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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 01, 2011

Caccia all’Arabo

NOUREDDINE Adnane, il marocchino che si è dato fuoco a Palermo per le vessazioni dei vigili, poteva essere l’arabo di cui parla lo scrittore francese Antoine Audouard nel suo ultimo libro. Anche lui è vittima di quella

meschina forma di persecuzione che colpisce con gli accanimenti normativi. Che usa la legge per prevaricare. Ambulante poco ambulante, questa dev’essere l’accusa di cui è morto Noureddine. Chissà se i vigili di Palermo sono così puntigliosi nell’applicare i loro regolamenti con i capimafia, i costruttori abusivi, gli evasori fiscali e gli altri prepotenti protetti dalla politica. Se gli Jan Palacia arabi continuano a immolarsi qui come nei loro paesi, è perché non vedono via d’uscita alla loro prigionia. Li insegue anche quando fuggono. L’indifferenza che spinge vigili e passanti a non intervenire mentre Noureddine si cosparge di benzina non è razzismo, è peggio. È la bestialità che scaturisce dal pregiudizio più cupo. Scrive Audouard: «A Mamine non piacevano gli arabi.

Non le avevano fatto niente di personale ma non c’è fumo senza arrosto»: questa è l’implacabile logica del razzismo. Come diceva Sciascia, ogni piramide di infamità si fonda su tanta brava gente che fa solo il proprio dovere. L’Arabo di Audouard non è solo un romanzo, è la biopsia di una società incancrenita. In questa amara storia che oggi potrebbe essere ambientata a Palermo, la malefica protagonista Mamine istiga i suoi accoliti alla vendetta contro lo straniero arrivato in paese che deve per forza essere il responsabile di ogni male. Anche se non è neppure arabo, è berbero. «Sbattili tutti dentro e a riconoscere i suoi ci penserà Allah», dice uno dei paesani richiamando il celebre «uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi» dei massacri càtari. In fin dei conti, il libro di Audouard è un’esegesi del sacrificio rituale. Sotto la sua pacifica apparenza, il paese dei tranquilli francesi nasconde un mondo di violenza dove lo stupro, l’abuso e la prevaricazione regolano i rapporti umani. Il sacrificio dell’Arabo serve a espiare questa violenza perché non si ritorca contro il villaggio, che non è più comunità civile ma tribù primitiva.

LA VITTIMA ASPETTA GIUSTIZIA DALLA TV

MAMINE sputa fango sulla porta dell’Arabo, imbratta di sterco la casa dei suoi nemici ed è con gli escrementi che i sicari devastano l’orticello dell’intruso. Il villaggio dove si consuma la mattanza non è una metropoli convulsa e anonima ma cade succube degli stessi meccanismi che guidano la cieca folla. Sono i giornali che attizzano il sospetto e incitano alla caccia al mostro. Mamine è dalla televisione che aspetta giustizia per il sopruso della sua esistenza misera. Una giustizia che è esecuzione, dell’Arabo o di chiunque altro, anche del nipote rimasto orfano «al quale non la legava niente se non la voglia di soffocarlo». Dopo l’aggressione che lei stessa istiga, «Mamine, rassicurata, guardava la tv in attesa del momento in cui sarebbe stata la tv a guardare lei». La scrittura di Audouard è leggera, non scava nell’orrore ma con scabrosità ce lo rivela. Le sue parole semplici sono ancora più feroci per come fanno apparire banale il male. I suoi personaggi così normali ci mettono poche righe a rivelarsi bestiali, tanto che quasi ci sfugge il passaggio, ci disorienta esserci brevemente riconosciuti nei loro così comuni pensieri. Nel suo recente saggio Le cacce all'uomo, Grégoire Chamayou descrive come l’uomo si sia sempre abbandonato alla caccia del suo simile. La caccia, spiega Chamayou, non è solo l'azione dell'inseguire la preda, ma anche quella di espellerla con la violenza da un luogo. L’uomo scaccia da sé l’altro uomo di cui non vuole compatire la sofferenza. Caccia ai negri, agli indiani, agli ebrei, agli stranieri, ai poveri: ecco il repertorio delle ricorrenti vittime che incarnano la diversità di razza, di religione, di modo di vivere, di condizione. Se la caccia all’arabo è così popolare oggi fra tanti civilissimi europei è forse perché ha il vantaggio di riunirle tutte. L’episodio di Palermo è un’altra scena di caccia dove la preda viene stanata e costretta ad annientarsi da sola per assolvere da ogni colpa i suoi assalitori. I vigili di Palermo possono ora aggiungere un comma al loro regolamento: vietato darsi fuoco in luogo pubblico.
di Diego Marani - Saturno IFQ
Antoine Audouard, L’Arabo, Isbn,
pagg. 208, euro 19,00.
Grégoire Chamayou, Le cacce all’uomo,
Manifestolibri, pagg. 176, euro 22,00



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