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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 11, 2011

Istituto Luce: Dal Duce a Coppi. Viaggio tra i tesori a rischio estinzione


In principio era il cinematografo, e il cinematografo era presso il Duce. Siamo nel ’27, e Mussolini ne è convinto: le immagini in movimento sono “l’arma più forte” per esaltare il capo, le arterie del Regime e i capillari di “una più grande Italia”. Nasce L’Unione Cinematografica Educativa (Luce), e non tutto il fascismo vien per nuocere: impariamo a lavarci i denti, prendere il tram, fare le vaccinazioni. Ma sono esternalità positive: la luce è sul Duce, che chiama alla battaglia del grano e dà l'esempio guidando la motoaratrice a Carpena, nella sua Romagna. Di questo e degli altri 49 cinegiornali Luce prodotti nel ‘27 non è rimasta nessuna copia disponibile, solo le schede di catalogazione, ma basta scorrere qualche mese per ritrovare Mussolini in carne e celluloide all’adunata Balilla a Roma (febbraio 1928), alle gare mondiali universitarie a Cortina, a cavallo e sui nuovi autobus capitolini, tra gli ufficiali dei Carabinieri e in visita all’Alfa Romeo (aprile). Ma anche l’ufficialità e il controllo lasciano balenare squarci di verità: Mussolini che rifiuta l’abbraccio oceanico di ritorno dalla conferenza di Monaco del ’38, tutt’altro che entusiasta di vestire, lui guerrafondaio, i panni dell’uomo della pace e, ancora, i volti preoccupati e disillusi che nelle altre piazze d’Italia accolgono l’audio del “Vincere e vinceremo” di Piazza Venezia.
NON SONO note a margine, ma patrimonio collettivo di immagini e suoni: l’onda lunga del secolo breve, anzi, del secolo che si vede. E si sente: “Resta intera la nostra curiosità, il nostro desiderio di sapere come mai la mente umana veda una visione così distinta, misuri con misurazioni così esatte quello che l’occhio non vede e la mano non raggiunge”, dice Pio XI a Guglielmo Marconi inaugurando nel febbraio ’33 la stazione a onde ultracorte che collega Città del Vaticano e il Palazzo pontificio di
Castelgandolfo (Giornale Luce). Tasselli di storia, frammenti di vissuto, che ritornano nell’emozione del direttore dell’Archivio, Edoardo Ceccuti: “Il Luce sta bene, è la memoria che se la passa male: le attività di catalogazione sono ferme per mancanza di risorse”. L’attacco non è solo al cuore delle istituzioni e dei potenti, ma anche del popolo, gente comune, povericristi: c’è chi nell’Archivio del Luce ha trovato la madre finalista a Miss Italia, scovato il nonno con la camicia nera, ripescato lo zio inquadrato di sguincio alla Milano-Sanremo del 1950, dove su una lussuosa macchina “non arriva il presidente Einaudi o l’Aga Khan, ma Mr. Coppi, elegante come un damerino di Piccadilly Street” (Cinesport Ciac, 1° marzo ’50). Altre cronache, altre trasmissioni, un “come eravamo” identitario, nazionale e, a intermittenza, sciovinista: il tempo imperfetto dove sono incubate e maturate le purulenti imperfezioni del nostro presente. Per chi sia in vena di nostalgie formato famiglia o esami di coscienza collettivi, la ricerca del tesoro ha un semplice indirizzo: www.archivioluce.com  , dove in libera consultazione e bassa risoluzione è disponibile l’intero archivio. Che fare, dunque, cancellarlo con un colpo di spugna, resettarlo con un colpo di Fus? Domanda retorica a qualunque latitudine, eccetto la nostra: Cine-città Luce è sotto attacco, l’archivio rischia di ritrovarsi nei cellari due ospiti sgraditi, vendita o dismissione, perché la calcolatrice di Tremonti ha solo il tasto “meno” e tanti spazi bianchi, tra cui quello che più bianco non si può di Bondi. A riempirlo, l’indignazione generale e qualche azione particolare: i 100autori in piazza il 12 marzo per il “Costituzione Day”, le Tre Giornate di mobilitazione a favore della cultura e dello spettacolo (26-28 marzo) promosse da Agis, Federculture, Anci, Upi e Conferenza delle Regioni, l’Agis che promette non si siederà più a un tavolo con Bondi (“Si dimetta”) e il sottosegretario Francesco Giro che si appella al Governo come a un marziano, chiedendo di “reintegrare le risorse dove possibile”. Dal suo buen re-tiro, il ministro dimezzato prende nota e risponde prontamente, firmando con Giuliano Amato il riconoscimento di interesse nazionale per le bande, le corali e i gruppi folclorici in occasione del 150° dell’Unità. E LA BANDA passò, ma rimane quella del buco, con altri 27 milioni sottratti al Fus e 50 congelati dai fondi ordinari del Ministero: di questo passo, la ripartizione sarà una riffa di paese. ''Comprendo la preoccupazione e la delusione del mondo della cultura in seguito alle ultime notizie riguardanti una ulteriore previsione di riduzione degli investimenti”, ammette il futuro ex ministro. “A questo punto posso solo confidare che chi mi succederà a breve abbia l’autorevolezza e la forza di porre rimedio e invertire l’attuale situazione“. Ma, tra i prossimi cadaveri eccellenti, non si scommettete sull’Archivio: ormai pagano 1 a 1 i suoi 12 mila cinegiornali, 10 mila tra documentari e altre tipologie, un milione di metri di “girato non montato” del repertorio Incom e Luce, più tre milioni di fotografie (1910-2000) del Luce e altri fondi (Incom, Pastorel, Dial, Amoroso, Vedo). Non solo, in partnership è arrivato l’archivio della Resistenza, il Quilici, il Fondo Storico del Partito Socialista Italiano, l’Archivio Centrale dello Stato, quello della Cineteca del Friuli e dello Stato Maggiore dell’Esercito e molti altri: “Oggi quando si vedono delle immagini in bianco e nero, si pensa subito a noi, anche se magari non ci appartengono”, dice Ceccuti. Magra consolazione, perché il tono che va per la maggiore è il grigio pessimismo: 35 gli impiegati fissi, più le crew dei documentari, un solo scanner per la digitalizzazione in 2k, costi di gestione (al netto degli stipendi) di circa un milione di euro, un milione e 500mila il fatturato (comprensivo dell’attività documentaristica) e la pirateria “spesso dei grandi network” che si mangia almeno 400 mila euro l’anno. Poi, lamenta Ceccuti, c’è la nostra bestia nera, “la pigrizia italiana: tutti sanno dell’archivio, ma quanti ci vanno?”. Per risollevare queste sorti poco magnifiche e progressive, due opzioni sono di casa in via Tuscolana, 1055: il video on demand (trattative con Telecom, Fastweb e Google) per ritrovarsi direttamente sul pc un pezzo di storia patria e la costituzione del Por-tale della Memoria, in divenire con – precisa Ceccuti – “soldi nostri”. MA DAVVERO vale la pena sostenere e finanziare l’Archivio? Un ultimo estratto, dal Caleidoscopio Ciac - Obiettivo sulla cronaca del 5 marzo 1981, che riprende un convegno a Milano: “Entro la fine di marzo, un disegno di legge sul servizio pubblico radiotelevisivo e la regolamentazione delle emittenti private per porre fine all’anarchia dell’etere: divieto di interconnessione delle reti locali su scala nazionale, imposizione di un tetto per la pubblicità, obbligo di produrre in proprio una certa quantità di programmi”. Fin qui tutto bene? Continuiamo: “Il presidente di Canale 5 Silvio Berlusconi ha attaccato il progetto in nome della libertà d’antenna e della libera concorrenza, di tutt’altro avviso, ovviamente, è stato Giampiero Orsello, vicepresidente della Rai: difendiamo la libertà d’antenna, ma va regolamentata perché non diventi perniciosa, non premi le oligopoli (sic) dell’informazione”. Ovviamente, ecco a che serve l’Archivio Luce: a non guardare il presente con occhi immemori, scambiando la storia per fantascienza.
di Federico Pontiggia - IFQ

Due immagini dall’Archivio Istituto Luce


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