittenza: un sorprendente thriller aziendale uscito per Mondadori. Dedicata con amarezza «Al lavoro che nobilita l’uomo», la vicenda scorre tra manager cinici, crack pilotati, licenziamenti, in un italiano asettico. Poi dicono che Camilleri a Segrate dia soltanto la fuffa! Balle. In compenso non rinuncia alla malizia: «A 75 anni passare la notte con una minorenne de-v’essere abbastanza impegnativo. Da un po’ il vecchio ha scoperto la carne fresca e ne va ghiotto» ( pag. 15  ). Ops! Per fortuna il vecchio si chiama Manuelli.
di Mauro Novelli - Saturno IFQ



La libertà svelata. Donne islamiche a viso aperto


Nella storia delle società musulmane ci sono stati molti periodi in cui le donne non portavano il velo senza che questo creasse grandi problemi. Il velo cadeva in disuso e tornava in voga a seconda delle circostanze politiche. La sua evoluzione ha sempre riflettuto la percezione che le donne avevano di loro stesse. Nel momento in cui il nostro paese conquistò l’indipendenza, un gran numero di algerine non portava più il velo. Naturalmente, molte continuavano a rispettare i loro obblighi religiosi, pregavano e digiunavano durante il Ramadan. Il velo aveva perduto il significato religioso che gli era stato attribuito durante l’era coloniale e veniva inteso come una consuetudine riservata alla vecchia generazione, quella delle madri e delle nonne, che non avevano ricevuto un’istruzione formale ma avevano allevato i giovani e le giovani che avevano preso le armi contro la Francia.
GRADUALMENTE, il velo divenne anche segno di appartenenza a una certa classe sociale: le cameriere che lavoravano per la nuova classe dominante postcoloniale (quella dei politici e dei professionisti) di solito erano donne povere che sembravano voler nascondere la loro povertà dietro al velo. Accettato come un residuo del passato reso obsoleto dalla storia, il velo veniva disprezzato e considerato un’usanza arcaica, priva di un vero significato. Quindi è comprensibile che donne come mia madre decisero di toglierlo. Erano ansiose di eliminare quel marchio di classe e provare la libertà di muoversi senza l’impaccio di quei lenzuoli di seta bianca. Ovviamente, c’erano uomini che sollevavano obiezioni alle ragazze che si avventuravano fuori casa in minigonna, ma in generale le donne potevano andare all’università e al lavoro senza velo. Negli anni sessanta e settanta, l’establishment religioso condannava la prostituzione ma era più occupato a opporsi alla politica socialista di espropriazione e ridistribuzione delle terre che a pensare al velo delle donne.
Il suo attuale revival, spesso nello stile importato dall’Egitto (una sciarpa sulla testa e uno spolverino lungo), è coinciso con una mancata politica di sviluppo, una guerra civile che ha contrapposto il governo a un movimento islamista radicale e diviso, e con la nascita di un movimento interregionale per la difesa dell’identità culturale influenzato dagli eventi geopolitici. L’eco di quello che succede a Baghdad e al Cairo, a Washington e a Parigi risuona anche ad Algeri, Rabat e Amman. Nella storia del colonialismo, della resistenza e delle proteste nei paesi mediorientali, il velo è sempre stato un simbolo e un fertile terreno di scontro per le ideologie politiche...
KHOMEINI IMPONEVA
COLORE E TIPO DI SCARPE IN IRAN, NEGLI ANNI SETTANTA, molte donne portavano il velo per protesta contro la politica repressiva dello scià. Appena salì al potere, Khomeini restituì loro il favore rendendo il velo obbligatorio. Come un regolamento militare, il decreto imponeva il colore («nero, blu scuro, marrone o grigio scuro») dell’hijab, il tipo di scarpe da indossare e, per dare un’illusione di scelta, conteneva una serie di immagini di abiti «accettati» e «preferiti» con il titolo «Stili dell’hijab islamico». Vale la pena anche di ricordare che alla fine degli anni novanta il movimento di opposizione iraniano dei Mujaheddin-e-Khalq (Mujaheddin del popolo) istituì un Esercito di liberazione nazionale in cui le donne combattevano dalla parte degli iracheni (durante la guerra tra Iran e Iraq) indossando sciarpe rosso vivo. È vero che leGuardie della rivoluzione iraniana portano una sorta di turbante stilizzato, ma almeno hanno la fronte e il collo liberi. Come in Arabia Saudita, in Iran esiste una polizia per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio sempre in cerca di donne ribelli che violano le regole del velo. Il controllo da parte dello stato dell’abbigliamento e del corpo delle donne non è solo umiliante ma anche disumano. Nessun uomo ha il diritto di imporre a una donna di che colore o lunghezza deve essere il suo vestito. Questo è l’abuso di potere più sfacciato: lo stesso presidente della Repubblica islamica dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad quando
viaggia in Occidente veste all’occidentale. La polizia per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio non ha niente da obiettare al modo in cui si veste, e nessuno lo considererebbe meno musulmano solo perché non indossa la tunica lunga e il turbante. Perché nessuno ha da ridire sulla sua scelta di non vestire alla musulmana mentre una donna può essere arrestata solo perché ha permesso che una ciocca di capelli sbucasse dal velo? Dov’è la giustizia? Se gli uomini sono liberi di vestirsi come vogliono, anche le donne dovrebbero esserlo. Diversamente dagli obblighi religiosi legati al dogma, il velo è un fenomeno storico, forse il più storico di tutti, e di conseguenza suscettibile di cambiamenti. Non portarlo non ha alcuna connotazione eretica. Uscire senza non è vietato come prestare a interesse e bere alcol. Questo spiega perché i riformisti musulmani del diciannovesimo secolo invocavano un miglioramento della vita sociale delle donne, fortemente limitata dal velo. Ma neanche i più liberali di loro arrivarono a dichiarare che quella del velo non era una vera e propria pratica religiosa. Nel 1879, Jamal Al-Din al-Afghani ammoniva così i suoi contemporanei: «Dovreste sapere che per noi è impossibile uscire dall’ottusità, dalla prigione dell’umiliazione e della miseria e dalla più profonda debolezza e ignominia finché le donne saranno prive di diritti e ignoreranno i loro doveri, perché come madri sono responsabili dell’educazione primaria e dell’insegnamento dei principi morali fondamentali».
SPETTA A NOI DIVENTARE
AGENTI DI CAMBIAMENTO L’INVITO AL CAMBIAMENTO di al-Afghani non era dettato da una nuova visione del futuro delle donne ma da considerazioni sul loro ruolo di madri. Si guardò bene dal mettere in discussione lo status religioso del velo. Anche lui gli attribuiva una funzione morale. Qasim Amin, il giurista egiziano suo contemporaneo, invece non trovava alcun fondamento nella religione o nella legge islamica per il velo che copre il viso, le mani e i piedi di una donna. Da un’attenta lettura del suo trattato Tahrir al Mara’a (La liberazione delle donne) si evincono i motivi per cui le donne non dovrebbero coprirsi il volto con il velo. È paradossale che le argomentazioni portate da Amin per convincere gli uomini del suo tempo potrebbero essere usate anche oggi per dissuadere le donne che sostengono la necessità del velo, a dimostrazione di quanti pochi progressi siano stati fatti. Secondo Amin, la religione veniva usata come scusa per perpetuare una consuetudine socialmente dannosa per le donne. Per usare le sue parole: «I musulmani erano attratti dal velo, lo approvavano, ne esageravano l’uso e lo rivestivano di un significato religioso, proprio come altre usanze dannose hanno preso piede in nome della religione, ma delle quali la religione non ha colpa». Eppure, nonostante la sua appassionata dimostrazione dei danni sociali causati dal velo alle famiglie musulmane e al paese, Amin scrisse: «Difendo ancora l’uso del velo e lo considero uno dei pilastri della moralità». Tuttavia, diversamente da molte donne musulmane che si sono velate, si rendeva conto dell’influsso del velo sulle preadolescenti del suo tempo il cui sviluppo era «rallentato» dal divieto di interagire con il mondo esterno appena lo indossavano. Il velo costituisce quindi il limite del liberalismo del pensiero riformista. Spetta alle donne di oggi fare il passo successivo e mettere fine alla politica del velo semplicemente non portandolo come facevano le donne degli anni cinquanta e sessanta. È loro dovere nei confronti della storia diventare agenti del cambiamento sociale e completare l’opera cominciata dalla generazione precedente.

di Marnia Lazreg - Saturno IFQ

marzo 01, 2011

Il libertino e la bambola gonfiabile

A CHE PUNTO siamo col sesso? Ah, mio Dio. San Pier Paolo, accorri in mio aiuto! Sono diventati tutti matti.

Quando filmavi le orge di Salò, era evidente che il delirio politico fosse legato alla morbidezza dei corpi e della sessualità. Che si trattasse della morte dell'umanità nel desiderio di dominazione. Ma il delirio ha cambiato aspetto. Oggi tutto è clean, come si dice in francese aggraziato. Il denaro possiede il mondo, e per farlo ha steso un velo nero fra il popolo e la verità, fra il popolo e la sua legittima aspirazione alla vita, all'amore, alla bellezza, alla libertà. Il popolo è pregato - anzi, pregato sarebbe troppo bello, diciamo piuttosto obbligato a consumare a colpi di stordimenti pubblicitari. In Salò s'inghiottiva merda. E lo stesso al giorno d'oggi. Solo che oggi è una merda travestita. Televisione idiota, abbuffate malsane, letteratura e cultura industrializzate, stampa sotto controllo: suvvia, cittadino, mangia! Tutto si vende, tutto si vomita, tutto si consuma veloce, purché non si finisca mai di comprare.

Che resta da vendere quando tutto è già stato venduto? Ma certo, quello che il diavolo compra: le anime. Arthur Rimbaud parlava di «possedere la verità in un'anima e un corpo». Non separava l'anima e il corpo perché sono inseparabili. Chi vive nella gratuità, nella bontà, nell'onestà, possiede la verità nella sua anima e nel suo corpo. Chi vende la sua anima, vende il suo corpo. E viceversa. Oggi la corruzione delle anime è nascosta sotto l'aspetto ingentilito dei corpi. A che punto siamo con i corpi? Beh, ecco una buona merce. Assistiamo all'orrore dei traffici di esseri umani e di organi. Ma coloro che si dedicano a queste infamie sono barbari, mentre altri hanno modi molto più raffinati di trattare i corpi umani come cose o vacche da mungere. Una certa industria farmaceutica, per esempio, che prima di tutto vuol vendere i suoi prodotti anche quando sa che sono pericolosi. Una certa medicina, che fabbrica e traffica gli embrioni, li mette nel congelatore e li tira fuori come volgari pezzi di carne. Una certa chirurgia, che vi prende il grasso dalle chiappe per mettervelo sugli zigomi, che vi aspira lo strutto qua e là, tira la vostra pelle e vi riempie le tette, le labbra, i muscoli, vi accorcia questo e vi gonfia quello, vi trapianta sul cranio capelli allineati come piante di mais transgenico…

LIBERO DESIDERIO IN LIBERO CORPO

ECCOVI CONCIATI come una bambola gonfiabile, bella, aitante, abbronzata, abbigliata e vestita all'ultima moda. Con tutto quello che vi è costato, che vi resta da fare se non vendervi? Vendervi, o anche meglio, se ne avete i mezzi, comprare gli altri. Poiché nei fatti è la stessa cosa. Ogni uomo che ricorre alla prostituzione, sia come venditore che come consumatore, è un prostituito. Ogni essere umano che con un altro essere umano contratta deliberatamente un rapporto senza gratuità, senza dignità né fiducia, si prostituisce. Questo vale per la sessualità, ma più drammaticamente vale per l'insieme delle relazioni umane. Relazioni snaturate dai preservativi mentali che ci si mette in bocca, nelle orecchie, nelle narici: per non dire, non ascoltare, non sentire la verità. E accettarla. Qualcuno chiama tutto ciò libertinaggio. Bisognerebbe dire piuttosto: il cadavere appena riscaldato del libertinaggio. All'origine il libertino è un libero pensatore. Invece il “libertinaggio” di oggi, cioè la compravendita di esseri umani, non è certo roba da pensatori o uomini liberi. Nel XVIII secolo, il libertinaggio intellettuale era rifiuto dei dogmi religiosi e rivendicazione della ragione, per poi trasferirsi nel romanzo come libertinaggio sessuale. Le relazioni pericolose di Laclos, le opere di Crébillon, all'estremo quelle di Sade, mettono in scena la crudezza delle relazioni umane attraverso rapporti sessuali o amorosi.

È una grandissima ingenuità (e ignoranza) della nostra epoca immaginare il libertinaggio come una maniera libera e affascinante, piccante, di vivere i rapporti amorosi e sessuali. Pier Paolo, il tuo Salò è un adattamento di Sade, vero? Non vi si trova galanteria.

Non vi sono la libertà né i diritti degli uomini, che sono costantemente messi in ridicolo. Ancora meno i diritti della donna, del bambino, del povero, dell'onesto, del puro e di tutti i deboli. Questi romanzi non sono apologie della liberazione sessuale, ma spietate denunce del male che opera nell'uomo e nelle relazioni sociali.

E quando oggi si considerano lo scambismo o la prostituzione come forme di libertinaggio, bisogna ammettere che sono in effetti gli ultimi scampoli di questa filosofia che non ha più niente di filosofico, niente di pensato, niente d'artistico, niente di sovversivo. Nient'altro che scambi e commercio di carni pronte, in perfetto adattamento e cieca complicità con la corruzione e l'imbecillità d'un mondo governato dal denaro.

Noi non siamo obbligati ad accettare ciò che ci si presenta come accettabile, di desiderare ciò che ci si presenta come desiderabile. Non siamo affatto obbligati a soccombere alla mediocrità, e attraversare la vita come un'anima morta. Il nostro desiderio è libero, e il nostro desiderio ci porta verso la libertà reale, che è libertà di pensare e agire nella verità, nel rispetto altrui anche (e soprattutto) nei giochi più azzardati e osé: la libertà di vivere l'amore e le sue fantasie contemporaneamente nell'anima e nel corpo, con il nostro volto autentico, il nostro volto di essere umano responsabile e degno.

di Alina Reyes - Saturno IFQ

(Traduzione di Marco Filoni)

I libri della scrittice francese Alina Reyes sono pubblicati in Italia da Guanda.

Tra i suoi ultimi titoli:

Il macellaio, Corpo di donna, La ragazza e la vergine


Caccia all’Arabo

NOUREDDINE Adnane, il marocchino che si è dato fuoco a Palermo per le vessazioni dei vigili, poteva essere l’arabo di cui parla lo scrittore francese Antoine Audouard nel suo ultimo libro. Anche lui è vittima di quella

meschina forma di persecuzione che colpisce con gli accanimenti normativi. Che usa la legge per prevaricare. Ambulante poco ambulante, questa dev’essere l’accusa di cui è morto Noureddine. Chissà se i vigili di Palermo sono così puntigliosi nell’applicare i loro regolamenti con i capimafia, i costruttori abusivi, gli evasori fiscali e gli altri prepotenti protetti dalla politica. Se gli Jan Palacia arabi continuano a immolarsi qui come nei loro paesi, è perché non vedono via d’uscita alla loro prigionia. Li insegue anche quando fuggono. L’indifferenza che spinge vigili e passanti a non intervenire mentre Noureddine si cosparge di benzina non è razzismo, è peggio. È la bestialità che scaturisce dal pregiudizio più cupo. Scrive Audouard: «A Mamine non piacevano gli arabi.

Non le avevano fatto niente di personale ma non c’è fumo senza arrosto»: questa è l’implacabile logica del razzismo. Come diceva Sciascia, ogni piramide di infamità si fonda su tanta brava gente che fa solo il proprio dovere. L’Arabo di Audouard non è solo un romanzo, è la biopsia di una società incancrenita. In questa amara storia che oggi potrebbe essere ambientata a Palermo, la malefica protagonista Mamine istiga i suoi accoliti alla vendetta contro lo straniero arrivato in paese che deve per forza essere il responsabile di ogni male. Anche se non è neppure arabo, è berbero. «Sbattili tutti dentro e a riconoscere i suoi ci penserà Allah», dice uno dei paesani richiamando il celebre «uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi» dei massacri càtari. In fin dei conti, il libro di Audouard è un’esegesi del sacrificio rituale. Sotto la sua pacifica apparenza, il paese dei tranquilli francesi nasconde un mondo di violenza dove lo stupro, l’abuso e la prevaricazione regolano i rapporti umani. Il sacrificio dell’Arabo serve a espiare questa violenza perché non si ritorca contro il villaggio, che non è più comunità civile ma tribù primitiva.

LA VITTIMA ASPETTA GIUSTIZIA DALLA TV

MAMINE sputa fango sulla porta dell’Arabo, imbratta di sterco la casa dei suoi nemici ed è con gli escrementi che i sicari devastano l’orticello dell’intruso. Il villaggio dove si consuma la mattanza non è una metropoli convulsa e anonima ma cade succube degli stessi meccanismi che guidano la cieca folla. Sono i giornali che attizzano il sospetto e incitano alla caccia al mostro. Mamine è dalla televisione che aspetta giustizia per il sopruso della sua esistenza misera. Una giustizia che è esecuzione, dell’Arabo o di chiunque altro, anche del nipote rimasto orfano «al quale non la legava niente se non la voglia di soffocarlo». Dopo l’aggressione che lei stessa istiga, «Mamine, rassicurata, guardava la tv in attesa del momento in cui sarebbe stata la tv a guardare lei». La scrittura di Audouard è leggera, non scava nell’orrore ma con scabrosità ce lo rivela. Le sue parole semplici sono ancora più feroci per come fanno apparire banale il male. I suoi personaggi così normali ci mettono poche righe a rivelarsi bestiali, tanto che quasi ci sfugge il passaggio, ci disorienta esserci brevemente riconosciuti nei loro così comuni pensieri. Nel suo recente saggio Le cacce all'uomo, Grégoire Chamayou descrive come l’uomo si sia sempre abbandonato alla caccia del suo simile. La caccia, spiega Chamayou, non è solo l'azione dell'inseguire la preda, ma anche quella di espellerla con la violenza da un luogo. L’uomo scaccia da sé l’altro uomo di cui non vuole compatire la sofferenza. Caccia ai negri, agli indiani, agli ebrei, agli stranieri, ai poveri: ecco il repertorio delle ricorrenti vittime che incarnano la diversità di razza, di religione, di modo di vivere, di condizione. Se la caccia all’arabo è così popolare oggi fra tanti civilissimi europei è forse perché ha il vantaggio di riunirle tutte. L’episodio di Palermo è un’altra scena di caccia dove la preda viene stanata e costretta ad annientarsi da sola per assolvere da ogni colpa i suoi assalitori. I vigili di Palermo possono ora aggiungere un comma al loro regolamento: vietato darsi fuoco in luogo pubblico.
di Diego Marani - Saturno IFQ
Antoine Audouard, L’Arabo, Isbn,
pagg. 208, euro 19,00.
Grégoire Chamayou, Le cacce all’uomo,
Manifestolibri, pagg. 176, euro 22,00