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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 25, 2011

La Poesia e gli eventi

La morte viene in compagnia dell’oltraggio, un fiore di fango e di luce, il suo luogo è un asilo per decrepite stelle. A quest’ora soltanto il perduto riconosce la morte, l’accompagna nel suo dormitorio, a vegliare le stelle cadute. È l’ora che la morte profuma di tiglio.
Roberto Carifi
IL CASO UNISCE, inaspettatamente, tre eventi: l’inaugurazione a Firenze il 26 marzo della mostra Senzatomica organizzata dall’associazione buddista Soka Gakkai che ha sede a Tokyo, il disastro della centrale di Fukushima e l’uscita di Tibet (Le Lettere) ultimo straordinario libro di poesie di Roberto Carifi. C’è come un apologo in questa successione di eventi: l’ammonizione, l’avverarsi del peggio, il canto dei moribondi. Ma nessun anello di questa concatenazione era stato previsto. Carifi è certamente, tra i poeti della sua generazione, uno dei migliori. E uno dei più emarginati, grazie anche alla scandalosa e in
giustificata esclusione dal Meridiano Poesia italiana del secondo novecento curato da Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi. Qui, invece, abbiamo un libro che brucia di dolore. Un libro quasi inimmaginabile: da quale silenzio stellare nasce una poesia così commovente, che anche ci impaurisce per il suo confronto diretto con la morte, la fine di tutto? Certo dovrei dire che, grazie alla “filosofia” più che alla religione buddista a cui fa riferimento, brucia di luce, di compassione, di uscita salvifica dal mondo. Ma credo che l’onda d’urto che queste poesie provocano sia soprattutto legata al male. Il mondo è un massacro, una landa desolata di “terre rovinose”, e Carifi restituisce a questo inferno un tono altissimo, simile a quello che Rilke usava un secolo fa in difesa dell’innocenza violata. Difficile non vedere nelle sue parole il volto dell’apocalisse nucleare rievocata in questi giorni, «la vecchissima memoria di brividi e paure», difficile non localizzare nello spazio e nel tempo quella perdita di tutto, della casa abitata e del proprio stesso corpo. Tibet è un libro di preghiera, che dopo la fine di tutto ci insegna a sopravvivere, a trovare quel nulla che è abbattimento dell’io e del profitto. Ma intanto siamo qui ancora un passo prima, ad avere paura.
di Alba Donati, Saturno



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