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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 08, 2011

La poesia di Ingeborg Bachmann

Dentro i tuoi piedi non sono mai in cammino ma ormai giunti nei miei paesi di velluto.
Dentro le tue ossa son chiari flauti, da cui ricaverò magici toni che incanteranno la stessa morte... Ingeborg Bachmann

LA BACHMANN è un mito, come la sua stessa morte: nel 1973, a Roma, prese fuoco il suo letto forse a causa di una sigaretta lasciata accesa. Ingeborg ebbe una relazione importante ma sui generis, data l’omosessualità di lui, prima con Hans Werner Henze (da leggere il loro carteggio Lettere da un’amicizia, Feltrinelli) e poi con Max Frisch, era amica di Paul Celan e si laureò con una tesi contro Heidegger. Ma la cosa che sempre mi ha colpito di più è che dopo aver scritto poesie straordinarie, Il tempo dilazionato e Invocazione all’Orsa Maggiore, smise di scriverne. Già, scrivendone, lavorava sulla frase e non sulla parola. La parola è autoritaria, impone la sua discendenza, la frase è democratica, ha a che fare con l’organizzazione datale dal poeta. Rifiutava la parola assoluta per la sintassi, il parlato, la comunicazione. Era lontana, dunque, dai «bizzarri manieristi» che hanno dettato legge nel‘900 (e che ancora imperversano). Ma abbandonò la poesia per la prosa. Temeva che la perfezione formale tradisse la conoscenza, che non può mai essere consolatoria: temette per se stessa, come era successo a Pounde Benn, che solo un soffio dividesse la scrittura lirica dal «traffico più indegno con la barbarie». Temette che quella lacrima, o quel sorriso, che ci strappa una poesia, tradisse l’orrore che quella stessa poesia raccontava. Così abbandonò i versi per andare, come indica il titolo che raccoglie le sue interviste, «in cerca di frasi vere». Ma a chi ha amato la sua poesia, dove dolcezza e morale si coniugano in maniera inimitabile, consiglio un libro vietato: quello che lei non avrebbe mai pubblicato. Non conosco mondo migliore (Guanda) raccoglie, tradotti da Silvia Bortoli, i testi inediti. Sono appunti, abbozzi, testi quasi compiuti ma con una cosa che non torna. Sono belli per questo. Sentiamo il dolore diunequilibrioimpossibile:stareinbilicotrail«paesedellebellemetafore» e la desolata landa della verità. Certo la tradiremo: nel paese delle brutte metafore, la sua poesia ci sarà un po’ di consolazione.
di Alba Donati, Saturno

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