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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 29, 2011

Tancredi ritrovato


ERA TEMPO che si dedicasse una mostra a Tancredi (1927-1964), tra i maggiori pittori italiani del secondo Novecento, e che sia Feltre, sua città natale, a ospitarne le opere, non fa che accrescere i motivi per una visita. L’esposizione è un percorso tra le diverse dimensioni spaziali e poetiche a cui l’artista diede vita per forza di colore e luce: un binomio di ortodossa tradizione veneziana, ma qui reso così liberamente da generare ininterrotte esplosioni di qualità aeree e vibratili. Le sue pitture astratte possiedono la stessa natura degli stormi: ogni punto si accosta all’altro, ogni breve pennellata incontra l’altra, fino a comporre maglie, reti, nugoli di colore che svelano la natura dello spazio e il moto delle sue parti, quasi fossero esse stesse ad apparirci dipinte sulla tela, colorate al fine di rendere sensibili all’occhio le loro traiettorie, le leggi di aggregazione e dispersione pulviscolare, d’incrocio e scivola-mento dei piani. Non a caso è La Colomba una delle opere più impressionanti in mostra: un grande affresco riportato su tela, realizzato per un soffitto nel ‘58, fatto di accensioni cromatiche che sembrano attivarsi al passaggio di un’ala invisibile e dove a ogni battito segue il suo armonico propagarsi nell’aria secondo una legge che è musicale quanto pittorica. Gli anni tra 1952 e il 1958 sono considerati i più felici della sua produzione, ma uno dei meriti di Luca Massimo Barbero, curatore dell’esposizione, è aver reso evidente, attraverso la sua selezione, l’assenza di passaggi deboli, la ricchezza di opere di altissima qualità in ogni diversa stagione e la maturazione di ogni nuova fase in anni che collocano l’artista tra gli anticipatori delle vicende internazionali. Sorprendenti in mostra, anche perché poco noti, sono i primi anni di attività di Tancredi che, non ancora ventenne, mostra nei disegni e nelle carte una rara sicurezza di tratto e una non comune capacità di sintesi delle forme. Tra il ’47-’48 realizza una serie di autoritratti d’inconsueta intensità dove si percepisce la lezione picassiana, ma la personalità con cui vi è declinata rende queste prove di primario interesse, non solo rispetto al suo personale percorso, ma a quello dell’arte italiana del dopoguerra. Chissà che la bontà di questa mostra non spinga la critica a rivedere alcune convinzioni ribadite sin qui quasi per abitudine, come quella sul suo continuo debito nei confronti dell’arte statunitense che nelle opere appare certo meno consistente di una, questa sì, pressoché onnipresente impronta europea: dalle ricerche luministiche di fine ottocento, alla lezione di Balla e poi di De Pisis, fino ad alcune sorprendenti analogie con De Staël.
di Elena Volpato, Saturno
Tancredi, Feltre, Galleria d’arte moderna “Carlo Rizzarda”, fino al 28 agosto.
www.mostratancredi.feltre.eu

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