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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 04, 2011

La libertà svelata. Donne islamiche a viso aperto


Nella storia delle società musulmane ci sono stati molti periodi in cui le donne non portavano il velo senza che questo creasse grandi problemi. Il velo cadeva in disuso e tornava in voga a seconda delle circostanze politiche. La sua evoluzione ha sempre riflettuto la percezione che le donne avevano di loro stesse. Nel momento in cui il nostro paese conquistò l’indipendenza, un gran numero di algerine non portava più il velo. Naturalmente, molte continuavano a rispettare i loro obblighi religiosi, pregavano e digiunavano durante il Ramadan. Il velo aveva perduto il significato religioso che gli era stato attribuito durante l’era coloniale e veniva inteso come una consuetudine riservata alla vecchia generazione, quella delle madri e delle nonne, che non avevano ricevuto un’istruzione formale ma avevano allevato i giovani e le giovani che avevano preso le armi contro la Francia.
GRADUALMENTE, il velo divenne anche segno di appartenenza a una certa classe sociale: le cameriere che lavoravano per la nuova classe dominante postcoloniale (quella dei politici e dei professionisti) di solito erano donne povere che sembravano voler nascondere la loro povertà dietro al velo. Accettato come un residuo del passato reso obsoleto dalla storia, il velo veniva disprezzato e considerato un’usanza arcaica, priva di un vero significato. Quindi è comprensibile che donne come mia madre decisero di toglierlo. Erano ansiose di eliminare quel marchio di classe e provare la libertà di muoversi senza l’impaccio di quei lenzuoli di seta bianca. Ovviamente, c’erano uomini che sollevavano obiezioni alle ragazze che si avventuravano fuori casa in minigonna, ma in generale le donne potevano andare all’università e al lavoro senza velo. Negli anni sessanta e settanta, l’establishment religioso condannava la prostituzione ma era più occupato a opporsi alla politica socialista di espropriazione e ridistribuzione delle terre che a pensare al velo delle donne.
Il suo attuale revival, spesso nello stile importato dall’Egitto (una sciarpa sulla testa e uno spolverino lungo), è coinciso con una mancata politica di sviluppo, una guerra civile che ha contrapposto il governo a un movimento islamista radicale e diviso, e con la nascita di un movimento interregionale per la difesa dell’identità culturale influenzato dagli eventi geopolitici. L’eco di quello che succede a Baghdad e al Cairo, a Washington e a Parigi risuona anche ad Algeri, Rabat e Amman. Nella storia del colonialismo, della resistenza e delle proteste nei paesi mediorientali, il velo è sempre stato un simbolo e un fertile terreno di scontro per le ideologie politiche...
KHOMEINI IMPONEVA
COLORE E TIPO DI SCARPE IN IRAN, NEGLI ANNI SETTANTA, molte donne portavano il velo per protesta contro la politica repressiva dello scià. Appena salì al potere, Khomeini restituì loro il favore rendendo il velo obbligatorio. Come un regolamento militare, il decreto imponeva il colore («nero, blu scuro, marrone o grigio scuro») dell’hijab, il tipo di scarpe da indossare e, per dare un’illusione di scelta, conteneva una serie di immagini di abiti «accettati» e «preferiti» con il titolo «Stili dell’hijab islamico». Vale la pena anche di ricordare che alla fine degli anni novanta il movimento di opposizione iraniano dei Mujaheddin-e-Khalq (Mujaheddin del popolo) istituì un Esercito di liberazione nazionale in cui le donne combattevano dalla parte degli iracheni (durante la guerra tra Iran e Iraq) indossando sciarpe rosso vivo. È vero che leGuardie della rivoluzione iraniana portano una sorta di turbante stilizzato, ma almeno hanno la fronte e il collo liberi. Come in Arabia Saudita, in Iran esiste una polizia per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio sempre in cerca di donne ribelli che violano le regole del velo. Il controllo da parte dello stato dell’abbigliamento e del corpo delle donne non è solo umiliante ma anche disumano. Nessun uomo ha il diritto di imporre a una donna di che colore o lunghezza deve essere il suo vestito. Questo è l’abuso di potere più sfacciato: lo stesso presidente della Repubblica islamica dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad quando
viaggia in Occidente veste all’occidentale. La polizia per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio non ha niente da obiettare al modo in cui si veste, e nessuno lo considererebbe meno musulmano solo perché non indossa la tunica lunga e il turbante. Perché nessuno ha da ridire sulla sua scelta di non vestire alla musulmana mentre una donna può essere arrestata solo perché ha permesso che una ciocca di capelli sbucasse dal velo? Dov’è la giustizia? Se gli uomini sono liberi di vestirsi come vogliono, anche le donne dovrebbero esserlo. Diversamente dagli obblighi religiosi legati al dogma, il velo è un fenomeno storico, forse il più storico di tutti, e di conseguenza suscettibile di cambiamenti. Non portarlo non ha alcuna connotazione eretica. Uscire senza non è vietato come prestare a interesse e bere alcol. Questo spiega perché i riformisti musulmani del diciannovesimo secolo invocavano un miglioramento della vita sociale delle donne, fortemente limitata dal velo. Ma neanche i più liberali di loro arrivarono a dichiarare che quella del velo non era una vera e propria pratica religiosa. Nel 1879, Jamal Al-Din al-Afghani ammoniva così i suoi contemporanei: «Dovreste sapere che per noi è impossibile uscire dall’ottusità, dalla prigione dell’umiliazione e della miseria e dalla più profonda debolezza e ignominia finché le donne saranno prive di diritti e ignoreranno i loro doveri, perché come madri sono responsabili dell’educazione primaria e dell’insegnamento dei principi morali fondamentali».
SPETTA A NOI DIVENTARE
AGENTI DI CAMBIAMENTO L’INVITO AL CAMBIAMENTO di al-Afghani non era dettato da una nuova visione del futuro delle donne ma da considerazioni sul loro ruolo di madri. Si guardò bene dal mettere in discussione lo status religioso del velo. Anche lui gli attribuiva una funzione morale. Qasim Amin, il giurista egiziano suo contemporaneo, invece non trovava alcun fondamento nella religione o nella legge islamica per il velo che copre il viso, le mani e i piedi di una donna. Da un’attenta lettura del suo trattato Tahrir al Mara’a (La liberazione delle donne) si evincono i motivi per cui le donne non dovrebbero coprirsi il volto con il velo. È paradossale che le argomentazioni portate da Amin per convincere gli uomini del suo tempo potrebbero essere usate anche oggi per dissuadere le donne che sostengono la necessità del velo, a dimostrazione di quanti pochi progressi siano stati fatti. Secondo Amin, la religione veniva usata come scusa per perpetuare una consuetudine socialmente dannosa per le donne. Per usare le sue parole: «I musulmani erano attratti dal velo, lo approvavano, ne esageravano l’uso e lo rivestivano di un significato religioso, proprio come altre usanze dannose hanno preso piede in nome della religione, ma delle quali la religione non ha colpa». Eppure, nonostante la sua appassionata dimostrazione dei danni sociali causati dal velo alle famiglie musulmane e al paese, Amin scrisse: «Difendo ancora l’uso del velo e lo considero uno dei pilastri della moralità». Tuttavia, diversamente da molte donne musulmane che si sono velate, si rendeva conto dell’influsso del velo sulle preadolescenti del suo tempo il cui sviluppo era «rallentato» dal divieto di interagire con il mondo esterno appena lo indossavano. Il velo costituisce quindi il limite del liberalismo del pensiero riformista. Spetta alle donne di oggi fare il passo successivo e mettere fine alla politica del velo semplicemente non portandolo come facevano le donne degli anni cinquanta e sessanta. È loro dovere nei confronti della storia diventare agenti del cambiamento sociale e completare l’opera cominciata dalla generazione precedente.

di Marnia Lazreg - Saturno IFQ

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