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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 08, 2011

La fabbrica dell'infelicità


Siamo destinati a diventare un popolo di depressi. Anche grazie ai medici e alle industrie farmaceutiche. Un libro di Gary Greenberg sulla storia del male oscuro.

QUANDO Giuseppe Berto ottenne nel 1964 il Premio Viareggio con il romanzo Il male oscuro furono in molti a chiedersi che cosa fosse mai questo male. C’era, al riguardo, il precedente autorevole di Carlo Emilio Gadda, che in una pagina della Cognizione del dolore, scritta alla fine degli anni Trenta, scolpiva questa frase: «Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle grandi cattedre persistono a dover ignorare le cause, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il folgorato scoscendere d’una vita, più greve di ogni giorno, immedicato». Un male oscuro veniva assunto a metafora letteraria di una situazione umana a volte innominabile, da chi si rifiuta di accettarla , ed etichettata irrazionale, da chi esita a riconoscersi in preda a uno stato emotivo irresistibile. Questi pensieri si rincorrono avendo fra le mani il libro Storia segreta del male oscuro (appena uscito da Bollati Boringhieri) dello psicoterapeuta Gary Greenberg, studioso dei nessi tra medicina, etica e politica. Il sottotiolo chiarifica il male “oscuro”: «siamo infelici perché affetti dalla malattia chiamata depressione?». L’interrogativo sottintende l’intenzione critica: non è la depressione a negarti la felicità e a condurti dai medici, ma sono questi che «vogliono che ti accorga che la tua infelicità ti sta dicendo che hai bisogno di loro». Perché mai, si chiede l’autore, la scienza medica ha inquadrato in una entità chiamata “depressione” l’inspiegabile e persistente calo di umore, la vertigine da svuotamento dell’io, la contrazione allo stomaco che toglie ogni vitalità, l’angoscia di non riuscire ad affrontare il giorno successivo mentre l’orizzonte man mano si contrae? Greenberg risponde a se stesso: «La depressione coglie le ansie e i dispiaceri di chi vive in tempi di grandi rivolgimenti culturali», quali «lo scontro tra la visione di un orizzonte infinito davanti a noi e i limiti inevitabili della vita sulla terra, la situazione economica, geopolitica ed ecologica che peggiora di giorno in giorno, la difficoltà sempre maggiore nel cercare la felicità». Aggiunge l’autore: «Ma allora perché chiamarla malattia?»; e a questo punto «perché non sbarazzarsi anche dell’intermediario, nel nostro caso il medico, con la sua lista di diagnosi e i suoi ricettari?». Può essere mai «il Lexapo, per dirne uno, piuttosto che il Prozac», il farmaco che può cambiare la nostra vita, la pillola della felicità (come Peter Kramer ha intitolato nel 1994 un suo libro di successo), il medicinale che funziona come «una spruzzata di lubrificante su di una macchina cui permette di fare quel che deve fare»? L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la depressione come «la più umana delle affezioni». Dalla medesima fonte apprendiamo che dal 2002 essa «già occupa il quarto posto tra le cause di morbilità» e che «entro due anni si insedierà al secondo». Viene riconosciuta come malattia sociale, come epidemia nei paesi a evoluzione tecnologica e culturale avanzata. Siamo dunque destinati a essere un popolo di depressi, al modo descritto da Marcel Proust ne I Guermantes, per il quale l’affezione «era un profumo irrespirabile», diffuso come l’ammorbante “mal’aria” d’antico regime? La sua causa è un «agente patogeno più virulento di tutti i microbi?». Già Pierre Fédida , psicopatologo nell’Università di Parigi, richiamava l’attenzione su Il buon uso della depressione (Einaudi 2002), inteso come scelta da parte della persona afflitta d’intrattenere il rapporto di cura con chi è capace di condividere la sua biografia. I farmaci sono utili alla biologia del processo psicopatologico, però non guariscono. Per questo bisogna essere in due. A commento del libro di Gary Greenberg, si può pienamente sottoscrivere l’idea che la riduzione dell’infelicità a difetto biochimico in grado di esser riequilibrato da una pillola (ma anche a vizio cognitivo che lo psicoterapeuta può sicuramente correggere) è solo funzionale a fabbricare nuova depressione medicalizzata. La medicalizzazione può giungere a dire che la depressione è dovuta a “deficit di Prozac”. Dice Greenberg: «Non lasciamo che i medici della depressione ci facciano ammalare».
di Giorgio Cosmacini, Saturno

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