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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 29, 2011

Quel male di scrivere



ECCO TRE LIBRI che non piaceranno ai perbenisti delle Belles Lettres. Ossia a quanti, fra un cocktail in terrazza, una prova dal sarto e un’elegante sfumatina dal parrucchiere, trovano ancora il tempo per pontificare, sui grandi quotidiani, che «la letteratura, molto più della vita, è il luogo deputato alla felicità» (Alessandro Piperno). Tommaso Pincio, invece, preferisce sporcarsi le mani, soggiornare nelle umide cellette degli Hotel a zero stelle, dove si dorme accarezzati dai rumori delle camere attigue: «scrosci di pisciate, lamenti sconnessi di ubriachi, gemiti di sesso mercenario». Altri ambienti, rispetto ai salotti ovattati che ospitano i lucrosi master in scrittura creativa. Eppure, nei corridoi di quelle malinconiche stamberghe è possibile imbattersi in spettri ammalianti. Sono gli ectoplasmi di scrittori misantropi, vagabondi, agorafobici, isterici, indelicati, colti nei loro tic e nelle loro nevrosi. Parise, Graham Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Foster Wallace, Philip K. Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, García Márquez, Orwell. Cosa accomuna nomi tanto variegati? Forse la loro attitudine a sentirsi fuori posto nel mondo. Un po’ come Pincio che, con questo volumetto, ha firmato una deliziosa autobiografia intellettuale. Ci sono anche fantasmi che non si materializzano mai. Evocarli e riannodare i fili delle loro vite è una scommessa stimolante. È quanto ha fatto Vittorio Giacopini, raccontando la storia di un personaggio che forse non è mai esistito: B. Traven (1882?-1969?). Oggi lo si ricorda per alcuni libri introvabili, come Il segreto della Sierra Madre, da cui John Huston ricavò nel ’48 l’omonimo film con Bogart. Ma ci fu un tempo, fra gli anni ’40 e ’60, in cui la sua stella brillò: «il maestro segreto di tutta una generazione di reclusi». Le rare foto che lo ritraggono sono probabilmente apocrife. E di dubbia attendibilità anche le schegge biografiche tramandateci. Nel ’68, in occasione della sua prima e ultima intervista, disse: «Lasciatemi in pace. La mia vita appartiene soltanto a me, l’opera al pubblico». Una filosofia quantomeno eccentrica, oggi, nell’Italia dei festival e dei premi letterari all’ombra d’ogni campanile. Infine, un libro su Thomas Bernhard che pare scritto da Bernhard medesimo. Si tratta, invece, del fittissimo diario tenuto nel ’72 dal suo agente immobiliare, che aveva con lui una frequentazione quotidiana. Scopriamo così quanto già sospettavamo: i personaggi solitari, allucinati e folli dei romanzi e delle commedie di Bernhard non sono che una proiezione dell’autore stesso. Thomas, nella vita reale, era proprio come loro. L’infelicità della letteratura.
di Raffaele Liucci, Saturno
Tommaso Pincio, Hotel a zero stelle, Laterza, pagg. 230, 12,00; Vittorio Giacopini, L’arte dell’inganno, Fandango, pagg. 284, 16,00; Karl I. Hennetmair, Un anno con Thomas Bernhard, L’Ancora del Mediterraneo, pagg. 442, 25,00.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Bell'articolo ma consiglio un fondo chiaro con scritte scure... bianco su nero è illeggibile, ho dovuto fare uno sforzo oculare incredibile per arrivare alla fine! Forse è un criterio ragionato di selezione dei lettori? :) G.

Fenjus ha detto...

No, non è una selezione dei visitatori, è la prima volta che mi fanno questa osservazione. Quale colore sarebbe preferibile?