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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 25, 2011

Dall’antichità a oggi, dall’accademia al pop: in America si discute di tradizione classica con Grafton, Most e Settis. Più che nella patria di Dante

NELLO SCONVOLGENTE romanzo di Mishima Colori proibiti c’è un ventiduenne, Yuichi, che fa perdere la testa a uomini e donne. Siamo nel Giappone dell’immediato dopoguerra, una cultura che ha radici diversissime da quella occidentale, archetipi e mitologie neppure paragonabili. Ciononostante il comportamento di Yuichi suggerisce all’autore la citazione di modelli che di giapponese non hanno proprio nulla: Narciso e Ippolito, due splendidi maschi che, nella mitologia greca, hanno incarnato la pericolosa incapacità di amare altro che se stessi. Nella sua modernità e nella sua lontananza, Yuichi esemplifica qualcosa di assoluto, che, sembrando provenire dalle letterature di Roma e della Grecia, infine non ha patria, non è né greco né latino né europeo, non è straniero affatto ed è racchiuso nell’anima stessa dell’individuo umano. Dall’antichità greco-romana proprio questo ci si aspetta: che rappresenti, indipendentemente dai luoghi e dai tempi, la natura di tutti; che narri la varietà della vita in forme simboliche condivisibili. Una simile pretesa di universalità viene chiamata negli ambiti accademici “tradizione classica”. È un vero e proprio campo del sapere ormai. Non confondiamolo con la filologia, cioè lo studio della trasmissione testuale. La filologia, anzi, è inclusa nella “tradizione classica” come una delle infinite manifestazioni dell’interesse per l’antico, e lì si trova a fianco ai suoi opposti: travisamenti, errori, parodie, falsi. Infatti, la “tradizione classica”, come disciplina, si occupa di tutte le tracce materiali e intellettuali che l’arte, la letteratura e il pensiero della Grecia e di Roma possono aver lasciato nel corso della storia moderna, europea e americana (ma l’esempio di Mishima mostra che lo sguardo dell’investigatore può spingersi anche su territori non sospetti). Nella “tradizione classica” entrano ugualmente l’accademico e il pop, il museo e lo spettacolo: la Cleopatra di Virgilio o di Orazio e Liz Taylor in costume; la Medea di Seneca e la Callas di Pasolini; la scoperta archeologica della Venere di Milo e le imitazioni surrealiste della stessa focomelica statua; uno studio dell’ekphrasis e il set di The Gladiator; il principio oraziano dell’«ut pictura poesis» e i quadri del francese David; le rovine della campagna romana e il Ruinenberg di Federico il Grande a Potsdam. Bisogna distinguere tra una tradizione classica passiva o inconsapevole – quella che a scuola non smette di proporre Euclide e Pitagora, a travasare folle di tifosi negli stadi la domenica o a giudicare la storia in termini di progresso e di declino – e una tradizione classica attiva e cosciente, che cita sapendo di citare e manipola le fonti per passione d’artificio, come è evidentissimo in architettura (basti l’esempio dei tre ordini). Le due modalità, a dire il vero, non sono sempre distinguibili, perché anche la coscienza dell’imitazione è parte di una coscienza più profonda che può sfuggire alla consapevolezza e coincide con un atteggiamento altrettanto automatico che quello di risolvere i problemi sul triangolo rettangolo con regole di venticinque secoli fa. Dunque, alla fine resta sempre il dubbio che la tradizione classica stia agendo anche là dove non la vedi; e che là dove credi di averla cercata tu sia invece tu a esser stato cercato da lei. Un corposo volume enciclopedico, The Classical Tradition, diretto da tre esperti come Anthony Grafton, Glenn W. Most e Salvatore Settis e uscito in America per Belknap, cerca di fare il punto della situazione, trattando i temi, le questioni e i concetti più rilevanti in quasi seicento voci. Si parte con «Academy» e si finisce con «Zoology». La qualità degli interventi è mediamente molto buona; e la ricchezza dei materiali cospicua. Certo, qualche omissione salta agli occhi, specie sul versante letterario. Ariosto e Tasso meritavano una trattazione monografica. E così lasciano delusi alcuni saggi, come quello su Dante e su David. Si tratta, comunque, nell’insieme di un libro preziosissimo, che desta ammirazione per la generosità dell’impianto e soprattutto induce a domandarsi perché simili imprese debbano veder la luce nel paese di Hollywood e non in quello del liceo classico.
The Classical Tradition,
a cura di Anthony Grafton, Glenn W. Most, Salvatore Settis, Belknap,
pagg. 1088, $ 49,95.

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