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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 04, 2011

Il coraggio contro l'omofobia: “L’esempio di mio zio Harvey Milk”

Il nipote dell’attivista interpretato da Sean Penn nell’omonimo film “Porterò il tema all’interno delle istituzioni italiane” .
Lo zio Harvey non era un tipo qualsiasi. E anche Stuart ha deciso di essere un nipote speciale, portando avanti il coraggio dei Milk nel chiedere al mondo una cosa semplice: rispetto per tutti, a partire dagli omosessuali. Chi era Harvey Milk? Il fratello di mio padre, innanzitutto. Una piccola famiglia ebrea di origini lituane dove tutti si davano una mano. Anche quando Harvey si dichiarò gay? Soprattutto allora. Era il 1965, Harvey aveva lasciato New York per trasferirsi a San Francisco e quello sembrava il momento giusto per dire all’America che tutti i cittadini meritavano uguali diritti. Anche se l’omosessualità era catalogata come malattia mentale. Lei era un bambino all’epoca. Sì, ma avevo capito che lo zio era una persona coraggiosa e gli volevo molto bene. È morto il 27 novembre del 1978. Allora avevo 17 anni, e condividevo in pieno la sua lotta. Mi faceva leggere le lettere di minaccia che riceveva, sapeva di dover morire. Ma non s’è fermato. Gli ha sparato un avversario politico. Harvey era riuscito a farsi eleggere consigliere comunale, il sindaco George Moscone intendeva sostenere le sue istanze. Un altro consigliere era contrario a quella svolta, sparò e uccise entrambi dentro il municipio. Il film di Gus Van Sant, per cui Sean Penn conquistò l’Oscar nel 2009, ha raccontato bene la storia? È stato un momento fondamentale per far uscire dalla California le idee di mio zio. Il documentario Times of Harvey Milk, realizzato nel 1984, ebbe tutt’altra accoglienza: andavo nelle scuole o nei centri giovanili a presentarlo e la gente scappava. Mai pensato di lasciar perdere? Harvey non era cristiano, ma spesso andava alle assemblee di chiesa spiegando le sue ragioni. Lo fischiavano di brutto, e io gli chiedevo: perché lo fai? E lui: su cento persone ne ho visto una, forse due, che non urlavano contro di me. Mi hanno ascoltato. E questo basta? Questo è l’inizio, sempre. Domani l’ascolterà gente importante del nostro Paese: il Presidente della Camera Fini, il ministro Prestigiacomo, la leader del Pd Bindi. Sono felicissimo. È straordinariamente importante portare il tema dentro le istituzioni. Anche se il sottosegretario Carlo Giovanardi ripete ogni giorno che i gay devono contenersi e scordarsi la parità sociale? Non mancano le contraddizioni, in Italia come in tutto il mondo. Ma le cose stanno cambiando, e spesso le provocazioni aiutano. Migliaia di ragazzi in tutto il mondo tentano il suicidio quando capiscono di essere omosessuali. Pensano di avere un problema impossibile da risolvere. Quando se ne parla in pubblico è sempre un successo: la voce di chi difende i diritti arriva a chi, altrimenti, sarebbe rimasto solo. Sono in Italia grazie a Equality, un’associazione che promuove i diritti civili, e vedo grande interesse negli incontri che mi hanno organizzato. Non mi sento solo. È vero che fa da consulente a Obama? Nel 2009 il Presidente ha voluto conferire la massima onorificenza per meriti civili a mio zio, e così l’ho conosciuto, perché io guido la Harvey Milk Foundation. Da allora ci siamo visti diverse volte, specie per adeguare la legislazione alle esigenze di tutela dei nostri diritti. Ha fatto abbastanza il presidente per voi? Non è mai abbastanza, ma è già molto. Anche perché il territorio Usa ha enormi diversità da uno Stato all’altro, è difficile uniformare le leggi. Ma Obama ha sempre chiesto una forte reazione a tutti gli estremismi, è attento a tutelare le minoranze equilibrando le forze sociali. Noi in genere diamo la colpa al Vaticano se l’unico modello nel concepire i diritti in Italia è quello tradizionale. Forse la Chiesa maschera una paura più profonda. Tutte le religioni pongono forti limiti all’affermazione dei valori omosessuali. Credo sia una paura antica quella di rimodulare relazioni, affetti, rapporti di potere. Ancora le donne stentano a emanciparsi nel mondo occidentale, così come gli immigrati vengono ghettizzati nei Paesi dove approdano. Per questo dobbiamo unire le forze: tante minoranze, insieme, diventano quasi la maggioranza. L’accuseranno di utopia. Perché no. Ma gli Usa hanno ucciso un uomo a sangue freddo gettandone il corpo nell’oceano per segnare un punto di svolta nella loro storia. Questa è la realtà. Non lo nego, ma torniamo al punto chiave: Al Queda non arruola donne, nè omosessuali dichiarati. Vive di violenza e impone un pensiero unico. È il modello ancestrale di organizzazione umana, che dovrà cedere per forza a una forma più evoluta. Mi racconta di Jesus Christ Superstar? Mio zio faceva il fotografo, ma a un certo punto si mise a produrre musical. Ricordo le sere in camerino a Broadway, mi diceva: guarda, questo è Gesù, questo è Giuda, lei è Maddalena. Alla fine era solo una storia di uomini, un’ipotesi sul concetto di divinità, una sfida a quella morte che sapeva essergli ormai vicina. Superando la visione biblica dell’occhio per occhio: sempre meglio puntare sull’amore che sulla vendetta.
di Chiara Paolin, IFQ

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