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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 29, 2011

La retorica fascista sul poverello d’Assisi


PER QUANTO POSSA sembrare strano, le figure della santità hanno un grande rilievo non solo per la cultura religiosa ma anche per la storia politica dell’età contemporanea. Si tratta di un processo che va di pari passo con l’intensa sacralizzazione del potere, promossa sin dal primo Ottocento dal sorgere e dal radicarsi delle ideologie nazionaliste. In Italia è soprattutto il movimento risorgimentale a immaginare la nazione italiana come una comunità sacrificale. Il dovere del sacrificio è un imperativo assoluto per ogni buon patriota. La prigionia, l’esilio o la morte in battaglia sono le esperienze che rendono sacra la sua vita. Il suo «martirio» è la testimonianza della sua invincibile fede politica nei destini della nazione. Così stando le cose, non sorprende che nella pubblicistica risorgimentale si incontrino immagini che rappresentano Garibaldi nelle vesti di un Cristo stimmatizzato o veri e propri martirologi scritti per rievocare le sacre sofferenze dei patrioti. Questa specifica celebrazione del culto nazionale non si perde con l’Unità. Ed anzi essa ha la sua massima esaltazione nel corso della «nazionalizzazione delle masse» che ha luogo nell’Italia liberale o nell’esperienza tragica della Grande guerra. Ed ancora il fascismo la fa sua, senza deformarla né pervertirla. Fra l’altro l’idea della nazione come comunità sacrificale diventa una delle più importanti figure simboliche che consentono un avvicinamento progressivo della Chiesa cattolica allo Stato italiano, che culmina infine negli anni del regime fascista. Se il momento decisivo di questa progressione va certamente visto nel Concordato del 1929, anche altre liturgie ne scandiscono l’evoluzione. Tra di esse fondamentali sono le celebrazioni del VII centenario della morte di San Francesco (3-6 ottobre 1926) e la proclamazione del santo come patrono d’Italia insieme a Santa Caterina da Siena (18 giugno 1939). A queste occasioni cultuali danno un contributo determinante non solo i pontefici e altri autorevoli esponenti della Chiesa cattolica, ma anche figure di primo piano del regime fascista (da Mussolini, al ministro della Pubblica Istruzione, Pietro Fedele, al podestà di Assisi, Arnaldo Fortini). Ma in quali momenti della vita del santo di Assisi i leader fascisti vedono uno speciale crisma di italianità, così da poterlo pensare come «il più italiano dei santi, il più santo degli italiani»? Risposte persuasive ci vengono offerte da una bella e densa raccolta di saggi curata da Tommaso Caliò e da Roberto Rusconi (San Francesco d’Italia. Santità e identità nazionale, per l’editore Viella). Se vari aspetti ricorrono nel-l’italianizzazione della santità di Francesco (il contributo dato alla lingua italiana o «l’altezza dell’ingegno e la semplicità dello spirito»), il fondamentale marker dell’italianità francescana consisterebbe nella virtù del sacrificio, e in particolare nella virtù del sacrificio bellico. Dice il podestà di Assisi in un discorso tenuto il 12 settembre 1926 davanti al legato pontificio, cardinale Merry del Val: nel Cantico di Francesco risuona «il canto più bello e più forte che aleggia sulla punta delle baionette dei fanti che di Francesco ebbero il grande cuore e lo spirito del sacrificio per l’altrui salvezza, il canto degli uomini semplici che, vestiti del saio grigio verde, mortificarono anche essi il corpo e camminarono per il mondo avendo a compagne l’Obbedienza, l’Umiltà e la Povertà». È una forzatura pensare ai soldati della Grande guerra come a discepoli del Santo? Certo che lo è! Ma come mostrano diversi dei saggi contenuti nel volume, quella è un’immagine che si impone e condiziona anche le massime autorità della Chiesa che nella mistica del sacrificio eroico trovano una declinazione della santità che le aiuta a meglio dialogare e a collaborare fattivamente con il regime fascista. E se qua e là perplessità e resistenze non mancano, domina tuttavia la condivisione di questa nuova speciale forma di santità, in una convergenza che spinge Pio XII, nel settembre del 1940, e cioè a guerra iniziata, a spiegare ai dirigenti dell’Azione cattolica che anche gli iscritti all’associazione, proprio in quanto cattolici animati da amor di patria, devono esser «pronti a dare per essa anche la vita, ogni qual volta il legittimo bene del paese richiegga questo sacrificio». di Alberto Mario Banti, Saturno

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