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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 15, 2011

La trincea dello psichiatra



La follia simulata come unica via d’uscita dall’inferno bellico

ESISTE UN RAPPORTO tra guerra e follia, tema sfiorato dalla letteratura e dalla memorialistica ma a lungo trascurato dalla storiografia. E più in generale il tema è quello della narrazione di eventi traumatici a partire dalla soggettività di chi li ha vissuti. Il problema d’una storia non asettica delle guerre, che entri nelle ferite del corpo e della mente, quelle subite e quelle inferte, è anche una questione di fonti. Di qui nascono le difficoltà supplementari degli storici, che costruiscono le loro narrazioni sulle narrazioni di altri, su fonti e documenti. Il racconto degli psichiatri è una delle fonti possibili. Definisce in primo luogo non il carattere degli uomini coinvolti nelle guerre ma il carattere delle guerre stesse: la prima guerra tecnologica di massa a cui nessuno sembrava poter sfuggire lasciava ad alcuni come unica via di fuga quella della malattia, ossia appunto della follia. Lo disse anche Freud, interpellato nel 1920 sulla natura dei feroci trattamenti terroristici inferti ai soldati traumatizzati per farli ritornare in sé (ossia per recuperarli al servizio attivo, da parte della psichiatria ufficiale austro-tedesca e degli altri paesi belligeranti): «La paura di perdere la vita, l’opposizione all’ordine di uccidere altra gente, la ribellione contro i superiori che reprimevano indistintamente la loro personalità: queste erano le fonti affettive più importanti da cui traeva alimento la tendenza del soldato a sfuggire alla guerra». E aggiungeva: «Un soldato per il quale questi motivi affettivi fossero stati molto potenti e limpidamente consapevoli, avrebbe dovuto, se era un uomo sano, disertare e darsi malato». La malattia, vera o simulata, era insomma l’ultimo segno di salute, via d’uscita da un evento intriso di razionalità strumentale e carico di valenze distruttive disumane, ossia oscuramente irrazionali. Ma accanto al discorso degli psichiatri, il discorso dei folli: secondo i dati ufficiali italiani sicuramente imprecisi, 40.000 combattenti (circa l’uno per cento di quelli che fecero l’esperienza delle trincee). Molti di più, a livello delle centinaia di migliaia, quelli di altri eserciti, come il tedesco. Il loro discorso rimane nelle maglie di quello degli psichiatri sotto forma di brandelli di lettere mai spedite perché conservate e usate come materiale clinico. Eppure nelle loro parole filtra il trauma e l’esigenza di sottrarvisi. Per questa via naturalmente noi assumiamo il soldato come vittima. La vittimizzazione del soldato è stato un punto di vista che ha dominato a lungo la storia delle guerre, in particolare delle guerre del secolo ventesimo. Ma i soldati non sono solo vittime, sono anche attori. Non solo sono esposti al rischio di essere uccisi, ma anche all’imperativo di uccidere. Come fanno fronte a questo imperativo? Cosa li spinge ad agire? È una domanda non meno importante dell’altra di cui abbiamo detto: cosa li spinge a sottrarvisi e quali vie si offrono loro per farlo e cosa succede se non riescono a farlo? Ed è un quesito che non può essere risolto una volta per tutte. Che non si accontenta di risposte psicologiche e neppure solo antropologiche, ma deve rimanere ancorato alla storia, ossia alla diversità dei contesti. Certo è diverso il comportamento dei com-battenti negli eserciti professionali e merce-nari e da quello dei soldati volontari da quello degli eserciti di massa nell’epoca della coscrizione obbligatoria. Nella guerra c’è sempre violenza, non sempre la violenza è anche crudeltà. Laddove la crudeltà si unisce alla violenza una spiegazione è necessaria e non è sempre facile, specie quando essa raggiunge livelli parossistici. Per illustrare questo tema basterà citare alcune tra le pagine più note e forse anche più alte della letteratura di guerra: Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu. Il brano è sospeso tra il buio notturno e il ridisegnarsi delle fisionomie umane al chiarore dell’alba. L’autore, uscito in missione notturna per un taglio di reticolati assieme a un compagno, compiuta la missione attende l’alba da una posizione coperta che gli consente di vedere d’infilata la trincea austriaca senza essere visto. La luce dischiude le forme degli austriaci che escono dagli abitacoli della trincea dove hanno dormito, si distendono gli arti, riprendono a muoversi. A questo punto bisognerebbe sparare, ma né l’autore né il suo compagno se la sentono. Tergiversano, perché si specchiano nelle attitudini umane del risveglio e nei piccoli piaceri che l’accompagnano. Uno spettacolo a suo dire stupefacente proprio per la sua ordinarietà . Nel brano sono evocati gli elementi essenziali del discorso dell’uccidere in quel determinato contesto storico, tecnologico e ideologico. La disumanizzazione e la scoperta dell’umanità del nemico, il processo di identificazione che impedisce di procedere perché ostacola l’automatismo del puntare e del colpire. Uccidere non è così semplice.
di Antonio Gibelli, Saturno

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