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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 04, 2011

Paolo Poli: "Pensi alla noia di essere Faust o Dorian Gray"

Che dire di Paolo Poli, 81 anni portati con grande disinvoltura. Se scherzi e gli fai un complimento un po’ da signora non si offende, anzi finge di guardarti con occhi che sbattono civettuoli. La nocetta frivola, condensa anni di testi teatrali all’insegna della più totale libertà di pensiero. E improvvisamente immagini che nella sua testa scorrano le canzonette e le canzonacce, i monologhi e duetti, le mammane e i profumi, i balocchi e le mossette, le parrucche e le scarpine, il militare e il frac, lo chiffon e la marcetta. Teatro di una vita.

Se fossimo nel repertorio delle favole,Poli sarebbe insieme Biancaneve e la strega, il lupo e Cappuccetto Rosso, l’orco e Pollicino. Adora, del resto, le narrazioni per l’infanzia. Com’egli opposti che si tengono con una tensione che localmente lo fa essere insieme baritono e soprano. Un po’ uomo e un po’ donna. La sua chiave è l’ambiguità. Ho visto il suo ultimo spettacolo: Il mare, tratto dai racconti di Anna Maria Ortese: sulla scena per due ore Poli e quattro finte girls, perfette nel ruolo equivoco di accompagnatori en travesti. E lui, una vera lady che allarga le braccia e poi le stringe al petto e piega il volto e sorride sotto la maestosa parrucca fucsia e il filo di trucco, un composto a metà strada tra le mosse di una drag queen e Colazione da Tiffany. Lo incontro nel camerino dell’Eliseo. Ambiente spento, ma lui, Paolo Poli, in grado di irradiarlo di luce e di intelligenza.

Si riconosce con chi la definisce l’attore più brillante che abbiamo?

Oscar Wilde diceva che il peccato più grave in teatro è la noia. Ai suoi tempi con le unghie strappavano il velluto dalle uggioline. In seguito hanno cominciato a tirare ortaggi, uova e perfino gatti morti.

L’hanno mai bersagliata?

Solo in un’occasione: recitavo in un teatrino non lontano da Parma. Vennero dei fascisti a tirarmi le uova. Ma le scansai tutte. Facevamo una presa in giro di un personaggio tipo Farinacei. Cosa vuole, c’era ancora gente che aveva nostalgia del manganello.

E poi più niente?

Un’altra volta ho avuto delle noie. Mi ero travestito da suora e facevo Santa Rita, ero bravissima. Come un’ingenua bambinetta con le treccine scendevo tra il pubblico, sedendomi sulle ginocchia di qualche omaggiane, e dicevo: “scusate le spalle, ma qui sento del duro!”. Il pubblico rideva. Dopo l’interruzione dello spettacolo, giudicato blasfemo, chiusero il teatro e fecero perfino un’interpellanza parlamentare.

Quando è nato il suo rapporto con il teatro?

Da piccino. Come carabiniere, mio padre aveva diritto all’ingresso libero e mi nascondeva sotto il mantello per farmi entrare. La prima cosa che vidi fu Vestire gli ignudi di Pirandello, con Paola Borboni nella parte della signorina Ersilia. Mi sembrava brutta, piccola, grassoccia e non capivo perché sulla scena le gridavano: “No, no, non si uccida! Così bella, così giovane”. Col tempo ne ho apprezzato il genio.

Un’altra attrice all’altezza?

Franca Valeri, straordinaria ancora oggi. Quando la senti recitare dopo un po’ ti dimentichi del singhiozzo e vedi la poesia.

Quando ha iniziato a recitare?

Seriamente nei primissimi anni Sessanta. IL periodo in cui morivano le compagnie capocomicali e nascevano i teatri stabili con molto Shakespeare e Brecht.

Però ha scelto un altro genere di teatro.

Per forza. Nessuno avrebbe impegnato soldi su di me. Ero troppo effeminato. Era un periodo in cui bisognava essere virili. Marlon Brando, che poveretto aveva una voce come Donald Duck, veniva doppiato con un timbro stentoreo. Era invece un omino piccolo.

Lo ha conosciuto?

In casa di Zeffirelli che lo aveva chiamato per fare l’Ulisse in un’Odissea. Comunque la faccenda non andò in porto, servivano troppi soldi. Un giorno si fece una visita alla Cappella Sistina. Brando rimase estasiato: per la prima volta aveva visto le mille maniere che gli uomini più belli del mondo hanno di arrampicarsi sui soffitti.

È difficile immaginarlo con la testa in su e la bocca aperta.

Era carino, mascella volitiva e un repertorio di gesti appresi alla scuola di Strasberg. Se lo chiamavi, lentamente alzava lo sguardo e ti fissava tra il macho e il languido. Un po’ come la Greta Garbo. Solo che la Garbo aveva inventato il linguaggio del corpo nel cinema: la palpebra che si abbassa e vela il pensiero, la mano che tira indietro i capelli: sembrava una statua di Brancusi.

Citazione raffinata. Di lei si dice che sia una persona molto colta.

Ma che colta. Ho fatto studi regolari, ma con grande fatica. In casa eravamo sei fratellini, mio padre è morto nel 1945. Sicché si stentava. Ho impiegato dieci anni a laurearmi, in letteratura francese. Mi sarebbe piaciuto occuparmi di storia dell’arte.

So che ha conosciuto Roberto Longhi.

Era il mio professore. Feci un paio di esami con lui. Poi si divenne amici. Veniva a Roma da Firenze e si annoiava mortalmente in casa della Bellonci, dove era ndato a stare provvisoriamente. Per cui certi pomeriggi si rifugiava in teatro alle mie prove. Un uomo intelligentissimo, spiritoso, giocatore incallito. Tornò una volta dall’America e durante un racconto conviviale, mi guardò puntandomi l’indice: “Poli, laggiù mi hanno chiesto se Caravaggio era finocchio, che risponde?. Professore, io non c’ero. E giù tutti a ridere. Che uomo straordinario e che scrittore meraviglioso.

Lei ha molto costeggiato la letteratura per il teatro.

Cosa vuole, mi sono attaccato alle palle di gente più grande di me: ultimamente a Parise, e alla Ortese. Scrivere direttamente per il teatro è molto più difficile. L’ultimo grande drammaturgo è stato Pirandello. Meglio la letteratura, quando c’è una scrittura tersa e raffinata.

Chi le piace tra gli scrittori?

Ho adorato Moravia. Scriveva benissimo e aveva un carattere amorevole. Negli ultimi anni mi telefonava spesso, si sentiva un po’ solo in casa, e si annoiava. Capitava che andassi a trovarlo la sera. E, certe volte, dalla finestra di casa si guardavano le troie che battevano Lungotevere: “Paolo, è meglio il sesso a pagamento o quello libero?”, libero rispondevo. E lui: “Tu menti sapendo di mentire e giù risate. Sa, erano gli ultimi cascami del futurismo. Come quando Petrolini diceva: “Sono entrato in un cantiere, ma nessuno cantava”. Poi, prima di mezzanotte Alberto andava a letto. Se no, diceva, non avrebbe preso più sonno. La mattina alle otto cominciava a scrivere. Fino a mezzogiorno. Aveva educato corpo e mentre a ritmi prestabiliti.

Funziona?

Da vecchi credo di sì. Milly per essere vitale e in forma la sera, dormiva interi pomeriggi. Bisogna educarsi ad alcuni automatismi.

Tra questi mi colpisce la sua memoria. Lei tiene in piedi quasi da solo uno spettacolo per due ore, ricordando ogni battuta.

Allenamento. Basta che io passi un pomeriggio di riposo e non ricordo più nulla. E poi come fare a ricordare tutte le malinconie di una vita battagliata? Perché la mia vita è stata una piccola esistenza con tanti problemi.

Allude all’omosessualità?

No, alludo ai mille problemi che hai in teatro. Quanto all’omosessualità, per me è sempre stata un fatto naturale. Ho avuto la fortuna di avere genitori mentalmente molto liberi e spiritosi. Mio padre per sottolineare una certa effeminatezza, mi diceva: “Vieni qui, suor Camilla, hai saltato la bajonetta?”, no, papà, avevo tanta paura. “Allora ti farò esonerare dalla ginnastica”. C’era ancora il fascismo. Il babbo detestava questi slanci virili. E in seguito ho avuto la fortuna di fare un mestiere in cui Arlecchino si confessa burlando.

Una tipologia molto diversa dalla sua, enormemente più complicata, l’ha offerta Pasolini.

Eravamo molto differenti. A lui garbavano i ragazzi di vita, i “ninetti davoli” con i brufoli e l’accento romanesco. Certamente aveva molta più personalità di me. Ricordo certe sere a cena dalla Laura Betti. Lui e Moravia che parlavano, parlavano e noi zitti, come soggiogati da tanta luce. A volte la Betti provava intervenire, ma l’azzittivano subito.

Che impressione le faceva Pasolini.

Un intellettuale acuto e una persona generosa, ma con scatti d’ira improvvisi. A me ricordava certa gente di Napoli: ti rubano la valigia, ma a volta ti danno il cuore.

Cosa ha pensato della sua morte?

Gli piaceva rimorchiare con la macchina decappottabile. Certe volte tornava dalle sue escursioni tutto stracciato, sporco e graffiato. La sua morte? Comunque sia andata, è stato il clima di fascismo che c’è in questo Paese. Non è Mussolini che ha inventato il fascismo, ma gli italiani che hanno inventato Mussolini.

Che Paese è questo che non riesce a superare i propri limiti?

Viviamo dei nostri rancori. Siamo fatti così. E poi non c’è stata la Rivoluzione francese. Non c’è un punto vero da cui siamo partiti. La nostra storia è stare sempre in mezzo a qualcosa. Pronti a trasformarci in qualcos’altro. Avevamo l’abate Parini, che pigliava sì le difese della cameriera, ma poi sognava di trombasi la padrona. E il conte Alfieri? Gli tirano i sassi alla carrozza e lui scrive Il Misogallo contro la rivoluzione francese. Questo è il massimo che abbiamo espresso: un po’ di letteratura, melodramma e tanta canzonetta.

Le canzonette fanno parte del suo teatro.

Sono la salvezza di questo Paese e poi ci ricordano di quando eravamo giovani.Nessuno canta più le arie difficili, ma tutti conoscono “Mamma”.

Adora il doppio senso?

Recentemente un signore alla fine dello spettacolo mi ha gridato:

“Canti Viva la biga, viva la biga” E io: “Ai romani piaceva la biga/Più romantica della lettiga/Fu Poppea capricciosa sovrana/ad avere la voglia balzana/che sopra la biga voleva un magnifico auriga.

Cosa le piace del pubblico che viene ai suoi spettacoli?

L’intesa, a volte anche maliziosa, che si stabilisce e che termina in un applauso. Ricordo che a Taranto davanti a una platea di marinai cantavo “Ciribirbin che bel nasi, che bel bocchin” e a quel punto roteavo la lingua. Veniva giù il teatro dagli applausi e dalle risate.

Lei canta in falsetto?

Sono troppo vecchio per il falsetto. Lo usavo quando cantavo in chiesa.

E le capita di entrare ancora in una chiesa?

Adoro il barocco

Un esteta. Ma il suo rapporto con Dio?

Buonissimo, ho fatto tante comunioni e ho sempre digerito. Sono come quei papi che non credevano in nulla, però hanno affrescato bene. Hanno rubato, venduto le indulgenze, ma la Cupola è lì!

Com’è la sua vita fuori dal teatro?

Ora sono vecchio e poco di resta.

Non mi pare che le corrisponda.

Il tempo si restringe e le forze calano.

Rimpiange qualcosa della sua giovinezza?

Allora si perdeva tempo a rimorchiare. Io, poi, ero bello. Vestito tutto di azzurro con i capelli ossigenati, sembravo un inglesino. Seduto sulla scalinata di Piazza di Spagna ricordo che rimorchiai un tranviere. Aveva i peli che gli uscivano dai polsini della camicia. Per la mia gioia facevamo dei viaggetti in tram ai Castelli Romani. Com’ero elegante.

Nessuno indossa il frac come lei.

Per froza sono nato miserevole, ma ho l’eleganza degli aristocratici.

Si chiama spezzatura.

Solo il borghese è succube del suo vestito. Ma ormai invecchio, non ci faccio più caso.

Cosa la preoccupa della vecchiaia?

Nulla. Mi piace sentire i doloretti al corpo che lentamente va. Pensi alla noia di essere Faust o Dorian Gray. Trovo insulsa la difesa a oltranza dei propri corpi e patetico questo attaccamento alle chiappe delle escort. Si chiamano così ora?

Se ne fa un gran parlare. Lei che impressione ne ha ricavato?

Raglio d’asino non giunge in cielo. Cosa vuole? Ci trastulliamo con la cronaca perché è più difficile capire la storia che ha un disegno mentale degli avvenimenti. Lo zio violenta la nipote, il piccino sopprime il coetaneo, il figlio ammazza la mamma. La gente vive di queste piccole inquietanti morbosità.

di Antonio Gnoli, La Repubblica 21 marzo 2011

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