______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 27, 2011

Piano con l'elettronica


UNO SGUARDO musicale sul rapporto uomo-macchina, attraverso una speculazione non filosofica ma artistica, è quello che ci vuole per tornare in maniera più leggera a riflettere su quale sia il limite tra naturale e artificiale. Quando un suono trapassa dal mondo acustico a quello elettronico, smette davvero di essere naturale? E l’eventuale mutamento di status è da rintracciarsi proprio in quel passaggio? Quello che Ryuichi Sakamoto e Carsten Nicolai (alias Alva Noto) fanno assieme da quasi un decennio è uno studio sulle unità minime di suono, alla ricerca di pattern microscopici, secondo una vera e propria visione particellare della musica. In questi giorni stanno portando in giro per l’Europa Summvs, titolo palindromo (almeno nella pronuncia) del loro ultimo album - il quinto di una serie iniziata nel 2002 -, che se però ha un difetto è quello di non dirci niente di nuovo: dopo dieci anni forse il progetto è un po’ stanco e sarebbe il momento di cambiare. E questo nonostante l’attualità sonora che la coppia esibisce; ossia i rumori, i suoni dell’oggi tecnologico. L’atteggiamento timbrico e dai tempi dilatati è quello della musica ambient, le composizioni si fondano sempre su una matrice elementare, un’unica nota di bordone (parlare di centro tonale sarebbe esagerato giacché non c’è un’evoluzione armonica rilevante all’interno dei pezzi). Ma non lo è l’intenzione: l’indagine sonora si esprime per tratti piuttosto brevi; i brani durano sempre il tempo di un pensiero che si esaurisce prima che diventi stancante. Nei concerti della coppia vi è in più la dimensione visuale. Al tocco di Sakamoto corrispondono sullo schermo fuochi digitali di pixel pulsanti. La corrispondenza è facile e prevedibile, ma è il risultato di una serie di metaletture. La meditazione tecnologica di Alva Noto interpreta i segnali sonori del pianista giapponese: prima la musica, quindi; poi i suoni elettronici elaborati al computer; infine la luce e le forme come vestigia visive di quelle novità foniche. Sono reti, fibre, filamenti di suono. Tutto questo, talvolta, cattura. Come fa un pezzo ritmicamente povero, senza una progressione armonica, senza sincopi, a conquistare il pubblico, che muove la testa, scuote il corpo, seguendo i dettami di un fluido ballo interiore? È evidente che esista una diretta connessione tra questa ricerca e la nostra anatomia. Ascoltiamo battiti asimmetrici, il cui ritmo non è basato sulla regolarità cardiaca, bensì sull’asincronia delle pulsioni neuronali; come l’attività, assolutamente incostante, delle sinapsi. Potremmo chiamarla emotività mentale. E si fa pure prepotentemente avanti la questione, annosa, del rapporto tra suono e immagini, tra ascolto e visione. Questo, però, soltanto nelle performance live. È lì che se l’occhio vuole la sua parte, può prendersela.
di Federico Capitoni, Saturno

Nessun commento: