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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 15, 2011

A lezione da Brecht

CHE SENSO HA mettere in scena Bertolt Brecht oggi? C’è ancora qualcosa da imparare dai suoi drammi didattici? Se lo chiede l’Accademia degli Artefatti, diretta da Fabrizio Arcuri, nello Studio a partire da Brecht. Una riflessione sulla nostalgia, tappa di avvicinamento allo spettacolo ispirato a Orazi e Curiazi che debutterà a giugno a Roma. Ospite in residenza, nei giorni scorsi, del Pim Off milanese, la compagnia ha abbozzato un primo allestimento a partire dalla riscrittura della dramaturg Magdalena Barile. Abbattuta la quarta parete, come da lezione del teatro epico, hanno dignità di stare in scena anche le didascalie videoproiettate, la fonica e la suggeritrice; si alternano poi altre figure: la presentatrice, la maestra, un Orazio, un Curiazio, il musicista... Non personaggi, ma persone, attori in un contesto di dichiarata finzione, in cui rappresentazione e realtà si confondono, come pure natura e artificio. Il gioco straniante si rivela in tutta la sua potenza nel felice dialogo tra una mucca di plastica e il bravissimo Matteo Angius nei panni di se stesso: è più finto l’attore, in carne e ossa, che parla o l’animale, in vetroresina, che ascolta?… Nel complesso lo Studio appare ancora sfilacciato, tante perline (il monologo sulla risata è davvero un brillante), non una collana: la pensosità del progetto non si risolve in leggerezza, rischia anzi di ricadere nel «messaggio ideologico» tanto scongiurato nelle note di regia; senza contare il paradosso che «non voler essere portatori di un contenuto artistico» è di per sé contenuto artistico, se non tesi. Appurata la bontà dell’idea, sono chiare le difficoltà di imbastire uno spettacolo che non sia pura metafora intellettualistica, irrigidito nella forma didattica, spocchioso nel voler dare una lezione priva di vita. Forse è di questa che si sente nostalgia, questa che lo Studio perde di vista, dimenticando che Brecht non fu solo il teorico degli Scritti teatrali ma anche il poeta per cui «tutte le arti» debbono contribuire «all’arte più grande di tutte: quella di vivere».
di Camilla Tagliabue, Saturno

Orazi e Curiazi, Roma, Teatro India, dal 28 giugno; poi repliche ai festival di Santarcangelo e Dro.



1 commento:

fazio ha detto...

Premetto che sono un'ignorante ma conosco Brecht e che comunque sia necessario andare in scena con questo scrittore se non altro per cercare dentro di noi mondi inesplorati e sorprenderci