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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 20, 2011

Fiore di poesia dall’Albero



Visionario e leopardiano “The Tree of Life” di Malick: ogni immagine è rivelazione e ha spessore filosofico.

FORSE, STATE perdendo il vostro tempo. Soprattutto se avete iniziato a leggere queste righe con l’intento di farvi un’idea di cosa vedreste sullo
schermo se decideste di andare al cinema a vedere The Tree of Life di Terrence Malick. Qualunque cosa ci fosse scritta, qui o altrove, temo che non riuscireste comunque a farvi un’idea. Perché The Tree of Life è un film indescrivibile. Forse è parzialmente raccontabile. Sicuramente è recensibile. Ma non è verbalmente visualizzabile. Perché dribbla le parole. Le ing
anna. Fa resistenza. Del resto, anche gli altri quattro film che Malick ha realizzato dagli anni Settanta a oggi (La rabbia giovane, I giorni del cielo, La sottile linea rossa, Il nuovo mondo) funzionano allo stesso modo: non sono riducibili alla trama. Ognuno dei quattro, a modo suo, deborda. Eccede. E ci invita a guardare – di volta in volta un filo d’erba o una spiga di grano – come non l’avevamo mai fatto prima. È perché Malick è un filosofo, ripete con una certa ossessiva monotonia la vulgata dei critici. Vero. Malick ha insegnato filosofia e ha tradotto Heidegger in inglese. Ma non è questo a fare di lui un cineasta-filosofo . Il cinema si fa filosofia non quando affronta temi in apparenza filosofici ma quando sa creare immagini che generano pensiero. Che eccitano il senso. Che lo mettono in circolo. Come sapevano fare, impagabilmente, tanto Ejzenstejn quanto Kubrick. E come fanno ancora oggi cineasti come David Lynch, i fratelli Coen o Paolo Sorrentino. Malick – non c’è dubbio – fa parte a pieno titolo del gruppo. The Tree of Life è composto grosso modo da tre movimenti, nel senso musicale del termine: un prologo cosmico-biblico che chiama in causa la natura e la grazia come le due grandi categorie con cui possiamo affrontare la vita, un epilogo edenico-riconciliatorio in cui tutto ciò che prima si era spezzato in qualche modo si ricompone liricamente e una lunga parte centrale, più “realistica”, in cui viene messa in scena la vita quotidiana di una famiglia del Texas degli anni Cinquanta, segnata dalla tragica morte prematura di uno dei tre figli . Prologo ed epilogo proiettano la parte centrale in una prospettiva metastorica e la avvolgono in vertiginosi echi cosmologici (si veda anche solo l’idea di una grazia contrapposta a una natura che viene descritta leopardianamente come intenta solo a compiacere se stessa). Le immagini mostrano luci e fuochi e quarzi e lava e magma e iridi e nuvole, in una sorta di primitivo bing bang che ambisce a misurarsi con le origini dell’universo. Ma non è questa la parte più visionaria del film. Qui, anzi, Malick non va oltre un repertorio iconico abbastanza scontato e privo di slanci metaforici illuminanti. Dove invece The Tree of Life diventa davvero filosofia visiva è nella messinscena del quotidiano e soprattutto nella visualizzazione del rapporto che lega un padre severo ed esigente come quello interpretato da Brad Pitt con i suoi tre figli. Qui Malick rompe ogni cronologia, e procede per fraseggi liberi che ondeggiano a zigzag nel tempo, quasi cercando di catturare il ritmo e il respiro dell’inconscio. Non solo: anche nel girare le immagini più minute – una mano che strappa un ciuffo d’erba dal suolo, o che accarezza la testa di un bambino - non colloca mai la macchina da presa dove ti aspetteresti che fosse: ogni immagine è una sorpresa, una rivelazione. Ogni fotogramma è la sperimentazione di un punto di vista inedito sulle cose. Un brivido, o una vertigine. Raramente capita di vedere in un film tanta libertà inventiva, una così sciolta capacità di rompere le regole e di reiventare un linguaggio, di disconnettere i nessi fra visivo e sonoro, di giocare per asincronsmi e ritorni, oscillando fra la lezione del grande cinema russo e quella di uno sperimentatore come Stan Brakhage. Se qualcuno ve lo liquida come un pamphlet new age, non credetegli: o è in malafede, o non ha ben capito la partita che si sta giocando. The Tree of Life è uno straordinario poema sinfonico-visuale. Assieme (e dopo) Inland Empire di David Lynch, è ciò che il cinema sta sognando di diventare per provare a convincerci – ancora una volta – di non essere un’invenzione senza futuro.
di Gianni Canova, Saturno

The Tree of Life, di Terrence Malick, con Brad Pitt, Sean Penn, 138’, Usa.

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