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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 27, 2011

Piano con l'elettronica


UNO SGUARDO musicale sul rapporto uomo-macchina, attraverso una speculazione non filosofica ma artistica, è quello che ci vuole per tornare in maniera più leggera a riflettere su quale sia il limite tra naturale e artificiale. Quando un suono trapassa dal mondo acustico a quello elettronico, smette davvero di essere naturale? E l’eventuale mutamento di status è da rintracciarsi proprio in quel passaggio? Quello che Ryuichi Sakamoto e Carsten Nicolai (alias Alva Noto) fanno assieme da quasi un decennio è uno studio sulle unità minime di suono, alla ricerca di pattern microscopici, secondo una vera e propria visione particellare della musica. In questi giorni stanno portando in giro per l’Europa Summvs, titolo palindromo (almeno nella pronuncia) del loro ultimo album - il quinto di una serie iniziata nel 2002 -, che se però ha un difetto è quello di non dirci niente di nuovo: dopo dieci anni forse il progetto è un po’ stanco e sarebbe il momento di cambiare. E questo nonostante l’attualità sonora che la coppia esibisce; ossia i rumori, i suoni dell’oggi tecnologico. L’atteggiamento timbrico e dai tempi dilatati è quello della musica ambient, le composizioni si fondano sempre su una matrice elementare, un’unica nota di bordone (parlare di centro tonale sarebbe esagerato giacché non c’è un’evoluzione armonica rilevante all’interno dei pezzi). Ma non lo è l’intenzione: l’indagine sonora si esprime per tratti piuttosto brevi; i brani durano sempre il tempo di un pensiero che si esaurisce prima che diventi stancante. Nei concerti della coppia vi è in più la dimensione visuale. Al tocco di Sakamoto corrispondono sullo schermo fuochi digitali di pixel pulsanti. La corrispondenza è facile e prevedibile, ma è il risultato di una serie di metaletture. La meditazione tecnologica di Alva Noto interpreta i segnali sonori del pianista giapponese: prima la musica, quindi; poi i suoni elettronici elaborati al computer; infine la luce e le forme come vestigia visive di quelle novità foniche. Sono reti, fibre, filamenti di suono. Tutto questo, talvolta, cattura. Come fa un pezzo ritmicamente povero, senza una progressione armonica, senza sincopi, a conquistare il pubblico, che muove la testa, scuote il corpo, seguendo i dettami di un fluido ballo interiore? È evidente che esista una diretta connessione tra questa ricerca e la nostra anatomia. Ascoltiamo battiti asimmetrici, il cui ritmo non è basato sulla regolarità cardiaca, bensì sull’asincronia delle pulsioni neuronali; come l’attività, assolutamente incostante, delle sinapsi. Potremmo chiamarla emotività mentale. E si fa pure prepotentemente avanti la questione, annosa, del rapporto tra suono e immagini, tra ascolto e visione. Questo, però, soltanto nelle performance live. È lì che se l’occhio vuole la sua parte, può prendersela.
di Federico Capitoni, Saturno

Design e martello

FREQUENTAVO il primo anno di università. Lo studioso Giuseppe Mazzariol dedicò il corso di arte contemporanea alla storia del design. In aula ci fece ammirare una zuccheriera. Lo affascinava in particolare il giunto fra la vaschetta e il coperchio. Trent’anni dopo, scopro quale fu la causa di quello snodo così originale, che qualunque altro progettista avrebbe risolto con un perno: «Mentre gli altri componenti della zuccheriera li avrebbe stampati una macchina, quel piccolo perno sarebbe stato inserito a mano da un operaio… Disegnare quel pernosignificavacostringerel’operaioaripeterelostesso gesto, ossessivamente, mille volte al giorno… Cerco un’alternativa possibile e la trovo, progettando una nuova cerniera, con tanto di brevetto d’invenzione di primo livello». La storia della zuccheriera Java è uno fra i tanti episodi rivelatori che Enzo Mari racconta in questa sua autobiografia così vivace e appassionata, che mette insieme esperienze meditate e teoria vissuta.
DOPOLA GUERRA, il giovane Mari accetta qualunque lavoro: «Dico sempre che sì, sì, sono capace, poi la notte prima cerco di indovinare qual è il segreto di quella certa tecnica. Un atteggiamento che non ho più abbandonato». Si iscrive all’Accademia di Brera. Incontra l’arte del suo tempo, l’informale, il neorealismo: «Mi disturba che i valori della sinistra siano dipinti in modo tanto scadente». Negli anni Cinquanta propugna l’Arte programmata per «razionalizzare i processi dell’arte… puntando a far sì che tutti possano permettersi di acquistare qualche piccola opera… ingenuità colossale… un’opera cinetica ha un costo comunque alto». Un giorno, questo giovane artista dalle forti motivazioni sociali incontra un imprenditore coetaneo, Bruno Dianese. Comincia col disegnare una ciotola, e nel mezzo secolo successivo, un oggetto dopo l’altro, ripensa la forma di mezzo mondo.
IL CAMPO di battaglia di questo libro è delimitato da due frasi. Da un lato, «la società tende a ridurre il più possibile ogni impulso all’autonomia», dall’altro, la costrizione del design a «corteggiare il banale sentire collettivo». È gustosa la storia del divano-letto Day-Night, elegante ed economico: progettato nel 1968 per i giovani della contestazione, fu giudicato «un orrore» dai leader del Movimento. Mari allora chiede qual è il letto che preferirebbero, e scopre che nei loro sogni c’è un talamo rotondo, materasso ad acqua, bordo in marmo, televisore sul soffitto, lampadario di Murano. Questo è un libro di guerra, mossa da un artista contro «la decerebrazione» del gusto collettivo e delle disumane condizioni di lavoro. Racconta che cosa può fare un singolo per cambiare le cose, letteralmente, cambiandone la forma e i modi di produzione. È il De bello civili di Enzo Mari, titanico, severo e saporito. Gli assomiglia.
di Tiziano Scarpa, Saturno

Il re nudo di Herta


SONO PASSATI treanni da quando Keller pubblicò l’ormai celebre "Il paese delle prugne verdi" (scelta fortunata ma anche da elogiare) e due dal conferimento del Nobel per la Letteratura all’autrice di quel libro, Herta Müller. A lei il merito di aver raccontato la Romania dei diseredati sotto la dittatura di Ceausescu e di aver lottato contro la Securitate con cui si rifiutò sempre di collaborare. Keller propone ora un altro prezioso tassello, utile per comprendere più a fondo l’adolescenza nel Distretto di Timis quando già si interrogava sul valore della vita e sul peso del libero pensiero in un paese in cui si era candidati alla galleria della morte. Il re si inchina e uccide (ottima la resa di Fabrizio Cambi, già traduttore di Ingo Schulze) raccoglie due testimonianze autobiografiche sulla Storia, intrecciata all’uso della parola e della scrittura come esercizio di resistenza oltre la censura. Müller spiega come la parola «Re», nelle sue opere, sia sempre stata più frequente rispetto a «Dittatore». Il ricordo corre alla mania che aveva di ritagliare tutti i «re» da ogni pagina in cui comparivano senza riuscire mai a scriverlo. Quando arrivò a contarne ventiquattro, uno accanto all’altro, si sbloccò. Il Re è un’ombra che la segue dal villaggio in città, dalla Romania in Germania, come riflesso delle cose impossibili da spiegare. «Lancia dalla finestra quelli che hanno cominciato a dargli fastidio», scrive, «li impicca e li avvelena, mette in scena la morte inflitta come fosse un suicidio, fa in modo che non ci si accorga delle sue debolezze, quando barcolla si pensa che s’inchini, ma lui s’inchina e uccide. Il suo strumento è la paura somministrata freddamente». Ecco perché per cercare di abbattere il regime bisogna sfidarlo. Lo si fa con le esercitazioni poetiche che testimoniano l’attaccamento alla vita, storie crude per smontarlo almeno a livello immaginario, «un auto incoraggiamento, perché quelli di cui ridevamo potevano ogni giorno porre fine alla nostra vita. Queste storielle costruite collettivamente davano un’allegria conquistata per divertirsi ma era soprattutto un’allegria rubata». A quale altra allegria avrebbero potuto aspirare i romeni intrappolati in quei venti anni di spietata dittatura? Disseminare capelli per casa ogni volta che si esce per confermare la visita dei servizi segreti è l’antitesi della libertà. Ecco perché Müller rifiuta la parola Patria, lo dice chiaro, soprattutto se è nella bocca di autori per i quali la patria esiste in modo inconfutabile e la vita nel loro paese non è minacciata. «Chi da tedesco dice lingua è patria ha l’obbligo di rapportarsi con chi ha coniato questa frase cioè gli esuli in fuga sfuggiti aHitler». Müller conosce e tiene al tema della lingua, alla potenza e al limite delle parole, lo sa meglio di altri parlando tedesco per origini e avendo appreso la sensualità ingarbugliata del rumeno dopo un lungo periodo di silenzioso ascolto. Non è vero, dice ancora, che ogni cosa può essere spiegata a parole, spesso le cose più essenziali non trovano la giusta espressione scritta o verbale. Però ci si prova. Molta la stima per Hanna Krall, Alexandru Vona, Antònio Lobo Antunes, autori diversi ma capaci di avvincerla e stupirla al punto di costringerla, tramite i loro scritti, a lavorare sulla sua stessa vita nonostante abbia sempre pensato che leggere libri o scriverli non porti rimedi assoluti. Al lettore resta la convinzione felice che, invece, Herta Müller sia un rimedio da supportare strenuamente.
di Carlotta Vissani, Saturno

Orgoglio pinguino



La love story di Gus e Waldo, i due animali gay nati dalla matita di Massimo Fenati.
Te ne accorgi soltanto a metà del libro: Gus & Waldo, i due pinguini del fumetto, sono due maschi. Perché i libri di Massimo Fenati sono sì la storia di una coppia gay, ma sono soprattutto il racconto di un amore. Sincero, profondo, con i suoi slanci e le sue crisi. Ma Gus & Waldo è anche il racconto di un fumetto nato nelle mura domestiche e poi finito in decine di migliaia di case in giro per il mondo. Quasi per caso. Racconta Fenati: “Una mattina stavo preparando il panino per Walter che andava al lavoro. E ho deciso di fargli uno scherzo, di incartarlo con un fumetto. Avevo appena letto la storia di due pinguini gay nello zoo di New York e così, in un minuto, sono nati Gus & Waldo”. Poi da quel foglietto volante sono nate altre avventure, le storie dei due pinguini sono arrivate agli amici, finché non sono giunte nelle mani di un editore. E qui è iniziata la loro fortuna. Libri stampati in Inghilterra, Australia, Sudafrica, Canada, poi tradotti in Italia, Germania, Austria, Svizzera , Brasile e Finlandia. Addirittura si parla di un film: Comedy Central il grande colosso americano di South Park è interessata a Gus & Waldo. Fenati è uno dei tanti italiani che hanno fatto fortuna all’estero. Un cervello in fuga, direbbe qualcuno. Dopo la laurea in Architettura ecco la solita amara trafila, decine di curriculum spediti senza risposta in giro per l’Italia. E uno inviato quasi per sfida a Londra, a Jasper Morrison. Ma ecco la sorpresa: uno dei pochi a rispondere è proprio il grande designer inglese. Bastano due parole e Massimo si trasferisce a Londra, comincia a lavorare con lui. Poi all’improvviso ecco che il destino, anzi, Gus & Waldo ci si mettono di mezzo. Per Fenati comincia una nuova vita: i fumetti.
LA FORTUNA dei due pinguini sta in ingredienti che l’autore sa dosare con cura. Prima di tutto, nonostante la delicatezza del tema, non è un fumetto per soli adulti. Certo, susciterà magari domande, i genitori dovranno prepararsi risposte non sempre comode, e però Gus & Waldo appassionano anche i bambini. E non li confondono, perché prima di tutto vedono amore e spesso nemmeno si chiederanno il sesso dei due protagonisti. Fenati non si stanca di ripeterlo: “È un libro su una coppia che si vuole bene, non sull’essere gay. Quando mi hanno chiesto di pubblicarlo ho pensato di cambiare il sesso di uno dei due
protagonisti, ma non mi sembrava giusto. Era questa la storia che volevo raccontare, mi veniva spontanea così”. Poi c’è l’altro ingrediente: l’ironia. Racconta Fenati: “L’umorismo è utile, riesci a conquistare il lettore facendolo sorridere. Facendolo stare bene, lui è più pronto anche ad accogliere il messaggio”. Ecco allora Gus & Waldo che all’inizio vivono in solitudine, persi in un cinema affollato di estranei che hanno la faccia di giraffe, scimmie, castori. Poi si riconoscono e scatta la scintilla. Due disegni e una frase per pagina, ecco il ritmo della storia. I pinguini corrono innamorati su due vespe: “Gus & Waldo amano sentire il vento nei loro becchi”. Così ecco l’unicità del fumetto: racconta un amore gay, ma conquista lettori di ogni tipo. Fenati assicura: “Certo, ci sono molti lettori gay, ma anche tanti eterosessuali. Ho ricevuto messaggi da mariti e mogli, mi hanno detto che quei due pinguini innamorati gli ricordavano il loro matrimonio. Le dinamiche di coppia sono universali. Ho anche degli amici che leggono il Libro dell’amore di Gus & Waldo ai figli primi di addormentarli”. Fenati aggiunge: “Non volevo parlare di omosessualità, di omofobia. Ogni volta che si raccontano storie gay si finisce per parlare di problemi. Nessuno racconta mai una semplice, serena situazione romantica. Ecco io voglio questo, magari rispecchia meno la realtà, ma abbiamo tutti bisogno di vie di fuga”. Un messaggio in contrasto con quelli più “d’urto”? “No – spiega Fenati – Penso che a volte una manifestazione della cultura gay più d’urto possa servire, anche soltanto per dire: ci siamo. Il problema non è neanche l’intolleranza, è che molti pensano che i gay non esistono. Ma al messaggio più deciso, anche provocatorio, deve seguire molto altro. In un primo stadio devi alzare la voce per dire che ci sei. Quando è chiaro che esisti, puoi anche parlare sottovoce. Serve anche un discorso più delicato. Io ho scelto questa strada perché l’altra non è nella mia natura, non ne sarei nemmeno capace”.
ECCO ALLORA Gus & Waldo che pure nella “bidimensionalità” (come dice Fenati) dei fumetti hanno caratteri profondamente diversi, si compensano: “Nella coppia c’è sempre la differenza, si rischia di pensa
re che le diversità possano creare problemi e invece portano a completarsi, ad arricchirsi. Gus è più puntiglioso, ordinato, preciso, razionale. Legge romanzi più corposi, ascolta musica classica. Waldo è quello più facilone, emotivo, che spende e spande, legge riviste trash e romanzetti da spiaggia. E ama il gossip”. Un fumetto che non nasce da una penna: “Faccio soltanto uno schizzo a matita, poi mi affido al computer che mi garantisce maggiore libertà di forme e colori. Posso aggiungere luci, effetti. Gus & Waldo vivono in un ambiente metropolitano neutro, l’ho scelto apposta perché tanti ci si possano riconoscere. Certo, si sente un’influenza italiana, perché è la mia cultura, ma anche inglese perché ormai passo la maggior parte del tempo a Londra”. Così ecco i primi tre volumi: Il libro dell’amore, Il libro del sesso (entrambi pubblicati in Italia da Tea) e Il libro del successo non ancora tradotto in italiano. Ma Gus & Waldo invecchieranno? “Nel fumetto ci sono due scuole: Mafalda non invecchia, ma cresce, tanto che Quino a un certo punto si è fermato sennò sarebbe diventata donna. E poi ci sono i Peanuts che restano sempre bambini. Anche Gus & Waldo resteranno sempre così”. Massimo parla guardando le due figure immobili, stampate su un foglio di carta. Ma capisci che lui le sente vive: “Quando li ho visti la prima volta parlare alla tv, mi sentivo come Geppetto. Un amore quasi paterno.”
di Ferruccio Sansa, Saturno

maggio 20, 2011

Bowie è un'opera d'arte



NON È VERO che i rocchettari e gli appassionati d’arte contemporanea sono divisi da una cortina poetica: le sensibilità per il visivo o per l’acustico sono solo due modi di partecipare del mondo, che sempre si intrecciano e dialogano tra loro. E lo dimostra Live! L’Arte incontra il Rock, la collettiva che si inaugura domani a Prato, curata da Luca Beatrice e dal direttore del Museo Pecci (ospite del percorso), Marco Bazzini. Fino al 7 agosto sarà possibile partecipare a una mise en scène davvero particolare: «Warhol, Yoko Ono, Gilbert & George, Basquiat, Damien Hirts, Keith Haring, David La Chapelle, Sandro Chia, Francesco Clemente – spiega Bazzini – sono solo alcune delle sorprese. Perché non c’è solo arte contemporanea». L’idea è raccontare la storia europea e americana degli ultimi 40 anni attraverso arte e musica: «Ogni decennio ha “postato” sul secolo, attraverso i suoi artisti, alcuni temi: interpretati diversamente dai vari mezzi espressivi hanno rappresentato tuttavia gli elementi cardine delle innovazioni». Perchè, tra le arti, la visuale e la musicale? «Gli eventi che hanno segnato la storia del costume, dell’arte e della cultura sono sempre stati binomi tra imponenti concerti rock e grandi mostre». Un esempio? «Come documentato da oggetti, riviste, strumenti musicali, copertine di dischi, manifesti, etc, sono tanti i momenti. Prendiamo il ‘69: Woodstock, madre di tutti i concerti, dirompe nello stesso momento di “When the attitude becames form”, la grande collettiva a Berna di Harald Szeemann oggi considerata dalla storiografia la prima grande mostra di arte contemporanea. A longitudini così distanti, furono i gangli tra due epoche». C’è un nesso anche tra le distorsioni di Jimi Hendrix e le morbidezze dei feltri di Robert Morris? «In tutti e due c’è un abbandono, a ciò che sta oltre la musica, alla materia». Se le dico 1970? «Inizia il decennio della Land Art e delle opere d’arte che solo in pochi hanno visto, per lo più documentate da foto e filmati, come la Spiral Jetty di Robert Smithson. O il “Live in Pompei” dei Pink Floyd». Lo Ziggy Stardust di Bowie sta a Luigi Ontani o Urs Ludhi? «Sia il rock che l’arte visuale giocano con l’identità, con gender. La mostra di Bonito Oliva in un garage romano che fondeva danza, cinema, teatro, comunicazione, libri e dischi, appunto i “generi” artistici, è del 1973». Immancabile la copertina di Warhol per Sticky finger, l’album dei Rolling Stones: «Abbiamo quella autografata da tutti e 5». Per gli appassionati, anche l’omonimo volume (Rizzoli) con i saggi dei due curatori: Bazzini che rilegge la storia dell’arte degli ultimi 40 anni ammiccando al rock e Beatrice all’opposto. Interessante.
di Eugenia Romanelli, Saturno

www.centropecci.it

Fiore di poesia dall’Albero



Visionario e leopardiano “The Tree of Life” di Malick: ogni immagine è rivelazione e ha spessore filosofico.

FORSE, STATE perdendo il vostro tempo. Soprattutto se avete iniziato a leggere queste righe con l’intento di farvi un’idea di cosa vedreste sullo
schermo se decideste di andare al cinema a vedere The Tree of Life di Terrence Malick. Qualunque cosa ci fosse scritta, qui o altrove, temo che non riuscireste comunque a farvi un’idea. Perché The Tree of Life è un film indescrivibile. Forse è parzialmente raccontabile. Sicuramente è recensibile. Ma non è verbalmente visualizzabile. Perché dribbla le parole. Le ing
anna. Fa resistenza. Del resto, anche gli altri quattro film che Malick ha realizzato dagli anni Settanta a oggi (La rabbia giovane, I giorni del cielo, La sottile linea rossa, Il nuovo mondo) funzionano allo stesso modo: non sono riducibili alla trama. Ognuno dei quattro, a modo suo, deborda. Eccede. E ci invita a guardare – di volta in volta un filo d’erba o una spiga di grano – come non l’avevamo mai fatto prima. È perché Malick è un filosofo, ripete con una certa ossessiva monotonia la vulgata dei critici. Vero. Malick ha insegnato filosofia e ha tradotto Heidegger in inglese. Ma non è questo a fare di lui un cineasta-filosofo . Il cinema si fa filosofia non quando affronta temi in apparenza filosofici ma quando sa creare immagini che generano pensiero. Che eccitano il senso. Che lo mettono in circolo. Come sapevano fare, impagabilmente, tanto Ejzenstejn quanto Kubrick. E come fanno ancora oggi cineasti come David Lynch, i fratelli Coen o Paolo Sorrentino. Malick – non c’è dubbio – fa parte a pieno titolo del gruppo. The Tree of Life è composto grosso modo da tre movimenti, nel senso musicale del termine: un prologo cosmico-biblico che chiama in causa la natura e la grazia come le due grandi categorie con cui possiamo affrontare la vita, un epilogo edenico-riconciliatorio in cui tutto ciò che prima si era spezzato in qualche modo si ricompone liricamente e una lunga parte centrale, più “realistica”, in cui viene messa in scena la vita quotidiana di una famiglia del Texas degli anni Cinquanta, segnata dalla tragica morte prematura di uno dei tre figli . Prologo ed epilogo proiettano la parte centrale in una prospettiva metastorica e la avvolgono in vertiginosi echi cosmologici (si veda anche solo l’idea di una grazia contrapposta a una natura che viene descritta leopardianamente come intenta solo a compiacere se stessa). Le immagini mostrano luci e fuochi e quarzi e lava e magma e iridi e nuvole, in una sorta di primitivo bing bang che ambisce a misurarsi con le origini dell’universo. Ma non è questa la parte più visionaria del film. Qui, anzi, Malick non va oltre un repertorio iconico abbastanza scontato e privo di slanci metaforici illuminanti. Dove invece The Tree of Life diventa davvero filosofia visiva è nella messinscena del quotidiano e soprattutto nella visualizzazione del rapporto che lega un padre severo ed esigente come quello interpretato da Brad Pitt con i suoi tre figli. Qui Malick rompe ogni cronologia, e procede per fraseggi liberi che ondeggiano a zigzag nel tempo, quasi cercando di catturare il ritmo e il respiro dell’inconscio. Non solo: anche nel girare le immagini più minute – una mano che strappa un ciuffo d’erba dal suolo, o che accarezza la testa di un bambino - non colloca mai la macchina da presa dove ti aspetteresti che fosse: ogni immagine è una sorpresa, una rivelazione. Ogni fotogramma è la sperimentazione di un punto di vista inedito sulle cose. Un brivido, o una vertigine. Raramente capita di vedere in un film tanta libertà inventiva, una così sciolta capacità di rompere le regole e di reiventare un linguaggio, di disconnettere i nessi fra visivo e sonoro, di giocare per asincronsmi e ritorni, oscillando fra la lezione del grande cinema russo e quella di uno sperimentatore come Stan Brakhage. Se qualcuno ve lo liquida come un pamphlet new age, non credetegli: o è in malafede, o non ha ben capito la partita che si sta giocando. The Tree of Life è uno straordinario poema sinfonico-visuale. Assieme (e dopo) Inland Empire di David Lynch, è ciò che il cinema sta sognando di diventare per provare a convincerci – ancora una volta – di non essere un’invenzione senza futuro.
di Gianni Canova, Saturno

The Tree of Life, di Terrence Malick, con Brad Pitt, Sean Penn, 138’, Usa.

Il pasto letterario


DI VIZI E VIRTÙ dell’intellettuale se ne conoscono a non finire. Ogni buon letterato che si rispetti – ma anche filosofo o scienziato che sia – ha lasciato alla memoria dei posteri qualche aneddoto da raccontare. Ma che succede se li si mette tutti insieme, costruendo un modello piuttosto che descrivere singoli caratteri d’un tale o tal’altro scrittore? Succede che può nascere il piccolo miracolo che è riuscito a William Marx. Nel suo gustoso Il letterato: usi e costumi, mette in scena la bizzarra storia di una specie anomala, come recita il sottotitolo (dall’editore Guanda). Si può leggere tutto d’un fiato, alla scoperta di affascinanti vicende. Oppure ci si può soffermare su ogni singolo capitolo. Come per esempio quello dedicato al nutrimento. In un’epoca in cui imperversano i provetti gastronomi e gli intenditori del buon cibo, ci si può legittimamente chiedere com’è il letterato seduto alla tavola imbandita. Ed ecco che Marx ci racconta due diversi menù. C’è quello dell’asceta, che pensa ad alimentare lo spirito più del corpo – è il caso di San Gerolamo, che gustava il pasto perfetto composto da holera (erbaggi vari) e acqua. Bisognava che la mente fosse sgombra e libera dalle banali occorrenze dello stomaco, provasse remissione della gola e indebolimento del potere della concupiscenza. E poi c’è, al contrario, il menù del banchetto, tanto caro ai filosofi da Platone in poi. Qui il dominio dello spirito ha un’indissolubile continuità col dominio del corpo. A stomaco vuoto, mente vuota! I casi sono tanti. Kant mangiava una sola volta al giorno, all’una precisa. Prima si faceva portare un bicchiere di vino caldo, poi scendeva nella sala da pranzo dove lo attendevano gli ospiti: non mangiava mai solo (piuttosto non mangiava) e gli invitati non erano mai meno di due o più di cinque. Il piatto preferito? Merluzzo, servito al limite pure dopo il pasto! Ma il vero ingrediente dei suoi pasti, che duravano tre o quattro ore, era la conversazione. Anche Hegel aveva la pancia più kantiana della testa. Come Kant amava la regolarità. Tanto che a Parigi, ospite del collega Victor Cousin, è sopraffatto dalle troppe gioie culinarie – e dal mal di stomaco, costretto come scrive alla moglie a “clisteri, fomentazioni e tisane”. Ma per la civil conversazione a tavola, questo e altro. Insomma, il letterato ama mangiare, e discutere mangiando. Ecco perché la vecchissima tradizione delle proverbiali scorpacciate cui parteciparono i più grandi intellettuali della storia ha molta più persistenza delle diete ascetiche. I devoti della tavola (e del bicchiere) sono perciò la maggioranza, convinti che il nutrimento è alleato prezioso del sapere, nonché sua condizione necessaria. Del resto, come dimostra Marx nelle sue pagine, per il letterato valgono le parole del Vangelo: ciò che esce dalla bocca conta almeno quanto ciò che vi entra.
di Marco Filoni, Saturno

maggio 11, 2011

Banksy e il suo doppio dalla strada al cinema


Per gli appassionati di street art e graffiti, giovedì è una giornata memorabile: al cinema Odeon di Firenze viene proiettata l’anteprima italiana del film di Banksy, guru mondiale di illegal art e artista straquotato amatissimo dal pubblico di tutti e 5 i continenti, non solo giovane. L’iniziativa è di Silvia Lucchesi e del suo Schermo dell’Arte Film Festival, rassegna cinematografica novembrina dedicata all’arte contemporanea: “Abbiamo deciso per questo evento speciale, al di fuori della nostra stagione, per accompagnare l’importante ingresso nel panorama artistico italiano di un autore sui generis, unico al mondo”, spiega Lucchesi. Dopo le standing ovation al Sundance Film Festival e al Festival di Berlino nel 2010 e la candidatura agli Oscar 2011, la produzione inglese diventa anche italiana: “Siamo il terzo paese al mondo a proiettarlo dopo States e UK: P.F.A. Films l’ha prodotto per farlo uscire nelle nostre sale, forse in estate e la Feltrinelli penserà alla versione home video”. “Exit Through The Gift Shop”, questo il titolo del film, racconta di Thierry Guetta, bislacco francese che vive a Los Angeles soggiogato dalla sua videocamera da cui non si stacca mai filmando ogni cosa, che a un certo punto s’innamora della street art e scopre che un suo cugino è Space Invader, famosissimo writer d’Oltremanica. Tramite lui riesce a incontrare Banksy e diventa Brainwash: la storia è vera? “Il punto del film è esattamente questo: non si sa. Il montaggio comprende materiali di 20 anni fa – si dichiara girati da Guetta – con altri nuovi, quindi sembrerebbe trattarsi di una fonte reale costruita come una fiction.
MA NON È CHIARO se Guetta-Brainwash ha accettato di raccontare la sua storia a
Banksy, che ne ha fatto un docu-fiction, oppure se Banksy ha inventato un plot su un sedicente artista di alcuna fama, di fatto lanciandolo”. In effetti le opere di Brainwash sono deludenti, Guetta è un finto artista che scopiazza da internet le sue produzioni o rubacchia le idee degli altri. Insomma, è raccontato piuttosto come un abile comunicatore di se stesso: “Di sicuro la critica al sistema dell’arte è feroce. Attraverso questa vicenda Banksy mostra come una persona comune, se gioca bene le sue carte e sa fare un po’ di marketing, riesce a vendere qualsiasi cosa a chiunque a prezzi esorbitanti”. Di fatto ancora adesso nessuno sa se Guetta-Brainwash esiste o meno: “Esiste eccome, è ovunque ritratto con la famiglia e i suoi lavori hanno quotazioni d’asta, stiamo parlando di decine di migliaia di euro. Nel 2009 ha perfino firmato la copertina di “Celebration”, un album di Madonna. Quello che non si capisce è se ciò è una conseguenza del film o se è la storia che il film semplicemente racconta. Con la datazione non ci si arriva”. Nel senso? “Il mio assistente ha visto di recente a New York una mostra di Brainwash, effettivamente affollatissima, ma era posteriore a quando fu girato il film”. In realtà Brainwash espone con grande successo a Los Angeles già nel 2008: “E’ vero e, come raccontato nel film, copia la mostra di Banksy quando lui, stessa città due anni prima, assemblò in un grande capannone industriale opere tra le più disparate, tra cui un elefante vivo dipinto di rosa, apprezzatissimo anche da Brad Pitt e Angelina Jolie. Potrebbe quindi essere Banksy stesso ad aver costruito l’evento, per costruire il suo film”. Una specie di Effetto Droste? “Un incredibile mise en abyme, ed è questa l’idea geniale del film, si esce con un sacco di domande senza risposta, tra cui: e se Brainwash fosse Banksy?”. E se Banksy fosse una donna? “L’idea fa parte della mitologia su un personaggio che nessuno ha mai conosciuto, che non ha mai rilasciato interviste e che quando compare è sempre oscurato in volto o con un cappuccio. Si dice anche che Banksy siano più persone”. In effetti, nelle ultime settimane, sembra ovunque: paga una cauzione per due writer russi colti in flagrante dalla polizia locale mentre a Hollywood fa colare per centinaia di metri una riga rosa che finisce su un muro dove un bimbo rosa di spalle sta facendo pipì.
di Eugenia Romanelli, IFQ

Lazio: E la giunta regionale “polverinizza” la cultura



Annunci rassicuranti per la cultura nel Lazio da parte della presidente della Regione Renata Polverini, almeno sino a tre mesi fa. Oggi la situazione è tutt'altro che chiara ed i lavoratori del settore affatto rassicurati, a partire del comparto dell'audiovisivo. Il 1° febbraio di quest'anno ha smentito ogni voce che la vedeva come protagonista dello smantellamento dei festival istituiti negli anni precedenti dal centrosinistra, in particolare del RomaFictionFest, ideato dall'APT, sostenuto dalla Camera di Commercio e voluto dal predecessore Mar-razzo. “Non è assolutamente vero che il FictionFest o che, per quello che riguarda la nostra quota, il Festival del cinema di Roma saranno penalizzati. Tutt’altro, cercheremo di investire di più e meglio''. Quelle voci, però, non erano infondate. Dopo aver partecipato alla scorsa edizione del RFF la neoeletta governatrice proclama : "in termini economici è un'attività che va sostenuta". Ma ad agosto, a festival già concluso, durante l'assestamento di bilancio opera un taglio di 1,9 milioni di euro sul capitolo del 2010 che prevedeva 5,9 milioni di stanziamento, “e – aggiunge Francesco Alicicco, presidente del Collegio dei revisori della Fondazione Rossellini - storna 1,1 milioni come residui del 2009, fondi in realtà inesistenti perché già corrisposti alla Fondazione”, che gestisce il festival. “La contabilità regionale al momento dell'assestamento del bilancio non era in linea. È ovvio se il provvedimento storna residui passivi del 2009 per una somma inesistente perché già corrisposta nel gennaio 2010. Questa – conclude Alicicco - è una cosa ancora da chiarire da parte dell'assessorato al bilancio della regione”.
IN REALTÀ non è l'unica cosa da chiarire sul comparto cultura. “Sono stati cancellati, con una delibera illegittima, 35 milioni di fondi e
uropei – spiega Giulia Rodano, consigliera regionale IdV e assessore alla cultura nella precedente giunta - già assegnati, con bando pubblico e atto di determina regionale, e destinati alla valorizzazione e promozione dei Grandi Attrattori Culturali. Ed è scomparso – prosegue - un milione di euro per il sostegno allo sviluppo di progetti cinematografici.” Mentre si tagliano i fondi e si cancellano finanziamenti alla cultura, nel dicembre 2010 viene deliberata dalla giunta la proposta di legge “Interventi regionali per lo sviluppo del cinema e dell'audiovisivo” che prevede lo smantellamento della Fondazione Rossellini, della Film Commission del Lazio e del Centro Audiovisivo, per accorparli in un unico ente, “puntando a eliminare gli sprechi, la dispersione e l’inefficienza” spiega, durante la presentazione della Legge quadro, Fabiana Santini, assessore alla Cultura, arte e sport e già segretaria dell'ex ministro delle attività produttive Claudio Scajola. “Il provvedimento – aggiunge l'assessore con una punta d'orgoglio - comporterà un taglio complessivo di 45 ‘poltrone’ fra dirigenti e cda.” Ma l'intero cda della Fondazione Rossellini aveva già rassegnato le dimissioni il 9 dicembre, lasciando vacante il ruolo di organizzatore del Roma Fiction Fest. A tutt'oggi l'iter della legge è ancora in alto mare e fino all'approvazione finale del testo non si potrà dare il via libera alla costituzione del nuovo ente, bloccando , di fatto, qualunque iniziativa, compresi il nucleo di valutazione di 50 progetti cinematografici e la programmazione del RFF. Intanto per la fondazione Rossellini sono stati nominati ieri i commissari liquidatori, Cinzia Felci e Roberto Marraffa, che ne opereranno l'estinzione e che dovranno gestire i debiti, di più di 5milioni, contratti con i fornitori e mai liquidati a causa del mancato pagamento, da parte della Regione, del finanziamento previsto nel bilancio 2010. Nel frattempo la Regione, che sponsorizza una massimizzazione degli sforzi e la contestuale riduzione di sprechi, ha deliberato 800 mila euro per gli stipendi e le spese correnti della Fondazione per il 2011 e stanziato 3 milioni e mezzo di euro per la nascita della Fondazione Franco Zeffirelli. Insomma, una grande confusione sotto il cielo laziale, dove l'audiovisivo diviene caso emblematico delle politiche culturali operate dalla giunta Polverini.
di Cristina Cosentino, IFQ

Musei privati, pubblici sprechi Le mostre secondo Alemanno

Ormai è una massima di Gianni Alemanno: “Cultura, basta con i tagli”. Il sindaco di Roma, coerente, mica vuole scippare soldi ai musei. Peggio: pensa di regalarli ai privati. Di cedere in gestione per (almeno) dieci anni il palazzo delle Esposizioni, le scuderie del Quirinale e la Casa del Jazz, le tre strutture controllate dall'azienda speciale Palaexpo di proprietà del Campidoglio. L’ex banchiere Emmanuele Emanuele è la figura centrale di un'operazione di Alemanno che va oltre le regole e il buon senso. Che il sindaco nasconde ai cittadini e ordina nel silenzio di una Giunta spaesata. Con un'investitura celebrata a destra e ben tollerata a sinistra , quasi due anni fa, Emanuele fu nominato presidente di Palaexpo: al professore la prestigiosa carica, al Comune 4 milioni attraverso la sua Fondazione Roma. L'esperimento pubblico-privato funziona, i turisti gradiscono le mostre, le casse del Campidoglio respirano. Ma i 4 milioni di Fondazione Roma, sborsati per investire sul cartellone dei palazzi, servono al Comune per risparmiare: i 9 milioni destinati al Palaexpo nel 2009 diventato 8 nel 2010. E così Emanuele annuncia le dimissioni e l'addio ai 4 milioni di euro di Fondazione Roma: non ci sta più senza comandare, o decide lui o niente soldi. Il Comune corre ai ripari stanziando 10 milioni di euro per il 2011 con coperture dubbie (tipo la nuova tassa di soggiorno), una voce aggiunta in fretta nel bilancio di previsione che è soltanto una stima e pure con tanto ottimismo, visto che nessuno può calcolare in anticipo quanti turisti visiteranno la capitale. C'è una scena che va aggiunta al racconto, forse un gioco a incastri tra milioni di euro, potere e politica. A metà aprile Alemanno incontra Emanuele per ascoltare le sue proposte, mentre in Campidoglio appare e scompare una bozza di delibera per liquidare l'azienda Palaexpo con 65 dipendenti pubblici e affidare il palazzo delle Esposizioni, le scuderie del Quirinale e la Casa del Jazz ai privati. E come? Un appalto tradizionale non è obbligatorio, men che meno il bando europeo. Si può provare, quindi, con una gara a invito, a chiamata. Convocare quattro-cinque società, cucire una concorso su misura (in prima fila Emanuele) e liberarsi di un patrimonio pubblico che per Alemanno è soltanto una voce di spesa. Che vinca il preferito del sindaco e non il migliore. Tanto la scusa è già pronta: anche se l'amministrazione sarà privata, il Comune sorveglierà la qualità del servizio con un posto nel comitato scientifico. Che vale come un coltellino in guerra. Il berlusconiano Dino Gasperini, assessore alla Cultura, fa un panegirico politico per evitare l’argomento: “Noi abbiamo previsto 10 milioni di euro per il Palaexpo, prima parliamo con Emanuele, poi vedremo cosa fare. Non discuto le ipotesi”. Ma il tempo è poco e i soldi ancora di meno: Alemanno, entro maggio, dovrà approverà il bilancio con i 10 milioni di incerta provenienza e dovrà convincere il Quirinale a confermare la convenzione che ha con il Comune per l’uso delle Scuderie nonostante l'arrivo dei privati. E c'è un errore passato che il sindaco potrebbe pagare oggi. La presidenza di Emanuele fu benedetta dalla Commissione cultura del Campidoglio che, però, avvisò i naviganti: mai i musei ai privati. Forse Alemanno non c’era, e se c’era, non ricorda.
di Carlo Tecce, IFQ

maggio 10, 2011

Santa Cecilia conquistata dai russi

Nella stagione 2011-2012 l'Orchestra del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo diretta da Valery Gergiev ospite e protagonista all'auditorium di Renzo Piano a Roma.

Presentata al Parco della Musica di Roma la stagione 2011/2012 dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che si aprirà il prossimo 22 ottobre con la monumentale Sinfonia dei Mille di Gustav Mahler diretta da Antonio Pappano. Prima di illustrare le linee programmatiche, il presidente dell'Accademia Bruno Cagli ha sottolineato le difficoltà incontrate negli ultimi mesi a causa dei tagli. Questioni economiche che non si risolleveranno "come per magia" col parziale reintegro del Fus.

La stagione 2011/2012 vedrà il completamento dell'integrale delle sinfonie mahleriane, per l'esecuzione delle quali oltre a quella di Pappano sarà decisiva la presenza di Valery Gergiev, sul podio anche per guidare l'Orchestra del Teatro Mariinsky. A Pappano anche il compito di concludere le celebrazioni lisztiane con la grande "Faust- Symphonie", insieme a una tra le prime esecuzioni assolute commissionate dall'Accademia, la cantata "Veni, veni Mephistopholis" di Matteo D'Amico.

Piuttosto vario il programma della stagione, altrettanto ampio il ventaglio di interpreti: spiccano le presenze di Claudio Abbado - che tornerà a dirigere anche l'orchestra dell'Accademia - e Georges Prêtre - esattamente a cinquant'anni dal debutto ceciliano - ma anche quelle di altri direttori come Lorin Maazel, Daniel Harding, Yuri Temirkanov e Kent Nagano.

Per la musica da camera segnaliamo gli imperdibili recital pianistici di Maurizio Pollini, Grigory Sokolov, Helene Grimaud, Radu Lupu, Ivo Pogorelich e Andras Schiff (impegnato in tre straordinarie programmi Bach) e ancora i concerti per pianoforte che vedono protagonisti Evgenij Kissin, Rafal Blechacz, Alexander Lonquich, Katia e Marielle Labèque, fino al jazzista Stefano Bollani, coinvolto in un classico come il Concerto in Sol di Ravel. Sul fronte archi Leonidas Kavakos e Uto Ughi oltre alle Janine Jansen e Lisa Batiashvili, nuove stelle del firmamento violinistico. Per il violoncello i due fuoriclasse italiani Enrico Dindo e di Mario Brunello, mentre tra le voci si segnalano gli la straordinaria recital di Cecilia Bartoli e Juan Diego Florez, oltre a due importanti serate a base di Lieder con Christian Gerhaher (Mahler) e Ian Bostridge (Schubert).

A Novembre 2011 l'Orchestra del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, diretta da Valery Gergiev, sarà orchestra in residence dell'Accademia, con tre importanti produzioni in abbonamento: ben tre capolavori mahleriani (la Terza, la Quarta e l'Adagio della Decima Sinfonia) e l'"Evgenij Onegin" di Cajkovskij in forma di concerto. La "Cavalleria Rusticana" di Mascagni, diretta da James Conlon, sarà, a fine marzo, l'altra grande produzione lirica della stagione, sempre in forma di concerto.
di Lia Quilici, L'Espresso

Di Bob Marley ce n'è uno solo


Trent'anni fa esatti, in un ospedale di Miami, moriva il re del reggae. Profeta e ribelle, fumatore d'erba e mistico, seduttore e padre di famiglia, voleva liberare l'umanità con la sua musica fatta di parabole e messaggi rasta. Oggi è un mito che nessuno ha saputo eguagliare.

L'11 giugno 1981, in una clinica di Miami, moriva Robert Nesta Marley detto Bob. Le sue canzoni di riscatto e di libertà per i neri del mondo intero ne avevano fatto una figura carismatica del pan-africanismo moderno, oltre che l'idolo di milioni di giovani bianchi conquistati dalla spiritualità positiva dei suoi messaggi (pace, amore, spinello libero, ribellione) e dai ritmi in levare su cui pulsavano.

La sua, però, è una figura più complessa di quanto non si immagini. Tornano in mente, a proposito, le parole pronunciate in suo onore da Bono alla cerimonia della Rock'n'roll Hall of Fame: «Il rock 'n' roll ama le icone giovanili, le caricature: il cantante di protesta, il dio del sesso, la pop star. Anche noi artisti amiamo gli estremi e la gente si aspetta che compiamo una scelta. (...) Marley non ha camminato mai nel mezzo, si è spinto oltre ogni limite, abbracciando tutti gli estremi, creando la sua unicità: "One love!". Bob voleva tutto e subito ed è stato molte cose allo stesso tempo: profeta e ribelle, fumatore d'erba e mistico, seduttore impenitente e padre di famiglia, showman e sciamano, cittadino del mondo e giamaicano doc».

Ma forse, ciò che sorprende maggiormente nell'ascesa di Marley verso il successo planetario è quanto poco sapessero i suoi fan del ruolo cruciale giocato nella sua musica dal tafarismo e dalla cultura tradizionale giamaicana. I suoi melodiosi reggae erano quasi tutte parabole, ammonimenti, messaggi di comprovata fede rasta. Il culto millenarista abbracciato da Marley traeva origine in buona sostanza dagli insegnamenti di Marcus Garvey (1887-1940), l'ex sindacalista giamaicano che agli inizi del secolo scorso aveva fondato negli Usa il movimento Back to Africa.

Marley era assolutamente convinto che il "potere di Babilonia" (il sistema dominante che imprigiona il cuore e la mente del popolo) sarebbe presto collassato e che i neri della diaspora, finalmente liberi, avrebbero fatto ritorno nella terra promessa. «Africa unisciti, perché stiamo uscendo da Babilonia, stiamo andando nella terra di nostro padre» (da "Africa Unite"). Il padre di cui si parla era l'adorato Ras Tafari, Hailè Selassiè, imperatore d'Etiopia, Leone di Giuda, Re dei Re. Insomma il Messia Nero in cui Marley, come ogni buon rasta, aveva deposto tutta la sua devozione. Bob Marley era nato il 6 febbraio '45 nel distretto di Saint Ann, sulla costa nord della Giamaica, dalla relazione tra Norman Marley, capitano dell'esercito inglese, e Cedella Booker, giamaicana. «Mio padre era un bianco, mia madre nera, io sono in mezzo, non sono niente», era la sua risposta preferita quando gli domandavano se si sentisse un profeta o un liberatore. «Tutto quello che ho è Jah (il nome di dio). Così non parlo per liberare i bianchi o i neri, ma per il Creatore». In realtà il Terzo mondo vide Marley come uno sciamano rivoluzionario dai poteri soprannaturali: «Alzatevi, tiratevi su, fate valere i vostri diritti» ("Get Up, Stand Up").
E proprio a lui, nell'aprile '80, spettò l'onore di suonare allo stadio di Harare per la celebrazione dell'indipendenza dello Zimbabwe dal giogo coloniale. Il giorno dei funerali di Stato, a Kingston, decine di migliaia di fan, venuti dall'Africa, dall'America latina, dall'Europa, sfilarono in lacrime sotto il suo catafalco. Qualcuno ha sottolineato che se Bob Marley & The Wailers nel 1973 non avessero incontrato sulla loro strada Chris Blackwell, il boss anglo-giamaicano della Island, probabilmente il reggae sarebbe rimasto confinato in Giamaica o nei circuiti londinesi degli immigrati. Altri sostengono che è merito di Eric Clapton, con la storica cover di "Shot the Sherif", se Marley ha potuto farsi conoscere dal grande pubblico del rock. La verità è che al di là del culto messianico del tafarismo, al di là delle stoccate etnopolitiche dei suoi rabbiosi inni reggae, la musica di Marley trasmette un messaggio universale. Non si tratta solo di reggae. In quel rasta coi dreadlocks che frustavano il vento ardeva un fuoco tutto speciale. Come ricorda Alberto Castelli nella biografia , «Marley è stato l'ultimo artista realmente popolare».
E' riuscito a imporre all'attenzione del pubblico bianco le sue canzoni di riscatto dei neri, ma sapeva anche far danzare con orgoglio i giamaicani sollevandoli dai drammi e dalla violenza quotidiana grazie alla magia senza peso delle sue meravigliose canzoni. Canzoni scritte con un linguaggio semplice e privo di retorica. Canzoni che vanno dritte al cuore. E che a distanza di anni conservano intatto il loro fascino che la frivola impermanenza delle mode non è riuscito a intaccare. Qualcuno ogni tanto indica un suo successore: il nuovo bardo giamaicano Luciano o l'americano Ben Harper, il solo in possesso di un'autentica ispirazione mistica. Ma nessuno ha le sue doti, la sua sensibilità, la sua forza comunicativa. Come è accaduto in passato con Charlie Parker o con Jimi Hendrix. Dobbiamo rassegnarci. Anche di Bob Marley il buon Dio, o chi per lui, ne ha fabbricato uno soltanto.
di Alberto Dentice, L'Espresso

Tina Anselmi, la donna che ha smascherato Licio Gelli e la P2


Ho conosciuto Tina Anselmi molti anni fa, in un tempo in cui sembrava possibile cambiare sia la famiglia che la società. Pur in settori diversi, con un’ideologia differente, Tina e io, come tante altre donne alla metà degli anni Settanta, eravamo unite da una medesima passione civile e da un legame che andava oltre le differenze: la consapevolezza che tutte insieme si poteva fare qualcosa per migliorare non solo noi, ma l’intero paese. Tina nel 1976 fu la prima donna ministro nella storia italiana, e certo per le donne fu una grande conquista.

Negli stessi anni conobbi Anna Vinci, era più precisamente il 1978. Era venuta a casa mia per un’intervista, lavorava a Sala F, un programma della seconda rete radiofonica che aveva progetti ambiziosi. Prettamente femminili erano i temi trattati, così come le conduttrici che si avvicendavano al programma e una donna, Lidia Motta, una dirigente all’avanguardia che l’aveva ideata. Anna mi ha subito conquistato per la sua generosità, per la sua sorridente disponibilità, per la serietà con cui affrontava il suo lavoro. Da allora abbiamo continuato a rimanere vicine affettivamente, anche se passavamo lunghi periodi senza vederci.

Se rimetto insieme quelle due date, 1976 e 1978, non posso che valutare il cambiamento che in due anni ha vissuto il nostro paese: dalla conquista di un dicastero per una donna, con tante speranze e la sensazione di un inizio ricco di possibilità, al rapimento Moro e all’uccisione degli uomini della sua scorta, fino, dopo 55 giorni di prigionia, il 9 maggio, alla morte dello statista democristiano.

Diceva Tina, nel ricordare la sua esperienza di quei terribili 55 giorni – durante i quali era stata la «staffetta» tra la famiglia Moro e il partito – che mai più nulla sarebbe stato come prima e che «avremmo dovuto dare delle risposte e non fummo capaci di darle». Tina non abdicava mai alla sua libertà di pensiero, al suo giudizio critico. Era bello parlare con lei, anche ultimamente, quando ci siamo riviste, nella sua casa di Castelfranco Veneto: sebbene affaticata dagli anni, Tina aveva la capacità di vedere oltre, con il coraggio dell’intelligenza e la forza di una fede religiosa mai compromessa con le ragioni della politica. In qualche modo era rimasta la staffetta Gabriella, che durante la Resistenza sfidava con la sua giovane età – aveva diciassette anni – la barbarie nazifascista.

Negli ultimi anni, Anna Vinci si è impegnata a tenere presente tra noi Tina Anselmi che, pur viva e robusta, sta lentamente allontanandosi dai rapidi scambi dei rapporti umani. È una bella cosa che Anna si ostini per non fare dimenticare una donna alla quale il paese deve molto. Chi se non Tina, riflettendoci, avrebbe accettato un ruolo tanto impegnativo, come quello di essere presidente della Commissione parlamentare inquirente sulla Loggia P2 di Licio Gelli? Ancora una volta era chiamata in causa: nell’ottobre del 1981 fu la presidente della Camera Nilde Iotti a designarla per quel delicato incarico.

E lei prima di decidere prese quindici minuti per riflettere, e chiese un parere a un caro amico, Leopoldo Elia, presidente della Corte costituzionale, e infine accettò. Amicizia e lavoro ancora una volta si uniscono. Come nel caso della Iotti, perché appunto, pur nelle diversità politiche e ideologiche, in quegli anni ricorda Tina: «Eravamo avversari, ma mai nemici». Aggiungendo: «Non che noi fossimo migliori dei politici di oggi, ma le nostre robuste ambizioni erano contenute da un comune sentire». E seguirono tre anni intensi di lavoro.

Ricordo le notizie che giungevano dai luoghi del potere, le preoccupazioni di alcuni per quello che si andava scoprendo del sommerso eversivo piduista, e il fatto che pochi politici furono capaci di rendersi conto fino in fondo della gravità di ciò che era accaduto nel nostro paese.

Leggendo i foglietti che compongono gli appunti di Tina, tante sono le riflessioni che sento di dover fare, partendo da un’immagine: vedo Tina, una donna, muoversi in mondi prettamente maschili. Non che lei fosse sprovveduta, era una politica capace di lungimiranza, e conosceva le regole e le lotte del Palazzo, i cambiamenti di alleanza improvvisi, i segreti non mantenuti, i colpi bassi, le amicizie fallaci. Pur tuttavia, quello che visse negli anni della sua presidenza alla Commissione ha una cifra diversa. Non bisogna dimenticare che andava scoprendo intrecci e legami trasversali di ambienti squisitamente maschili: non solo quello politico, ma, ancor di più, l’ambiente massone, militare e dei servizi segreti, della criminalità organizzata, del potere finanziario e delle banche e, tra queste, quelle del Vaticano, in una miscela esplosiva di arroganza e di supponenza, d’impunità, ma anche di paura. Quegli uomini legati tra di loro, erano obbligati a restare insieme.

Il gioco del ricatto regnava sovrano e le minacce del dire tutto non risparmiavano nessuno, neanche chi, nel cerchio del potere piduista, era al centro del controllo, conosceva nomi, debolezze, intrighi, compromissioni: Licio Gelli.

Che cosa resta, a trent’anni da quell’inizio degli anni Ottanta, delle parole del potere che emergono dai preziosi foglietti di Tina, questo segreto diario, che ci proietta sul palcoscenico dell’Italia di ieri e che ci spinge a riflettere sull’Italia di oggi? Una testimonianza di persona onesta che si trova davanti alle menzogne, ai sotterfugi, alle compromissioni di un potere segreto e maligno che s’insinua nelle istituzioni e riesce troppo spesso a corrompere quello che c’è ancora di sano nel paese. Le armi per combattere questi orrori stanno in altre mani. A lei non resta che il racconto dei fatti, con il rischio sempre di non essere creduta.
di dacia Maraini, Micromega

Giallo Mondadori. Le censure a Monaldi e Sorti


Lo strano caso di un best-seller mondiale scomparso dalle librerie Il numero monografico di “MicroMega” dal titolo “Crimini d'establishment” da oggi in libreria pubblica in esclusiva l’incipit di “Secretum”, romanzo della coppia Monaldi & Sorti, autori molto apprezzati e venduti all’estero, ma misteriosamente censurati in Italia. Anticipiamo uno stralcio dello scritto in cui Giovanni Perazzoli ricostruisce questo “giallo nel giallo”.

“Secretum”, il libro di cui avete letto l’inizio, non si può leggere in italiano, sebbene sia stato scritto in italiano. È il secondo di una serie di thriller storici ambientati verso la fine del Seicento, che hanno avuto un grande successo commerciale e di critica in tutto il mondo. Benché siano stati tradotti in 60 paesi, nessuno di essi è disponibile in italiano, ad eccezione del primo, “Imprimatur”, pubblicato da Mondadori nove anni fa, ma poi scomparso dalle librerie. Oggi l’Imprimatur italiano viene stampato in Olanda, presso l’editore De Bezige Bij. Ed è alla sesta edizione. Gli autori della saga sono due scrittori italiani, marito e moglie nella vita. Si firmano Monaldi & Sorti. (...) Sono ormai considerati due autori classici del thriller storico. Hanno aperto per due volte la fiera del libro di Francoforte. Grandi quotidiani come The Independent, Le Monde, Die Süddeutsche Zeitung, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Le Figaro hanno dedicato ai due autori ampi servizi. Il regista Peter Greenaway ha dichiarato di volere realizzare una versione cinematografica dei loro romanzi. (...) Un tempo i libri proibiti venivano distrutti, spesso insieme ai loro autori. Oggi, tutti sono contro la censura. Le logiche del potere, in democrazia, hanno bisogno della maschera (...) Ma Monaldi & Sorti hanno voluto sfidare questa nebbia postmoderna . Prima di diventare giallisti, erano giornalisti e di formazione sono filologi, con una vocazione ottocentesca ai fatti positivi. La risposta credono di averla trovata. Alquanto suffragata, visto che la stampa internazionale la riprende ogni volta che si parla di loro: il libro è stato boicottato dall’editore che lo ha pubblicato. Su pressione del Vaticano.
NEL 2007 le televisioni nazionali tedesche 3SAT e Deutsche Welle, nonché la televisione pubblica austriaca ORF, hanno mandato in onda – così riporta
Simone Berni nel suo “Il caso Imprimatur” (Biblohaus 2008) – un documentario dedicato ai libri di Monaldi & Sorti. La giornalista Imogena Doderer, autrice del documentario, costernata per aver trovato durante la sua indagine in Italia solo porte chiuse, non indugia in un’ermeneutica «debole»: «Nonostante la forte richiesta di mercato, durante il governo Berlusconi “Imprimatur” è scomparso dagli scaffali delle librerie italiane senza un commento della casa editrice, dell’editor, dell’agente. Anche il tentativo della nostra tv di ottenere una dichiarazione dalla Mond
adori o un’intervista con critici letterari italiani è andata a vuoto. L’impenetrabile azienda letteraria italiana è manovrata da logiche mafiose, e questo lo pensano non solo i due autori Monaldi & Sorti» (...).
ANDIAMO CON ORDINE
e raccontiamo quello che all’estero si scrive sull’esilio di questi gialli storici e dei loro autori. Il
primo dei libri di Monaldi & Sorti, “Imprimatur”, esce nel 2002 per Mondadori. Il libro scala inaspettatamente le classifiche delle vendite. La prima edizione va subito esaurita; “Imprimatur” si piazza al quarto posto dei 10 libri più venduti della classifica stilata dal “Corriere della Sera”. Senonché, esaurite le copie, le ristampe ritardano di settimane e le vendite si fermano. Monaldi & Sorti, però, che sono ancora in possesso dei diritti per l’estero, pubblicano il libro in traduzione e, di nuovo, scalano le classifiche. Il libro scavalca, per alcune settimane, “Il Codice da Vinci”. Vende bene in Francia come nella lontana Corea; in Bulgaria come in Olanda. Livres Hebdo (25 ottobre 2002) gli dedica la copertina e titola: «Imprimatur. Un successo
mondiale». (...) Il boicottaggio è un fatto. A questo punto, però, manca ancora il movente. In due ampie pagine, sul britannico “The Independent” (13 maggio del 2008), il movente ci viene raccontato sotto il titolo: «Un mistero papale. La vendetta del Vaticano». Due fotografie, che non ci aspetteremmo di trovare in un articolo su un romanzo storico, corredano il testo: una è di Silvio Berlusconi, l’altra di papa Ratzinger. Monaldi & Sorti, scrive “The Independent”, hanno scoperto, nell’archivio segreto vaticano, documenti in grado di comprovare un fatto imbarazzante per la Chiesa di Roma...
di Giovanni Perazzoli, IFQ

maggio 06, 2011

Persi nel bicchiere


IN ITALIA 698 mila ragazzi (16,6%) tra i 18 e i 24 anni si sballano con l’alcol; allargando le maglie, 1,45 milioni tra i 15 e i 24 praticano il binge drinking, cioè bevono compulsivamente, almeno 6 drink in una sola occasione. Lo stesso fanno 392 mila adolescenti (13,6%) tra gli 11 e i 15 anni. Sono cifre dell’Istituto Superiore di Sanità: da queste e dalla consulenza dell’Iss non potevano prescindere Renata Coluccini e Mario Bianchi, autori e registi di Binge Drinking – Mondo liquido, spettacolo che tenta di fotografare, per frammenti, il disagio giovanile e la sua deriva alcolica. Il tema è spinoso; come direbbe García, «nessuno si è seduto ad aspettare che la rosa si apra ma tutti parlano della rosa»: la bontà del progetto si intuisce però dall’allestimento secco, dalla trama asciutta, dal ritmo sostenuto; la drammaturgia è frutto di lavoro quasi documentaristico, ricerca sul campo e confronto con giovani, adulti, genitori, medici e operatori. Senza indugiare nello psicologismo o nel moralismo, Coluccini e Bianchi confezionano una rappresentazione onesta, rispettosa delle parti. Sul palco, Clara Terranova (in alternanza con Elisa Canfora), Stefano Panzeri e Dario De Falco sono Cappa, Risu e Rosso, tre liceali annoiati, ma nella norma, studenti mediocri e svogliati, ma nella norma, figli di famiglie borghesi e distratte, ma nella norma. Si trascinano da casa a scuola e da scuola al bar, dove è dolce naufragare nel mare superalcolico: la settimana è il dopo-sbornia o l’attesa, sempre meno lucida, della prossima. Questi ragazzi dicono di bere per dimenticare: i brutti voti, i rimbrotti degli insegnanti, le figuracce con le ragazze, i conflitti con la mamma, le incomprensioni di papà. Intanto la giovinezza si consuma straccamente: sarà un caso che un cocktail al pub, o in discoteca, si chiami proprio «consumazione»?... Lo stordimento precipita in tragedia: Jacopo, fratello minore di Rosso, si unisce alle serate etiliche per ritrovarsi anni dopo con la salute compro-messa e pie speranze di trapianto. Nella sala d’attesa di un ospedale è tardi distribuire le colpe: il delitto è perfetto perché non c’è l’assassino, non lo sono i ragazzi, né gli adulti. Disinvolti e «liquidi», gli attori vestono i panni di tutti i personaggi, come se le età della vita, e le responsabilità, si potessero obliare in una vertigine di musica techno. Ma ci vorrebbe ben altro sonno, che quello etilico, per dimenticare.
di Camilla Tagliabue, Saturno
Binge Drinking – Mondo liquido, Milano, Teatro Verdi, fino al 15 maggio.

Bellaria Film Festival


PER CHI INTENDE il documentario come una noiosa forma di film è arrivato il momento di cambiare idea. Ci sono volute ben 29 edizioni del Bellaria Film Festival, oltre ad alcune iniziative di resistenza poetica di coraggiosi cultori del genere, per arrivare a capire che il documentario è il film del futuro. Al di là delle teorie di studiosi, accademici e analisti visionari, la questione è pratica e verrà socializzata, dal 2 al 5 giugno a Igea Marina, in 4 mattine di workshop focalizzati sul realizzare documentari in 3D, usare le nuove macchine fotografiche digitali che girano filmati in alta risoluzione, montare in final cut, distribuire viralmente on line. «Documentario e cortometraggio– spiega Fabio Toncelli, direttore artistico del Festival– sono le forme visual del futuro, sia perché la brevità è il formato della contemporaneità, sia perché l’elemento di realtà tipico della narrazione documentaristica ha, nell’era WikiLeaks, una forza d’impatto triplicata». In pratica volete svecchiare il genere? «In Italia viene visto come prodotto del passato mentre in tutto il mondo il documentario è la nuova forma di narrazione. La marcia dei pinguini ha raggiunto Spielberg, per intenderci. Da noi non esiste un circuito dedicato, né cinematografico né televisivo, e quindi la produzione si intimidisce e non compete col resto del mondo». Soluzioni? «Andare incontro alla gente, fare prodotti pop, divulgativi, divertenti». Docu-fiction? «Anche, certo. Grazie al limite posto dal rispetto della realtà, il documentario ha una libertà creativa maggiore». Docufiction, reportage, infodocumentario, audiodocumentario, radiodocumentario: anche il semplice video amatoriale è un documentario? «Certo. Per questo abbiamo aperto il concorso Cortoconiglio: fino al 18 maggio chiunque può spedire alla redazione della trasmissione radio Il ruggito del Coniglio un video di massimo 5 minuti a tema “La prima ora dopo il vostro risveglio”. Marco Presta e Antonello Dose selezioneranno i finalisti, pubblicati sulla pagina di rai.tv, e il vincitore, insignito di una targa, parteciperà alla diretta del festival, trasmessa il 2 e 3 giugno al posto della normale puntata». Smartime consiglia dunque di farvi sotto col vostro filmato e di godervi,nelletresalediBellaria,ipiùimportantidocumentariinternazionali non visibili altrove, gli incontri con gli autori, le proiezioni in concorso e i nuovi documentari per web, oltre alla rassegna Radiodoc. Per conoscere, per partecipare, per contribuire ad accogliere il Nuovo.
di Eugenia Romanelli, Saturno
www.bellariafilmfestival.org