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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 18, 2011

Bob Dylan: Il menestrello e il magistrato

Delle duecentocinquantamila persone che marciarono su Washington il 28 agosto 1963 per affermare i diritti civili dei neri d’America, cinquantamila erano bianchi, o comunque non afro-americani. Tra questi, con Martin Luther King sulla scalinata del Lincoln Memorial, c’era Bob Dylan, ventidue anni e tanto ragazzino da sembrare il fratello minore di Joan Baez, che lo assisteva mentre cantava When the Ship Comes In. È la prima volta che la voce di Dylan raggiunge il mondo, fuori dai locali e dai club del Greenwich Village a New York, e lo fa per protestare contro un’ingiustizia. Già qualche mese prima, Dylan aveva cantato di fronte all’America parole mai sentite: «Per quanti anni gli uomini possono esistere prima di essere liberi, e quante volte si può girare la testa dall’altra parte e far finta di non vedere? […] E quante morti ci vorranno prima di capire che troppe persone sono morte?». La risposta a questi interrogativi «soffia nel vento». È Blowing in the Wind, trasmessa in televisione nel marzo 1963. E nel maggio dello stesso anno Dylan aveva suscitato scandalo abbandonando il popolarissimo Ed Sullivan Show senza cantare, per protesta: gli avevano censurato la canzone sulla John Birch Society, un’organizzazione di estrema destra nata sulla scia del maccartismo. Contrariamente a quanto si è detto, Dylan in realtà non ha messaggi politici o sociali da far passare, o una filosofia da imporre: non sono un capopopolo, e neppure un profeta, griderà rabbiosamente di lì a poco, quando cercheranno di farne il portavoce della protesta giovanile, la coscienza del mondo. Nelle note di copertina di Bringing It All Back Home (1965), chiarisce il concetto a modo suo: «una canzone è qualcosa che cammina da sola, c’è chi dice che sono un cantautore; una poesia è una persona nuda […] qualcuno dice che sono un poeta». Un poeta fa questo: si mette a nudo e contemporaneamente mette a nudo le ingiustizie e le ipocrisie del mondo. Fernanda Pivano, quando vide Bob Dylan a San Francisco nel dicembre 1965, fu folgorata da un poeta che parlava attraverso il juke-box, e insieme all’amore cantava l’orrore per la violenza, la solitudine , l’ingiustizia, il sopruso, che nei giornali cercava le storie dei diseredati, degli oppressi, le stesse delle sue canzoni. Dylan sembra essere attirato dall’ingiustizia come da una calamita. Non riesce a non occuparsene, che si tratti di cause celebri come quella del pugile nero Rubin “Hurricane” Carter, o di fatti di cronaca come l’uccisione brutale e immotivata di una cameriera di colore, Hattie Carroll, in un albergo di lusso a Baltimora, a opera di William Zanzinger, ricco coltivatore di tabacco del Maryland, erede di una potente famiglia americana. Dylan ci scrive The Lonesome Death of Hattie Carroll. Perché «morte solitaria»? Non solo perché si muore sempre soli, ma perché la donna è stata abbandonata da tutti, persino dalla legge, che nello stesso giorno in cui Luther King annunciava il suo «I have a dream», condannava Zanzinger a sei mesi di detenzione e a poche centinaia di dollari di risarcimento per gli undici figli di Hattie Carroll. «E ora», canta Dylan rivolto ai benpensanti che leggendo la notizia sui giornali avevano finto di piangere, «ora nascondete pure la faccia nei vostri fazzoletti, perché ora è il momento di versare lacrime». Nessun odio di classe. Non è mai stato comunista Dylan, ed è sempre fuggito dalle ideologie come fossero malattie infettive. Ma che l’erede di una grande famiglia, o l’erede a un trono o un primo ministro o un politico, possano impunemente fare del male e mettersi al di sopra della legge, lo provoca come un animale ferito. Il suo lamento, che è anche un ruggito, è una canzone. Come tutti gli istinti, quello di Dylan emerge inaspettato e rivelatore. Il 20 febbraio 1991, alla consegna dei Grammy Awards, gli Oscar della musica, Jack Nicholson presentava il vincitore con queste parole: «Signore e Signori, quest’uomo è una rivoluzione, in molti sensi della parola: Bob Dylan». Dylan entra in scena tra gli applausi, ma è quasi irriconoscibile: è invecchiato (sta per compiere cinquant’anni), ingrassato, occhiaie profonde, guance cadenti, lo sguardo di un alcolista o di un drogato. Improvvisamente, attacca Masters of War. Sono gli ultimi giorni della guerra in Iraq. La celebre canzone, scritta ai tempi della guerra in Vietnam e della minaccia atomica, è stravolta, irriconoscibile quanto il suo autore: più che cantare, Dylan abbaia. «Pareva», ha scritto Alessandro Carrera, il traduttore italiano di Dylan e uno dei suoi studiosi più autorevoli , «che stesse intonando un inno di guerra pellerossa, dove le parole sono sillabe senza senso e conta solo la foga guerriera dell’esecuzione». Ma l’attacco ai «Signori della guerra», ai fabbricanti e ai mercanti di armi, era forte come trenta anni prima: «Spero che voi moriate, e che la vostra morte venga presto. Seguirò la vostra bara in un pomeriggio pallido, e starò a guardare mentre vi calano nella fossa, incomberò sulla vostra tomba fino a che non sarò certo che siete morti». Non è la giustizia intesa come legge. Giustizia retributiva, se mai, o giustizia poetica.
di Arturo Cattaneo
- Saturno


Ragazzo settantenne Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, compirà settant’anni il prossimo 24 maggio. Impegnato in un tour di concerti che toccherà per la prima volta anche la Cina, sarà a Milano il 22 giugno. Il 31 marzo all’Università Cattolica di Milano, convegno su “Dylan e la giustizia”

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