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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 01, 2011

Gli alieni filosofici


KANT È IL FILOSOFO classico per eccellenza. La sua opera è sinonimo di sistema, rigore e serietà. Non molto differente dalla sua vita, austera e monotona. Al punto da meritare un famoso aneddoto: i concittadini di Königsberg regolavano gli orologi al passaggio del filosofo, tanta la perfetta e ossessiva sincronizzazione delle sue passeggiate. Perciò: che c’entra un filosofo del genere, autore delle tre Critiche, capolavori di architettura logica in cui nulla è lasciato al caso, con gli extraterrestri? Decisamente nulla. A meno che non si abbia un po’ di fantasia, abbastanza coraggio e molta intelligenza da mettere insieme Kant e gli alieni, e addirittura con profitto. È quanto fa il filosofo francese Peter Szendy nel suo ultimo libro Kant chez les extraterrestres. Philosofictions cosmopolitiques (di recente pubblicato dalle Editions de Minuit di Parigi). Non si tratta, va da sé, di un commento ai passi nei quali Kant parla di alieni – seppur vi siano, per quanto bizzarro possa sembrare: nella Critica della ragion pura scriveva che avrebbe scommesso tutti i suoi soldi sul fatto che almeno uno dei pianeti che osserviamo nel cielo fosse abitato. Anche in un suo testo giovanile, intitolato Teoria del Cielo, Kant registrava gli extraterrestri nei diversi pianeti del sistema solare, e li classificava in funzione della loro vicinanza al sole: i più vicini, dovendo resistere a una grande quantità di calore, erano più “selvaggi” di quelli più lontani, che invece assomigliavano ai popoli nordici. Insomma, possiamo dire che Kant proiettava nello spazio cosmico un certo razzismo eurocentrico della sua epoca. Ma il filosofo tedesco serve a Szendy soltanto come pretesto per parlare di cose importanti, temi filosofici “alti” dell’opera kantiana. Il tutto con un linguaggio comprensibile, attraverso un registro adeguato al giorno d’oggi. Come? Facendo dialogare Kant con i film di fantascienza e le serie televisive. Da qui il sottotitolo del libro, filosofictions, neologismo coniato da Szendy per indicare quella parte del pensiero razionale che usa immagini non reali, perciò fantastiche, per esprimersi. Ciò che oggi chiameremmo fiction. Per esempio quando Cartesio parla di un genio maligno, oppure quanto Husserl mette “fra parentesi” l’esistenza del mondo. Ecco allora che per parlare dell’altro Szendy richiama il film Men in Black, nel quale l’alieno è messo in scena nel suo doppio senso: extraterrestre e straniero, immigrato illegale per eccellenza. Oppure ecco che richiama l’episodio della serie Ai confini della realtà dal titolo “Rischio di pace mondiale”: una maniera estremamente intelligente di interrogare la nozione kantiana di cosmopolitismo e di pace perpetua. O anche nel film L’invasione degli ultracorpi, dove si resta colpiti dalla maniera con cui è messo in scena lo sguardo dell’altro (l’alieno) contemporaneamente così diverso ma anche simile. Insomma, la questione extraterrestre è usata da Szendy per interrogare e definire ciò che comunemente è considerato il suo contrario: l’umanità. Una parola complicatissima, una nozione difficile e sfuggevole da definire. Eppure ciò che noi siamo. Szendy sicuramente sottoscriverebbe le parole di Mario Andrea Rigoni: «Nel nostro tempo il posto della metafisica è stato preso dalla fantascienza: sostituzione forse non casuale, della quale non c’è comunque da rammaricarsi, visto che questa non è meno legittima né meno emozionante di quella».
di Marco Filoni, Saturno

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