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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 01, 2011

E Vargas Llosa diede una lezione a Pamuk


IL ROMANZO è una forma della critica. Non viceversa. Il critico non è sempre romanziere. Ma il romanziere è sempre critico, per forza. Se non lo è, non è romanziere. Molti di quelli che chiamiamo romanzi in realtà sono narrazioni qualunque, che intrattengono, magari anche divertono, ma non fanno il processo al mondo. Alcuni romanzieri, oltre a esercitare la critica assai bene nei loro stessi romanzi, frequentano con uguale capacità anche il saggio, che della critica è il genere per eccellenza, magari ragionando proprio sul loro mestiere e sulle funzioni dell’arte romanzesca. Due esempi recentissimi: il turco Orhan Pamuk e il peruviano Mario Vargas Llosa, entrambi premi Nobel (2006 e 2010). Del primo sono appena uscite in America e in Inghilterra le lezioni sul romanzo che tenne a Harvard nel 2009, The Naive and the Sentimental Novelist («Il romanziere ingenuo e quello sentimentale», titolo che rinvia alla celebre distinzione di Schiller). Del secondo Einaudi pubblica ora il discorso per l’accettazione del Nobel, Elogio della letteratura e della finzione. Per quanto diversi nell’impostazione e nella lunghezza (il discorso di Vargas Llosa è circa un ottavo delle lezioni di Pamuk), i due libri condividono alcuni punti essenziali: l’impeto antinazionalistico; la fede nel compito del romanziere; l’amore sconfinato per la lettura. Entrambi gli scrittori provengono da paesi che non possono vantare una lunga tradizione di romanzi e che dai romanzieri non si aspettano poi granché. La loro vocazione, pertanto, si è dovuta sostenere sugli esempi stranieri. C’è voluto un impegno spasmodico. Ecco la prima cosa che impariamo da questi saggi: che l’arte del romanzo è difficile, richiede applicazione, ti prende l’anima. Però ricompensa chi le si consegna con la gratificazione di scoperte inesauribili. Pamuk afferma che il romanziere è uno che smette di essere se stesso e conosce altri modi di pensare; e costruisce un «paesaggio» (sua metafora tipica) in cui più mentalità convivono senza escludersi a vicenda. Il romanzo abitua alla pluralità, alla dialettica, al confronto. Il lettore, seguendo i casi di questo e di quello, finisce per credere a molte cose in una volta. In termini simili Vargas Llosa afferma: «Un mondo senza letteratura [intendi: senza romanzi] si trasformerebbe in […] un mondo di automi privati di ciò che rende umano un essere umano: la capacità di uscire da se stessi e trasformarsi in un altro, in altri…». Pamuk è saggista raffinato, studioso delle strutture e degli elementi minimi, che si interroga sul tempo, sullo spazio, sul personaggio del romanzo; e sa proporre anche, in un campo che l’analisi testuale ha sondato in ogni direzione, anche un concetto nuovo e affascinante come quello di «centro segreto»: qualcosa come il tema, ma più del solo tema; l’anima stessa del raccontare. Vargas Llosa, forse, dice cose meno ricercate e meno in assoluto (anche perché il discorso di Stoccolma non è una lezione universitaria: ma non si dimentichi quel capolavoro di critica che è il suo saggio su Madame Bovary); però comunica più generosamente; con più fantasia. Perciò, anche se ammiro le Norton Lectures di Pamuk, che consiglio a tutti di leggere, alla fine preferisco la voce dell’altro. Anche in quel breve discorso, infatti, sento la naturalezza, la simpatia e la joie de vivre del narratore, virtù che a Pamuk narratore, invece, mancano. Dunque, per chiudere: le Norton Lectures sono un’ottima prova di critica sul genere romanzesco, e probabilmente una delle cose più belle che Pamuk abbia scritto. Ma a far romanzi Vargas Llosa è più portato.
di Nicola Gardini, Saturno


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