______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 25, 2011

Alfonso's version

C’ERAVAMO TANTO illusi. Quand’era più giovane, Alfonso Berardinelli sembrava una delle voci più acuminate della critica culturale. E invece, ha passato buona parte dell’ultimo decennio a castigarsi, come testimonia un suo recente libretto, che raccoglie alcuni pensierini sul ruolo degli intellettuali. Ormai Berardinelli non riesce più a graffiare. È diventato un distinto signore, pantofolaio e ridondante, come quei chierici cui, nei suoi verd’anni, aveva dedicato memorabili stroncature. Per saggiare la portata di questo suo declino, basterebbe sfogliare le pagine di “Diario”, la rivista semiclandestina che egli stesso aveva ideato con Piergiorgio Bellocchio a metà degli anni ’80. Ne uscirono solo dieci numeri, dal 1985 al ’93, in veste minimalista. Ma furono un vero toccasana per chiunque, allora, vagheggiasse una “terza via”, fra un marxismo ormai muffito e il riflusso edonista cavalcato da Craxi. Per la prima volta, quella società in trasformazione era interpretata con l’ausilio di nomi eterodossi rispetto alla tradizione nostrana: Kierkegaard, Thoreau, Herzen, Orwell, Weil, Rabelais. Fecondo e spiazzante, “Diario” rimane uno dei reperti più originali del ’900 italiano. Poi, le strade si divaricarono. Bellocchio (già fondatore, nel ’62, dei “Quaderni Piacentini”) si ritirò definitivamente dalle scene, preferendo restare «al di sotto della mischia». Soltanto qualche rarissimo volumetto, di satire o aforismi, certificherà la sua esistenza in vita. Berardinelli, invece, inonderà il mercato con un profluvio di libri, libretti e sillogi varie. Mai, comunque, affiderà ai torchi un vero libro, che non fosse una raccolta di scritti d’occasione. Il suo ultimo lavoro interessante fu Ritratto italiano (1998), un’antologia di riflessioni letterarie sull’identità nazionale, da Mario Praz a Giulio Bollati. Ma già lì s’avvertivano i primi segni della sua metamorfosi.
QUANDO, INTORNO AL 2005, Berardinelli approderà sulle sponde del “Foglio”, molti suoi fan ne rimasero atterriti. Per tanti anni, con piglio gobettiano, aveva fustigato le tare del nostro paese, mentre ora sceglieva di lavorare con un direttore «arcitaliano», a capo di un quotidiano ultraliberista, che senza i finanziamenti pubblici non sopravviverebbe un sol giorno. Ma, in fin dei conti, il suo percorso è stato abbastanza lineare. Tipico di chi, a furia di criticare (non a torto) la sinistra, ondeggia sempre più, sino a giustificare, a malincuore, le imprese della destra più becera e impresentabile (è quanto accaduto anche a Giampaolo Pansa). Se volessimo sintetizzare all’osso la nuova poetica di Berardinelli, come emerge implicitamente dalla variegata produzione degli anni duemila, potremmo ridurla a questa sentenza: la sinistra non ha mai capito nulla della storia e della società, mentre Berlusconi, piaccia o non piaccia, è stato il più dinamico interprete della nostra modernità. Forse gli storici del futuro ricorderanno Berardinelli come il più intelligente cantore impolitico dell’età berlusconiana. Ma oggi i suoi antichi estimatori si sentono un po’ orfani. Di fronte a un presenzialismo così petulante, ancor più riluce l’astensione di Bellocchio, che in tutti questi anni ha preferito tacere. E il silenzio non va confuso con il mutismo. Come ha scritto Adriana Zarri, «il silenzio è l’aver detto tutto: tutto ciò che, nella nostra misura, ci è concesso».
di Raffaele Liucci, Saturno

Alfonso Berardinelli, Che intellettuale sei?,
Nottetempo, pagg. 96, 7,00;
Piergiorgio Bellocchio e Alfonso Berardinelli,
Diario 1985-1993, Quodlibet, pagg. VIII-856, 46,00.

Nessun commento: