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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 10, 2011

Di Bob Marley ce n'è uno solo


Trent'anni fa esatti, in un ospedale di Miami, moriva il re del reggae. Profeta e ribelle, fumatore d'erba e mistico, seduttore e padre di famiglia, voleva liberare l'umanità con la sua musica fatta di parabole e messaggi rasta. Oggi è un mito che nessuno ha saputo eguagliare.

L'11 giugno 1981, in una clinica di Miami, moriva Robert Nesta Marley detto Bob. Le sue canzoni di riscatto e di libertà per i neri del mondo intero ne avevano fatto una figura carismatica del pan-africanismo moderno, oltre che l'idolo di milioni di giovani bianchi conquistati dalla spiritualità positiva dei suoi messaggi (pace, amore, spinello libero, ribellione) e dai ritmi in levare su cui pulsavano.

La sua, però, è una figura più complessa di quanto non si immagini. Tornano in mente, a proposito, le parole pronunciate in suo onore da Bono alla cerimonia della Rock'n'roll Hall of Fame: «Il rock 'n' roll ama le icone giovanili, le caricature: il cantante di protesta, il dio del sesso, la pop star. Anche noi artisti amiamo gli estremi e la gente si aspetta che compiamo una scelta. (...) Marley non ha camminato mai nel mezzo, si è spinto oltre ogni limite, abbracciando tutti gli estremi, creando la sua unicità: "One love!". Bob voleva tutto e subito ed è stato molte cose allo stesso tempo: profeta e ribelle, fumatore d'erba e mistico, seduttore impenitente e padre di famiglia, showman e sciamano, cittadino del mondo e giamaicano doc».

Ma forse, ciò che sorprende maggiormente nell'ascesa di Marley verso il successo planetario è quanto poco sapessero i suoi fan del ruolo cruciale giocato nella sua musica dal tafarismo e dalla cultura tradizionale giamaicana. I suoi melodiosi reggae erano quasi tutte parabole, ammonimenti, messaggi di comprovata fede rasta. Il culto millenarista abbracciato da Marley traeva origine in buona sostanza dagli insegnamenti di Marcus Garvey (1887-1940), l'ex sindacalista giamaicano che agli inizi del secolo scorso aveva fondato negli Usa il movimento Back to Africa.

Marley era assolutamente convinto che il "potere di Babilonia" (il sistema dominante che imprigiona il cuore e la mente del popolo) sarebbe presto collassato e che i neri della diaspora, finalmente liberi, avrebbero fatto ritorno nella terra promessa. «Africa unisciti, perché stiamo uscendo da Babilonia, stiamo andando nella terra di nostro padre» (da "Africa Unite"). Il padre di cui si parla era l'adorato Ras Tafari, Hailè Selassiè, imperatore d'Etiopia, Leone di Giuda, Re dei Re. Insomma il Messia Nero in cui Marley, come ogni buon rasta, aveva deposto tutta la sua devozione. Bob Marley era nato il 6 febbraio '45 nel distretto di Saint Ann, sulla costa nord della Giamaica, dalla relazione tra Norman Marley, capitano dell'esercito inglese, e Cedella Booker, giamaicana. «Mio padre era un bianco, mia madre nera, io sono in mezzo, non sono niente», era la sua risposta preferita quando gli domandavano se si sentisse un profeta o un liberatore. «Tutto quello che ho è Jah (il nome di dio). Così non parlo per liberare i bianchi o i neri, ma per il Creatore». In realtà il Terzo mondo vide Marley come uno sciamano rivoluzionario dai poteri soprannaturali: «Alzatevi, tiratevi su, fate valere i vostri diritti» ("Get Up, Stand Up").
E proprio a lui, nell'aprile '80, spettò l'onore di suonare allo stadio di Harare per la celebrazione dell'indipendenza dello Zimbabwe dal giogo coloniale. Il giorno dei funerali di Stato, a Kingston, decine di migliaia di fan, venuti dall'Africa, dall'America latina, dall'Europa, sfilarono in lacrime sotto il suo catafalco. Qualcuno ha sottolineato che se Bob Marley & The Wailers nel 1973 non avessero incontrato sulla loro strada Chris Blackwell, il boss anglo-giamaicano della Island, probabilmente il reggae sarebbe rimasto confinato in Giamaica o nei circuiti londinesi degli immigrati. Altri sostengono che è merito di Eric Clapton, con la storica cover di "Shot the Sherif", se Marley ha potuto farsi conoscere dal grande pubblico del rock. La verità è che al di là del culto messianico del tafarismo, al di là delle stoccate etnopolitiche dei suoi rabbiosi inni reggae, la musica di Marley trasmette un messaggio universale. Non si tratta solo di reggae. In quel rasta coi dreadlocks che frustavano il vento ardeva un fuoco tutto speciale. Come ricorda Alberto Castelli nella biografia , «Marley è stato l'ultimo artista realmente popolare».
E' riuscito a imporre all'attenzione del pubblico bianco le sue canzoni di riscatto dei neri, ma sapeva anche far danzare con orgoglio i giamaicani sollevandoli dai drammi e dalla violenza quotidiana grazie alla magia senza peso delle sue meravigliose canzoni. Canzoni scritte con un linguaggio semplice e privo di retorica. Canzoni che vanno dritte al cuore. E che a distanza di anni conservano intatto il loro fascino che la frivola impermanenza delle mode non è riuscito a intaccare. Qualcuno ogni tanto indica un suo successore: il nuovo bardo giamaicano Luciano o l'americano Ben Harper, il solo in possesso di un'autentica ispirazione mistica. Ma nessuno ha le sue doti, la sua sensibilità, la sua forza comunicativa. Come è accaduto in passato con Charlie Parker o con Jimi Hendrix. Dobbiamo rassegnarci. Anche di Bob Marley il buon Dio, o chi per lui, ne ha fabbricato uno soltanto.
di Alberto Dentice, L'Espresso

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