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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 29, 2011

La guerra civile di Mirò

«L’ARTISTA, anche nel silenzio di tutti gli altri, usa la propria voce, e fa di tutto perché le cose che dice non risultino inutili, ma preziose per il genere umano». Così Joan Miró ultraottantenne, quando nel 1979 l’Università di Barcellona gli conferisce una laurea honoris causa, sollecitandolo a parlare della responsabilità sociale dell’artista. Quella a cui il pittore spagnolo non si è mai sottratto. A lui la Tate Gallery di Londra dedica una grande retrospettiva, co-organizzata da Tate Modern con la Fundació Miró di Barcellona, e curata da Matthew Gale, Marko Daniel, Kerryn Greenberg e Teresa Montaner. La mostra ripercorre tutta la produzione, dagli anni della formazione e dell’incontro con il movimento surrealista, fino alla fase che vedrà il pur vecchio Miró alle prese con la sua stessa creatività, potente e indomabile. Due i fili tematici che si intrecciano costantemente. Il primo risale alle origini più profonde dell’evoluzione dell’artista. La sua appartenenza alla cultura rurale catalana è testimoniata dalle già personali ed essenziali teste di contadini degli anni Venti, oltre che dai primissimi paesaggi simbolisti raccolti intorno alla fattoria di famiglia del Mont-Roig. L’identità regionale, con il suo portato di valori democratici e repubblicani, marcherà tutte le svolte civili di Joan – variante catalana preferita dal pittore al castigliano e più comune Juan. Ne sono testimonianza tanto la partecipazione all’effervescente vita culturale della Repubblica (1931-36), quanto la guerra civile, l’esilio in Francia e il sostegno alla causa antifascista di quadri come Aidez l’Espagne e del purtroppo perduto Le Faucheur, urlo contro la follia della guerra dipinto per l’Esposizione universale parigina del 1937 in parallelo al picassiano Guernica. Il secondo è rappresentato invece dalla tendenza sognante, che ha portato André Breton a definire Miró «il più surreale di tutti noi». Emblematicamente, in una tela del 1938 (Une étoile caresse…), “poema dipinto”, emerge dallo sfondo compattamente nero, tra le macchie rosse e gialle dell’inconscio, un’esile scala a pioli, che poi si ripresenterà in L’échelle de l’évasion – che dà il titolo alla mostra - una delle delicate tele della serie delle Costellazioni, vero cuore intimista della sua opera pittorica. La dialettica di questi tratti è tutta interna, ovvero non marca due termini esclusivi. Forse questa è la ragione per cui il percorso presentato alla Tate Modern ha il merito di esporre per la prima volta cinque trittici di Miró, che sembrano elevarlo a una seconda maturità. Considerato precursore dell’Espressionismo astratto dagli americani, si confronta con quello stile creando tele di rara forza, alle soglie della più essenziale classicità. Ultimi vengono i bicromi Feux d’artifice I, II, III, esplosione di energia e preludio alla caduta di Francisco Franco. Segno definitivo di come, nella sua vita come nella sua opera, tout se tient.
di Andrea Valdambrini, Saturno
Joan Mirò: The Ladder of Escape, Londra, Tate Modern , fino all’11 settembre.

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