______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 27, 2011

Il re nudo di Herta


SONO PASSATI treanni da quando Keller pubblicò l’ormai celebre "Il paese delle prugne verdi" (scelta fortunata ma anche da elogiare) e due dal conferimento del Nobel per la Letteratura all’autrice di quel libro, Herta Müller. A lei il merito di aver raccontato la Romania dei diseredati sotto la dittatura di Ceausescu e di aver lottato contro la Securitate con cui si rifiutò sempre di collaborare. Keller propone ora un altro prezioso tassello, utile per comprendere più a fondo l’adolescenza nel Distretto di Timis quando già si interrogava sul valore della vita e sul peso del libero pensiero in un paese in cui si era candidati alla galleria della morte. Il re si inchina e uccide (ottima la resa di Fabrizio Cambi, già traduttore di Ingo Schulze) raccoglie due testimonianze autobiografiche sulla Storia, intrecciata all’uso della parola e della scrittura come esercizio di resistenza oltre la censura. Müller spiega come la parola «Re», nelle sue opere, sia sempre stata più frequente rispetto a «Dittatore». Il ricordo corre alla mania che aveva di ritagliare tutti i «re» da ogni pagina in cui comparivano senza riuscire mai a scriverlo. Quando arrivò a contarne ventiquattro, uno accanto all’altro, si sbloccò. Il Re è un’ombra che la segue dal villaggio in città, dalla Romania in Germania, come riflesso delle cose impossibili da spiegare. «Lancia dalla finestra quelli che hanno cominciato a dargli fastidio», scrive, «li impicca e li avvelena, mette in scena la morte inflitta come fosse un suicidio, fa in modo che non ci si accorga delle sue debolezze, quando barcolla si pensa che s’inchini, ma lui s’inchina e uccide. Il suo strumento è la paura somministrata freddamente». Ecco perché per cercare di abbattere il regime bisogna sfidarlo. Lo si fa con le esercitazioni poetiche che testimoniano l’attaccamento alla vita, storie crude per smontarlo almeno a livello immaginario, «un auto incoraggiamento, perché quelli di cui ridevamo potevano ogni giorno porre fine alla nostra vita. Queste storielle costruite collettivamente davano un’allegria conquistata per divertirsi ma era soprattutto un’allegria rubata». A quale altra allegria avrebbero potuto aspirare i romeni intrappolati in quei venti anni di spietata dittatura? Disseminare capelli per casa ogni volta che si esce per confermare la visita dei servizi segreti è l’antitesi della libertà. Ecco perché Müller rifiuta la parola Patria, lo dice chiaro, soprattutto se è nella bocca di autori per i quali la patria esiste in modo inconfutabile e la vita nel loro paese non è minacciata. «Chi da tedesco dice lingua è patria ha l’obbligo di rapportarsi con chi ha coniato questa frase cioè gli esuli in fuga sfuggiti aHitler». Müller conosce e tiene al tema della lingua, alla potenza e al limite delle parole, lo sa meglio di altri parlando tedesco per origini e avendo appreso la sensualità ingarbugliata del rumeno dopo un lungo periodo di silenzioso ascolto. Non è vero, dice ancora, che ogni cosa può essere spiegata a parole, spesso le cose più essenziali non trovano la giusta espressione scritta o verbale. Però ci si prova. Molta la stima per Hanna Krall, Alexandru Vona, Antònio Lobo Antunes, autori diversi ma capaci di avvincerla e stupirla al punto di costringerla, tramite i loro scritti, a lavorare sulla sua stessa vita nonostante abbia sempre pensato che leggere libri o scriverli non porti rimedi assoluti. Al lettore resta la convinzione felice che, invece, Herta Müller sia un rimedio da supportare strenuamente.
di Carlotta Vissani, Saturno

Nessun commento: