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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 04, 2011

Quando Fellini voleva Mina


Lui la sognava, la desiderava, la vedeva interprete dei suoi film. Ma lei, perfetta creatura felliniana, disse sempre di no. Ecco la storia di quella passione.

Gli occhi. Sono stati gli occhi di Mina a ipnotizzare Fellini. Quegli occhioni bistrati, picassiani, enormi". Se lo dice lui, Paolo Fabbri, direttore d
ella felliniana Fondazione in Rimini, sarà sicuramente vero. Però, come testimoniano le cronache, Federico Fellini di Mina non guardava solo gli occhi. E' vero che disse: "Vorrei provarla come attrice. Mina ha la faccia della luna. Gli occhi sono dolci e crudeli. La bocca chiama dal cielo le comete: basta un fischio". Ma subito aggiunse: "Poi è tanta. Il mio amico Sordi dice che è "'na fagottata de roba". E' un tipo che entra nelle mie storie". E sappiamo che la inseguì parecchio. "Mina, Minona, così bella con quelle tettone che hanno fatto sognare l'Italia: non dimagrire, mi raccomando, sei perfetta per il mio film". E lei di rimando: "Ma va là Federico, non ci penso neanche". E' tutto scritto. Lo confessa lei stessa a Dora Giannetti nella biografia "Divina Mina". E lo aveva anche raccontato in un'intervista del '66: "Fellini vuole proprio me. Sarò la protagonista del suo "Viaggio di G. Mastorna". Un personaggio meraviglioso che mi darà modo di esprimere tutto di me. Non avrà alcuna importanza né la mia voce né il modo di cantare, perché quello che conterà saranno solo il mio volto, i miei occhi, il mio corpo, i miei movimenti". Ma il professor Fabbri insiste: "Gli occhi però. Lui amava soprattutto gli occhi. Se non avesse avuto quegli occhi Fellini non l'avrebbe mai immaginata come la donna dalle lunghissime ciglia e immense pupille in cui Mastorna vede la scena orrenda, l'incidente aereo, i resti del suo corpo e capisce di essere morto". Giusto, professore. Ma "Il viaggio di G. Mastorna" è un cespuglio di atti mancati: il film non fu mai fatto, Piero Gherardi (scenografo) ruppe con Fellini, Dino De Laurentiis (produttore) lo portò in tribunale e Mina non si lasciò più scritturare. Di tutta questa storia d'amore fra il maestro e la cantante restano come unica concreta testimonianza due disegni e un sogno dalla simbologia esplicitamente erotica, conservati negli archivi della Fondazione. " Eccola Mina secondo Fellini: creatura dai tratti esagerati, generata, più che dalla caricatura, dal ritratto caricato seicentesco alla Carracci. Quello che Fellini scopre nel barocco di una città come Roma dove il suo immaginario di provinciale, con le donnone contadine dai culoni inguainati nel raso, si sposa con il lusso e l'eccesso. Sono l'anima di Fellini questi disegni. Lui che li tracciava in modo compulsivo coi pennarelli da due lire comprati dal tabaccaio e i pezzi di carta che gli capitavano in mano. Un vero patrimonio che adesso, se non arriva uno sponsor per il restauro, rischia di svanire". Compresi gli occhioni di Mina e quella faccia forte, dal naso imponente che il regista nel '69 avrebbe voluto vedere in Trifena, la moglie di Trimalcione nel "Satyricon". Fu Mina questa volta a dire no. E lui prese la raffinata Capucine, che a forza di kajal, eye liner e parafernalia del trucco& parrucco plasmò in una simil Mina. Mentre l'originale preferiva tradirlo con i musicarelli, Morandi e Tony Renis.
Ma un conto è amoreggiare e canterellare nel b-movie, un conto è diventare femme d'artiste di Fellini, mostro sacro che andava dicendo in giro di volerla come terza musa dopo la Ekberg e la Milo. Monumentale come loro, più stralunata di loro, già eccentrica come vera rock- star. Del resto quella Mina donna uccello, dagli occhi bistrati e spiritati come una divinità egizia, l'avevano costruita Fellini e Gherardi. Ovvero, Piero l'architetto, lo scenografo, il costumista pluripremiato agli Oscar che dalle "Notti di Cabiria" agli spiriti di Giulietta lascia sul cinema di Fellini un segno indelebile fatto di invenzione, ironia, surreale follia. Fino allo sciagurato Mastorna, tra i due grandi spiriti creativi ci fu un rapporto fusionale. "Detesto la televisione, non faccio pubblicità e sto lavorando al mio Mastorna. Ma Gherardi sarebbe perfetto per i tuoi Caroselli", deve aver detto qualcosa del genere Fellini al suo amico Pietro Barilla. E dunque ecco che Mina, in attesa di trasformarsi nell'hostess-angelo della morte, viene arruolata per cantare "Se telefonando", "Taratata" , "Sono come tu mi vuoi" in una decina di lunghi spot firmati Piero Gherardi e girati tra il 1966 e 1967 negli stessi luoghi scelti per il Mastorna fantasma. Come tutto ciò potesse poi evocare il nostro piatto di pasta quotidiano, è cosa che doveva interessare molto poco alla coppia Gherardi&Fellini. In realtà tra scenari metafisici, in cima agli hangar dell'Alitalia, tra le puntute geometrie dell'Eur, nella vecchia stazione di Napoli, sotto agresti acquedotti di Ponte di Nona, più che il rigatone Barilla, si intravede la prova generale del film che non c'è. Una messa in scena dell'aldilà che si riflette anche negli abiti, dove Gherardi, supportato dalla straordinaria tecnica della sartoria di Gabriele Mayer, si scatena nell'inferrettare piume di fagiano, bucherellare il crespo con effetto groviera, costruire gorgere in crine di naylon nero, abiti di corde e acconciature alate e vesti paradisiache. Ma soprattutto è Gherardi a cambiare i connotati di Mina per prepararla al ruolo di femmina eccessiva e lunare, che serviva al maestro. Dunque, prima le schiarisce le sopracciglia, poi non gli basta. Una ceretta e le toglie del tutto. Infine spazza via il fondotinta da quei tre nei sulla guancia che la povera si ostinava a nascondere sotto un centimetro di cerone. Impugnata una matita nera, Gherardi in preda a settecentesco impeto, non solo li scurisce ma ne aggiunge anche un quarto. Il look non è acqua. La virtuosa cantante di Cremona, adesso è una star. E soprattutto una star felliniana.
di Alessandra Mammì, L'Espresso



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