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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 06, 2011

Vietato chiedere chi paga


Pantagruelico, esorbitante, smisurato. Un padiglione italiano senza fine: duemila artisti fra giovani e meno, celebri e totalmente sconosciuti, fra Venezia e i capoluoghi italiani, istituti esteri di cultura, lunghe liste di invitanti (illustri ma non critici d’arte) e invitati, proposte ancora aperte, sedi espositive in via di definizione. Un profilo ‘culturale’ da creatività allargata, multilivello, economicamente esoso, in simbiosi con il suo ideatore, Vittorio Sgarbi, che all’attesa conferenza stampa del Padiglione Italia della Biennale Arte di Venezia 2011, (che inaugurerà il 31 maggio, tra soli 25 giorni), ne rivendica la totale padronanza: “La Biennale è mia e non accetto che nessuno mi dica come curarla e cosa scegliere”. E si comporta come fosse già alle prove del suo programma televisivo, con tanto di applausi da una nutrita schiera di vip (fra cui una fidanzata recalcitrante e indispettita dalle critiche) e i soliti “vergogna!” ai pochi giornalisti che tentavano di ottenere delucidazioni circa il suo concetto di selezione degli artisti e sulle soluzioni economiche. Una “eccezionalità del curatore” che, secondo Antonia Pasqua Recchia, direttore generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l'Architettura e l'Arte contemporanee “rende superfluo ogni ulteriore commento”. La Recchia racconta della fermezza del Ministero nel sostenere “tale coraggio curatoriale e mirabile progetto eccezionale” con l’investimento di un milione di euro (senza costi indiretti), e augurandosi un aiuto dal cielo per gli spazi ancora mancanti. Ma poco dopo Sgarbi ribadisce più volte di aver lavorato al progetto da un anno (!) senza aver ricevuto un euro e di non voler rispondere in merito a finanziamenti che non ci sono: “Ho speso i miei soldi, come soprintendente e curatore non pagato e non ho ancora firmato un contratto, e non è detto che lo accetti. Ribadisco che gli unici soldi spesi sono stati quelli della società Arthemisia (incaricata dal curatore dell’intera gestione del progetto)”. Incalzata a fine dell’interminabile show sgarbiano la Recchia parla di 250.000 euro stanziati per avviare l’allestimento del padiglione e successivi 750.000 aggiunti da Bondi e poi da Galan per trasporto opere, gestione personale per sei mesi e progetto del curatore ma, aggiunge “di non sapere quanto ha investito Arthemisia e che il curatore verrà pagato, anche se lui non lo sa”. L’ignaro Sgarbi non sa dunque se sceglierà di essere pagato, ma è convinto di aver vendicato l’anonimato di centinaia di artisti italiani, solitamente esclusi da giri di settore e critici d’arte contemporanea supponenti e inutili, e invece ora segnalati alla Biennale da 230 ‘intellettuali’ di chiara fama – da Walter Siti a don Andrea Gallo, da Silvia Avallone a Gianni Letta, da Sergio Zavoli a Ennio Morricone, da Ermanno Olmi a Giuliano Ferrara sino a Dario Fo (pare anche Sandro Bondi). Ognuno ha scelto il suo artista vivente preferito, dice Sgarbi, “per evitare i protetti e testimoniare una realtà che non può essere esiliata in un ghetto avvalorando le tendenze delle gallerie d’arte”. Eppure qualcuno li ha scelti, i segnalatori, e gli altri curatori delle venti mostre regionali, e delle Accademie, e fra essi non ci pare ci sia nessun vicino di casa o conoscente qualsiasi, perché “la Biennale Italia è solo di Vittorio Sgarbi”.
di Claudia Colasanti, IFQ

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