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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 01, 2011

Gli esorcismi della Walker


KARA WALKER, artista afroamericana nata nel 1969, è di-venuta internazionalmente nota nella seconda metà degli anni ’90 per l’elegante bellezza delle sue silhouette di carta nera, composte in scene narrative di cruda violenza. Si tratta di una tecnica antica, molto popolare nel Settecento, sovente utilizzata per realizzare ritratti di profilo, in forma di piccoli cammei grafici. Walker certo non ignora l’origine di quelle figure d’ombra, dirette discendenti del primo gesto pittorico che, nella versione pliniana del mito, si dice compiuto dalla figlia di un vasaio, tracciando sul muro il contorno dell’ombra dell’amato in partenza per un viaggio. Victor Stoichita scrisse che quell’atto aveva il valore di un rito magico-erotico di natura sostitutiva, volto a esorcizzare il distacco fra i corpi degli amanti. Kara Walker sceglie lo stesso gesto per raccontare un altro mito fondativo e una ben diversa storia di viaggi e di corpi destinati a violente fasi di separazione e congiungimento. È la storia degli africani, strappati alla loro terra e condotti in America durante tre secoli di ripugnante schiavismo. Allo sradicamento avrebbe seguito un tempo lungo fatto di opposte tensioni intrecciate: segregazioni e mescolanze etniche, nascite meticce e mutilazioni punitive, abusi e seduzioni. Walker vede in tutto questo il contraddittorio amalgama di cui si compone la terra e la storia americana. Lo rappresenta su pagine e pareti come in un’ideale ghirlanda di racconti, intrisi di grazia e ferocia, con cui stringere d’assedio le nostre coscienze. La mostra personale, da poco apertasi alla Fondazione Merz di Torino, a cura di Olga Gambari, per cui l’artista ha provocatoriamente scelto il titolo Kara Walker. Una negra di notevole talento, si apre con un’imponente scena di silouhette nere, una variazione su Le Avventure di Huckleberry Finn, dove neri e bianchi si riconoscono per i profili diversi di naso e bocca, per i contorni creati dalle diverse fogge degli abiti, ma gli uni e gli altri sono trascinati in una feroce danza di crudeltà fisiche e psicologiche. Vittime e carnefici si scambiano continuamente di ruolo e tutti, indistintamente, piombano in una voragine aperta nel terreno. I loro corpi, i loro fluidi, il loro sudore vanno a nutrire la grande terra che genera il nostro presente. Il nero compatto delle figure scava abissi nella memoria collettiva senza offrire in cambio alcuna rassicurante dialettica tra bene e male. Tutto in queste opere sembra suggerire che solo sprofondando coraggiosamente lo sguardo nel buio più pesto del nostro passato, in tutte le sue inaccettabili contraddizioni, potremo compiere un nuovo rito magico dell’ombra con cui esorcizzare, non la separazione da un amante, ma le ferite profonde della storia.
di Elena Volpato, IFQ

Kara Walker. Una negra di notevole talento,
Fondazione Merz, Torino, fino al 3 luglio.

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