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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 10, 2011

Tina Anselmi, la donna che ha smascherato Licio Gelli e la P2


Ho conosciuto Tina Anselmi molti anni fa, in un tempo in cui sembrava possibile cambiare sia la famiglia che la società. Pur in settori diversi, con un’ideologia differente, Tina e io, come tante altre donne alla metà degli anni Settanta, eravamo unite da una medesima passione civile e da un legame che andava oltre le differenze: la consapevolezza che tutte insieme si poteva fare qualcosa per migliorare non solo noi, ma l’intero paese. Tina nel 1976 fu la prima donna ministro nella storia italiana, e certo per le donne fu una grande conquista.

Negli stessi anni conobbi Anna Vinci, era più precisamente il 1978. Era venuta a casa mia per un’intervista, lavorava a Sala F, un programma della seconda rete radiofonica che aveva progetti ambiziosi. Prettamente femminili erano i temi trattati, così come le conduttrici che si avvicendavano al programma e una donna, Lidia Motta, una dirigente all’avanguardia che l’aveva ideata. Anna mi ha subito conquistato per la sua generosità, per la sua sorridente disponibilità, per la serietà con cui affrontava il suo lavoro. Da allora abbiamo continuato a rimanere vicine affettivamente, anche se passavamo lunghi periodi senza vederci.

Se rimetto insieme quelle due date, 1976 e 1978, non posso che valutare il cambiamento che in due anni ha vissuto il nostro paese: dalla conquista di un dicastero per una donna, con tante speranze e la sensazione di un inizio ricco di possibilità, al rapimento Moro e all’uccisione degli uomini della sua scorta, fino, dopo 55 giorni di prigionia, il 9 maggio, alla morte dello statista democristiano.

Diceva Tina, nel ricordare la sua esperienza di quei terribili 55 giorni – durante i quali era stata la «staffetta» tra la famiglia Moro e il partito – che mai più nulla sarebbe stato come prima e che «avremmo dovuto dare delle risposte e non fummo capaci di darle». Tina non abdicava mai alla sua libertà di pensiero, al suo giudizio critico. Era bello parlare con lei, anche ultimamente, quando ci siamo riviste, nella sua casa di Castelfranco Veneto: sebbene affaticata dagli anni, Tina aveva la capacità di vedere oltre, con il coraggio dell’intelligenza e la forza di una fede religiosa mai compromessa con le ragioni della politica. In qualche modo era rimasta la staffetta Gabriella, che durante la Resistenza sfidava con la sua giovane età – aveva diciassette anni – la barbarie nazifascista.

Negli ultimi anni, Anna Vinci si è impegnata a tenere presente tra noi Tina Anselmi che, pur viva e robusta, sta lentamente allontanandosi dai rapidi scambi dei rapporti umani. È una bella cosa che Anna si ostini per non fare dimenticare una donna alla quale il paese deve molto. Chi se non Tina, riflettendoci, avrebbe accettato un ruolo tanto impegnativo, come quello di essere presidente della Commissione parlamentare inquirente sulla Loggia P2 di Licio Gelli? Ancora una volta era chiamata in causa: nell’ottobre del 1981 fu la presidente della Camera Nilde Iotti a designarla per quel delicato incarico.

E lei prima di decidere prese quindici minuti per riflettere, e chiese un parere a un caro amico, Leopoldo Elia, presidente della Corte costituzionale, e infine accettò. Amicizia e lavoro ancora una volta si uniscono. Come nel caso della Iotti, perché appunto, pur nelle diversità politiche e ideologiche, in quegli anni ricorda Tina: «Eravamo avversari, ma mai nemici». Aggiungendo: «Non che noi fossimo migliori dei politici di oggi, ma le nostre robuste ambizioni erano contenute da un comune sentire». E seguirono tre anni intensi di lavoro.

Ricordo le notizie che giungevano dai luoghi del potere, le preoccupazioni di alcuni per quello che si andava scoprendo del sommerso eversivo piduista, e il fatto che pochi politici furono capaci di rendersi conto fino in fondo della gravità di ciò che era accaduto nel nostro paese.

Leggendo i foglietti che compongono gli appunti di Tina, tante sono le riflessioni che sento di dover fare, partendo da un’immagine: vedo Tina, una donna, muoversi in mondi prettamente maschili. Non che lei fosse sprovveduta, era una politica capace di lungimiranza, e conosceva le regole e le lotte del Palazzo, i cambiamenti di alleanza improvvisi, i segreti non mantenuti, i colpi bassi, le amicizie fallaci. Pur tuttavia, quello che visse negli anni della sua presidenza alla Commissione ha una cifra diversa. Non bisogna dimenticare che andava scoprendo intrecci e legami trasversali di ambienti squisitamente maschili: non solo quello politico, ma, ancor di più, l’ambiente massone, militare e dei servizi segreti, della criminalità organizzata, del potere finanziario e delle banche e, tra queste, quelle del Vaticano, in una miscela esplosiva di arroganza e di supponenza, d’impunità, ma anche di paura. Quegli uomini legati tra di loro, erano obbligati a restare insieme.

Il gioco del ricatto regnava sovrano e le minacce del dire tutto non risparmiavano nessuno, neanche chi, nel cerchio del potere piduista, era al centro del controllo, conosceva nomi, debolezze, intrighi, compromissioni: Licio Gelli.

Che cosa resta, a trent’anni da quell’inizio degli anni Ottanta, delle parole del potere che emergono dai preziosi foglietti di Tina, questo segreto diario, che ci proietta sul palcoscenico dell’Italia di ieri e che ci spinge a riflettere sull’Italia di oggi? Una testimonianza di persona onesta che si trova davanti alle menzogne, ai sotterfugi, alle compromissioni di un potere segreto e maligno che s’insinua nelle istituzioni e riesce troppo spesso a corrompere quello che c’è ancora di sano nel paese. Le armi per combattere questi orrori stanno in altre mani. A lei non resta che il racconto dei fatti, con il rischio sempre di non essere creduta.
di dacia Maraini, Micromega

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