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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 20, 2011

Il pasto letterario


DI VIZI E VIRTÙ dell’intellettuale se ne conoscono a non finire. Ogni buon letterato che si rispetti – ma anche filosofo o scienziato che sia – ha lasciato alla memoria dei posteri qualche aneddoto da raccontare. Ma che succede se li si mette tutti insieme, costruendo un modello piuttosto che descrivere singoli caratteri d’un tale o tal’altro scrittore? Succede che può nascere il piccolo miracolo che è riuscito a William Marx. Nel suo gustoso Il letterato: usi e costumi, mette in scena la bizzarra storia di una specie anomala, come recita il sottotitolo (dall’editore Guanda). Si può leggere tutto d’un fiato, alla scoperta di affascinanti vicende. Oppure ci si può soffermare su ogni singolo capitolo. Come per esempio quello dedicato al nutrimento. In un’epoca in cui imperversano i provetti gastronomi e gli intenditori del buon cibo, ci si può legittimamente chiedere com’è il letterato seduto alla tavola imbandita. Ed ecco che Marx ci racconta due diversi menù. C’è quello dell’asceta, che pensa ad alimentare lo spirito più del corpo – è il caso di San Gerolamo, che gustava il pasto perfetto composto da holera (erbaggi vari) e acqua. Bisognava che la mente fosse sgombra e libera dalle banali occorrenze dello stomaco, provasse remissione della gola e indebolimento del potere della concupiscenza. E poi c’è, al contrario, il menù del banchetto, tanto caro ai filosofi da Platone in poi. Qui il dominio dello spirito ha un’indissolubile continuità col dominio del corpo. A stomaco vuoto, mente vuota! I casi sono tanti. Kant mangiava una sola volta al giorno, all’una precisa. Prima si faceva portare un bicchiere di vino caldo, poi scendeva nella sala da pranzo dove lo attendevano gli ospiti: non mangiava mai solo (piuttosto non mangiava) e gli invitati non erano mai meno di due o più di cinque. Il piatto preferito? Merluzzo, servito al limite pure dopo il pasto! Ma il vero ingrediente dei suoi pasti, che duravano tre o quattro ore, era la conversazione. Anche Hegel aveva la pancia più kantiana della testa. Come Kant amava la regolarità. Tanto che a Parigi, ospite del collega Victor Cousin, è sopraffatto dalle troppe gioie culinarie – e dal mal di stomaco, costretto come scrive alla moglie a “clisteri, fomentazioni e tisane”. Ma per la civil conversazione a tavola, questo e altro. Insomma, il letterato ama mangiare, e discutere mangiando. Ecco perché la vecchissima tradizione delle proverbiali scorpacciate cui parteciparono i più grandi intellettuali della storia ha molta più persistenza delle diete ascetiche. I devoti della tavola (e del bicchiere) sono perciò la maggioranza, convinti che il nutrimento è alleato prezioso del sapere, nonché sua condizione necessaria. Del resto, come dimostra Marx nelle sue pagine, per il letterato valgono le parole del Vangelo: ciò che esce dalla bocca conta almeno quanto ciò che vi entra.
di Marco Filoni, Saturno

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