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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 22, 2011

Non è l'orgia di Pasolini

«SICURAMENTE non è un teatro naturalistico. È lirismo ma inchiodato al contemporaneo, quindi correlato alla durezza dei nostri giorni, trasfigurato. Una poesia franta», così Stefano Ricci e Gianni Forte definiscono la propria opera. Reduci dall’Elfo di Milano, che ha dedicato loro un focus di un mese ospitando tre blasonati lavori (ma non Grimmless, ultima produzione), i «nouveaux enfants terribles du théâtre italien», come li ha definiti la critica, proseguono la fortunata tournée con Macadamia Nut Brittle, forse lo spettacolo più famoso, il cui titolo si ispira a un gusto di gelato Häagen-Dazs e la cui “partitura” è stata recentemente pubblicata a cura di Andrea Porcheddu. Non c’è storia, ma frammenti: la composizione è rigorosamente anarrativa, senza trama; in scena personaggi impietosi, vittime di un consumismo sfrenato e dediti a ogni sorta di commercio, soprattutto sessuale. La condanna al mondo liquido dei non luoghi, dei centri commerciali scivola a volte verso il compiacimento nell’esibizione di corpi e voci e suoni eccessivi, pur nell’impeccabilità delle forme. Anche il linguaggio, volutamente pop e volgare, annacqua «lo sforzo per dare voce alla possibilità dell’Uomo»: Macadamia rischia di esiliarsi in un ghetto omoreferenziale. Bravissimi gli attori (Anna Gualdo, Fabio Gomiero, Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori), non solo performer ma coautori, a detta di drammaturgo e regista stessi: «Il problema è fare sostituzioni, visto che i nostri lavori si basano anche sul vissuto di ciascuno». La sovraesposizione emotiva degli interpreti sfida, se non imbarazza, la sensibilità del pubblico, strattonandolo tra riso e tristezza, pudore e voyeurismo. Abili a mescolare i codici, in virtù forse del ricco ventaglio di esperienze maturate tra l’accademia, la sceneggiatura di fiction e le arti performative, Ricci e Forte prestano il fianco alla provocazione fine a se stessa: è il caso, ad esempio, delle scene orgiastiche, in cui gli attori (ma non l’attrice) nudi simulano incastri a quattro, rompendo il “patto comunicativo”. Sono proprio i sessi ben in mostra a mettere in crisi la credibilità della recita, a spiazzare lo spettatore, che fino a quel momento aveva aderito al gioco, immaginandosi come reale ciò che veniva fittiziamente evocato: di fronte a falli inermi è impossibile vedere l’orgia. «Se vogliono rappresentare un elefante, due bambini si mettono uno sopra l’altro, un terzo li copre con un lenzuolo – e non importa se gli elefanti veri sono di un altro colore –, un altro prende un bastone e uno dei due lo agita come una proboscide, ed ecco creata l’illusione di un elefante», spiegò un maestro.
Macadamia Nut Brittle, Zagabria, Queer Festival, 2 maggio;
Cagliari, Festival Expop, 29 maggio.
L’opera è edita da Titivillus.

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