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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 17, 2011

Mostra: Ping-Pong, Panda, Povera, Pop-Punk, Planet, Politics and P-Art


CI HA ABITUATI a rilassarci, a farci massaggiare, a interagire con le sue opere. Anche stavolta il thailandese Surasi Kusolwong non ci ha deluso. Non è usuale trovarsi in una mostra di fronte a tavoli da ping-pong che non recano la classica dicitura non toccare, anzi chiedono di prenderne possesso. Su quei tavoli però sono fissati oggetti disparati, chincaglierie di varie culture. La traiettoria della pallina è disturbata. È come iniziare un videogioco partendo da un livello avanzato, con più ostacoli da superare. Il riferimento è chiaro, il messaggio pure: siamo alla Politica del rimbalzo e alla complessità e difficoltà del dialogo. Sebbene Kusolwong, insieme al connazionale Tiravanija, sia tra i rappresentanti dell’estetica relazionale, non tutto ciò che è all’HangarBicocca è interattivo. Come l’installazione dove un neon con la scritta «hello» si ripete e si moltiplica grazie a uno specchio, e tra ritratti di Kurt Cobain, ritagli di giornale con notizie sulla crisi degli ultimi anni, il suono in loop del ritornello del capolavoro dei Nirvana Smell like teen spirit martella ossessivamente. Ma addentrandoci nel cuore dell’Hangar, lo scenario cambia. Vista l’imponente superficie, anche se una parte è occupata dalle monumentali e permanenti (eterne) torri di Kiefer, la politica della neo-direttrice Chiara Bertola sembra essere quella del “riempiamo” il più possibile. Per questo è nata, in collaborazione con Andrea Lissoni, una mostra in quattro atti (ancora in corso, dopo complessivamente nove mesi) che ha visto nei vari appuntamenti germogliare nuove opere. Alcune sono state anche spostate di volta in volta, rischiando di “scomparire” rispetto ai nuovi vicini. O per dirla con le parole più evocative dei curatori di «incitare dialoghi muti». Alcune opere sono di forte impatto, ma l’effetto complessivo rimane dispersivo e disomogeneo. La formula della mostra a puntate, studiata forse per far confluire in più appuntamenti i visitatori verso il periferico Hangar, non funziona. Ciò che spinge appassionati d’arte e non solo in questo tipo di luoghi sono progetti ambizioni, quelle opere uniche, che rimangono impresse nell’immaginario collettivo e che solo tali vaste superfici sono in grado di contenere ed esaltare. Qualche esempio di realtà simili ma, a differenza dell’Hangar milanese, di grande richiamo e successo di pubblico: la Turbine hall della Tate di Londra o il Grand Palais di Parigi. Less is more: non è difficile.
di Daniele Perra, Saturno
Ping-Pong, Panda, Povera, Pop-Punk, Planet, Politics and P-Art, Milano, HangarBicocca, fino al 15 settembre.
www.hangarbicocca.it

Oro per l'Aids



NEL MONDO della ricerca sull’AIDS qualcosa si muove. Una ricerca italiana ha sfruttato il richiamo dell’oro per stanare i virus HIV dal nascondiglio in cui si annidano durante le cure, pronti a riattivare la malattia non appena queste vengono sospese. Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità è riuscito a eliminare le cellule che li ospitano con un composto a base di oro, usato contro l’artrite reumatoide. Il trattamento non è ancora stato sperimentato sugli esseri umani, mentre è sui malati di AIDS che ha dimostrato le sue virtù un altro farmaco già ben noto, l’idrossiclorochina, un antimalarico molto diffuso ovunque. Con questo vecchio medicinale Mario Clerici, dell’Università di Milano, ha ristabilito i livelli di globuli bianchi in una ventina di pazienti in cui la terapia antivirale non era riuscita nell’intento, un parametro questo determinante ai fini della loro sopravvivenza. La scoperta dei ricercatori milanesi, se sarà confermata, è di particolare interesse, perché si basa su un rimedio di cui si conoscono da decenni pregi e difetti, già sperimentato su milioni di persone e, soprattutto, facilmente reperibile proprio nelle aree del mondo che ne avrebbero più bisogno.
Meno praticabile è invece la via sperimentata con successo dai National Institutes of Health statunitensi. Anche in questo caso, nessun nuovo farmaco, ma un uso più esteso di quelli esistenti: uno studio condotto su oltre 1.700 coppie di tutto il mondo, nelle quali uno dei due partner era sieropositivo, ha dimostrato che per evitare il contagio basta trattare subito con gli antivirali chi ha contratto il virus, senza aspettare i segni di una compromissione del sistema immunitario, come normalmente si fa. Ma qu
esti farmaci costano. Ed è difficile pensare di poterli dare per tutta la vita a tutti i sieropositivi, che secondo gli ultimi dati sarebbero 33 milioni, 30 dei quali nei paesi in via di sviluppo, dove non si riescono a curare neppure i malati.
di Roberto Villa, Saturno

007, dalla Russia con tremore


Psicoanalisi della Guerra fredda. Crolli nervosi, alcolismo: le biografie dei veri agenti segreti sfatano i miti letterari

SCORDATEVI DI BOND, James Bond, se volete raffigurarvi la personalità e la vita di una spia in carne e ossa. Infatti, nelle biografie di spie autentiche degli anni della guerra fredda, raccontate dagli storici Phillip Deery e Mario Del Pero, non ritroverete quasi nessun tratto del carattere e del modo di agire della spia inglese creata dalla fantasia di Ian Fleming all’inizio degli anni Cinquanta e resa popolare dal cinema. Le spie studiate dai due storici ebbero in comune non l’astuzia, il cinismo, la razionalità fredda e il sovrumano controllo dei sentimenti ma una fragilità umana, molto umana, perché finirono tutti sopraffatti “dalla disumana fatica del loro spiare”: «Condurre una doppia vita, mentire in continuazione, rischiare perennemente di essere scoperti – e dunque arrestati e condannati, potenzialmente a morte – non fu sopportabile per nessuna delle spie qui discusse», spiegano i due storici. «Crolli nervosi, alcolismo, confessioni scandirono la loro esperienza: ne rivelarono, nessuno escluso, tutta la vulnerabilità. O, appunto, l’umanità». Alcuni dei protagonisti di Spiare e tradire (Feltrinelli) erano spie di professione, altri erano scienziati, altri comuni cittadini. Tutti operarono negli anni della guerra fredda fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, rubando segreti al nemico per garantire la sicurezza del proprio paese, oppure rivelarono al nemico segreti del proprio paese, mettendone in pericolo la sicurezza. La Grande Guerra fu guerra di spie. Anche se, affermano i due storici, i segreti scientifici o militari rivelati dalle spie non furono mai decisivi nel suo svolgimento e nell’esito finale. La guerra fredda fu inedita e strana. Iniziò subito dopo che le due potenze avevano vinto insieme la Seconda Guerra Mondiale. Fu un conflitto non dichiarato, che durò oltre quaranta anni, mentre l’umanità viveva sotto l’incubo di un’apocalissi atomica.
USA e URSS non guerreggiarono mai fra di loro, ma lo fecero attraverso una sequela di micidiali guerre locali. E proprio perché non si combatterono mai
in campo aperto, le due superpotenze usarono le armi occulte dello spionaggio e del controspionaggio. Fra le spie studiate da Deery e Del Pero, prevalgono i traditori del proprio paese; fra i traditori, gli americani e gli inglesi prevalgono nettamente sui russi. Perché tradirono? Nel caso delle spie russe, come Igor Gouzenko e Vladimir Petrov, la motivazione sembra evidente: furono sedotti dal benessere dell’Occidente, e vollero parteciparvi, sfruttando a proprio vantaggio, con adeguata remunerazione, la rivelazione di quel che sapevano sui segreti sovietici e sulle spie occidentali al servizio dell’Unione Sovietica. Più complesse sono le motivazioni che, nel mondo occidentale, indussero inglesi e americani, sia di alto rango sia persone comuni, a spiare in favore dell’Unione Sovietica. Tuttavia, un solo motivo sembra aver accomunato, nello spiare e nel tradire, membri dell’élite britannica, come Kim Philby e Anthony Blunt, e gente di modesta condizione, come i coniugi americani Ethel e Julius Rosenberg, giustiziati nel 1953: la fede nel comunismo e nell’Unione Sovietica come patria ideale, moralmente superiore alla propria patria capitalista. Può essere facile oggi «rigettare e svilire la fede nel comunismo che i Rosenberg avevano abbracciato», ma occorre ricordare, osserva Deery, che allora il comunismo “era una religione secolare”. Per essa, i credenti erano disposti a tutto. Spie come Philby e i Rosenberg non pensavano di tradire il proprio paese, ma di contribuire al trionfo della pace e della giustizia nel mondo, favorendo la vittoria dell’Unione Sovietica nella Guerra Fredda. L’Unione Sovietica ha perso la Guerra Fredda ed è scomparsa nel 1991. La religione secolare del comunismo giace nel cimitero della storia accanto alle altre religioni politiche del Novecento. Ma spie e traditori ci sono ancora nel mondo di oggi. E forse fra di loro c’è anche chi patisce la “disumana fatica del loro spiare” perché crede di favorire così il trionfo della pace e della giustizia.
di Emilio Gentile, Saturno

Il grande Gatsby e i suoi traduttori

MA COME HA FATTO i soldi quell’arricchito di Gatsby? Vendendo alcol sottobanco nelle sue farmacie? Così sembrerebbe leggendo la traduzione del romanzo di Fernanda Pivano per Mondadori, ora riproposta da Einaudi. In realtà le farmacie erano drugstore e ha fatto benissimo Franca Cavagnoli, nella traduzione per Feltrinelli, a lasciare il termine americano: «Walter Benjamin – dice – consiglia ai traduttori di lasciare tracce dell’originale e poi il termine ormai è d’uso comune». L’americanista Roberto Serrai si rammarica di non aver potuto fare lo stesso nel suo Grande Gatsby per Marsilio: «In redazione hanno preferito mettere empori». Il traduttore, spiega la Cavagnoli, «non sempre è responsabile, talvolta prevalgono le scelte redazionali». Per esempio chi può dire se la decisione della Pivano di tradurre son-of-a-bitch con «bastardo» fosse sua o della Mondadori, censura o autocensura? Magari né l’uno né l’altro: «Oggi abbiamo messo tutti figlio-di-puttana ma non si può trasferire di peso l’espressione all’epoca della Pivano. Un figlio-di-puttana sulla pagina negli anni ‘50 faceva un altro effetto, era troppo forte», sostiene Tommaso Pincio che ha tradotto Il Grande Gatsby per minimum fax. «Sapevo che diversi traduttori professionisti erano all’opera sul libro e ho cercato, come scrittore, di fare una versione autoriale, concedendomi qualche libertà in più. Il romanzo è uscito nel ‘25, qualcuno lo considerava superato già allora, in realtà è modernissimo ma un americano leggendolo oggi percepisce il sapore della Jazz Age, e ho voluto che anche i lettori italiani avvertissero la stessa patina del tempo. Per questo ho messo empori per drugstore , ma farmacie è sbagliato. Detto questo, non voglio far le pulci alla Pivano». Cavagnoli, Serrai e Pincio ricevono ex aequo il premio Von Rezzori (a Palazzo Vecchio, Firenze) per la traduzione del Grande Gatsby. Anche Dalai, Newton Compton e SugarCo hanno proposto una nuova versione. Una “corsa alla traduzione” che si spiega con la scadenza dei diritti a settant’anni dalla morte di Fitzgerald. Dal ‘50 girava solo la traduzione della Pivano, ormai datata e con alcune imprecisioni ed errori . È in atto un matricidio culturale? I mostri sacri come la Pivano, Pavese e Vittorini sono stati fondamentali per far conoscere la letteratura americana in Italia, dal fascismo in poi, ma come traduttori vanno messi giù dal piedistallo: «Il miglior romanzo di William Faulkner, Luce d’agosto, in Italia è stato penalizzato dalla terribile traduzione di Vittorini», dice Pincio. Concorda la Cavagnoli: «Vittorini metteva troppo se stesso nel rendere un autore. I miei modelli sono Cristina Campo, Adriana Motti, Floriana Bossi, invece si sentono sempre i soliti nomi. Il Moby Dick di Pavese ha soluzioni linguistiche interessanti, ma che non rispettano l’originale». La Pivano, Pavese e Vittorini erano grandi divulgatori, dice Serrai che come i colleghi ribadisce la necessità di rinfrescare le storiche traduzioni, però senza esagerare: «Quando nel Moby Dick di Baricco sento parlare di optionals della nave!».
di Antonio Armano, Saturno
Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby, traduzione di Franca Cavagnoli (Feltrinelli, pagg. 240, 8,00); Roberto Serrai (Marsilio, pagg. 430, 24,00); Tommaso Pincio (minimum fax, pagg. 246, 12,50).

La vera storia di Alice Liddell, musa del romanzo di Lewis Carroll



Simon Winchester ricostruisce la vera storia di Alice Liddell, musa del romanzo di Lewis Carroll, ma anche delle sue fotografie: perché la famiglia ha rotto con lui? Cosa c’è di scabroso nelle pose «birichine»?

QUANDO LEWIS CARROLL (nom de plume di Charles Dodgson) pensa di scrivere di una bambina che, attraverso un buco del terreno, cade in uno stravagante mondo parallelo, ha in mente una bambina in carne e ossa. Di lei prende addirittura il nome, Alice. Il cognome è Liddell, ma questo non entra nella storia, che, buttata giù in un quadernino verde nel 1862, diventa presto uno dei racconti più popolari del mondo. Alice Liddell è figlia del Dean di Christ Church, il College di Oxford in cui Lewis Carroll insegna matematica (papà Liddell, a proposito, è il grecista che nominiamo quando ci riferiamo al Liddell-Scott, il rinomato dizionario di greco antico). Anche la sorella Ina e il fratello Harry entrano nell’orbita di Lewis Caroll, come molti altri bambini. Ma, certo, dobbiamo credere che Alice sia la sua favorita, se a lei decide di intitolare lo straordinario racconto. Eppure la loro non è una di quelle amicizie che non conoscono ombre. L’intera famiglia Liddell, a un certo punto, rompe con lui, per ragioni ignote. Il diario dell’autore, che potrebbe aiutare a far luce, risulta amputato di parecchie pagine centrali. Rivelavano qualcosa di scabroso e compromettente? E chi le ha strappate? Sta di fatto che la meravigliosa Alice non ringrazierà il suo inventore per il dono del libro appena stampato né lo inviterà al suo matrimonio e neanche parteciperà al suo funerale. La fama del libro le diede inevitabilmente fama, legandola tanto più a quell’uomo. A questa, però, non si sottrasse. Adulta, la vediamo autografare parecchie copie del libro – una delle quali per una certa bambina di sei anni, Elizabeth, che sarà un giorno regina di Inghilterra – e a ottant’anni suonati, nel 1932, la troviamo in America, sua nuova Wonderland (così dichiara ruffiana alla stampa), prova vivente di un’infanzia che non è più e che pure, grazie alla letteratura, sarà per sempre: un’Alice terminale e imperfetta; il corpo caduco di una gloriosa, intramontabile realtà. Ancora abbastanza perché, in occasione di quel tardivo viaggio, Columbia University le conferisca un dottorato in lettere ad honorem. Sappiamo anche che volto aveva questa Alice reale, perché lo stesso autore la fotografò più volte. Il primo ritratto risale al tempo in cui lei ha circa cinque anni; l’ultimo la rappresenta a diciotto. Lewis Carroll, infatti, è un pioniere della fotografia amatoriale. Nel-l’aprile del 1856 acquistò a Londra una macchina e pochi giorni dopo fotografò Alice Murdoch (altra Alice!), la figlia quattrenne di Sir Thomas Murdoch: con questo ritratto Carroll dava inizio a un’opera fotografica che per un quarto di secolo lo avrebbe impegnato a immortalare le bellezze, coperte o svestite, delle sue giovanissime amiche. La vicenda di Carroll fotografo è raccontata dall’inglese Simon Winchester in un succinto, ma informativo libro, The Alice Behind Wonderland, che si sofferma in particolare su una delle circa venti immagini sopravvissute di Alice Liddell attribuibili alla macchina di Carroll: una rappresentazione di lei nei panni di una piccola mendicante, a sei anni. In effetti, questa fotografia, scattata un giorno d’estate del 1858, emana un fascino davvero unico. I piedi della modella sono nudi; bianchi stracci rimboccati ad arte le pendono giù dalle spalle; il capezzolo sinistro spunta dal fondo di una scollatura studiatamente sghemba; e gli occhi scuri guardano nella macchina con una loro inquietante consapevolezza. Insisterei sullo scuro. Scura è anche la bocca; scuri sono i capelli e l’ombra leonardesca che proietta il mento. E scuro il fondo: un muro sbreccato, che occupa tutto lo spazio circostante e non lascia in vista alcun orizzonte. Winchester definisce l’espressione della piccola «impish», «birichina». Io non ci vedo dispetto o compiacimento; ma qualcosa di profondamente misterioso; ci vedo, appunto, il manifestarsi di un’oscurità. Quel ritratto, di qualunque cosa parli – messinscena carnevalesca, gioco innocente, proiezioni pedofile –, rappresenta un enigma, che coincide con l’infanzia stessa: qualcosa che non si lascia fissare in un nessuna posa, ma resta imprendibile, ribelle e irreale anche nella staticità dei simulacri.
di Nicola Gardini
, Saturno

Simon Winchester, The Alice Behind Wonderland, Oxford University Press, pagg. 128, $ 16,95.

giugno 10, 2011

Il circo in villa


INAUGURA giovedì prossimo il Festival Internazionale di Villa Adriana a Tivoli. Lo scenario – Patrimonio dell’Umanità – è mozzafiato, e anche il cartellone che accompagnerà il pubblico fino al 20luglio.A inaugurare questa V edizione la figlia del mitico Chaplin, Victoria, che, insieme al marito Jean-Baptiste Thiérrée, torna dopo tanti anni con uno spettacolo acclamato in tutto il mondo, Le Cirque Invisibile. «Più che teatro – dicono gli organizzatori della Fondazione Musica per Roma – è una mise en scène circense con acrobati, funamboli, musicisti e attori davvero suggestiva». La formula è la stessa fortunatissima dell’Auditorium Parco della Musica di Roma: contaminazione, mix, trasversalità. «Vogliamo connettere pubblici che di solito vivono separati. Per questo uniamo teatro, musica e danza e, all’interno di ciascuno di questi generi, spaziamo dal classico alle sperimentazioni». E così è, visto che si tratta di un solido show della contemporaneità capace di spaziare tra la prima europea di Caligula (1 e 2 luglio) del leggendario regista lituano Nekrosius, il debutto di Pippo Delbono del 20 luglio con Amore e carne, realizzato con un violinista celebre come Balanescu, fino allo scandaloso Gardenia (7 e 8 luglio), ispirato alla chiusura di un cabaret di travestiti di Barcellona. «Di Gardenia si parlerà molto – sospettano gli organizzatori – e non è la sola coreografia che proponiamo di Alain Platel: Aut of contex, il 25 e 26 giugno, è uno splendido omaggio a Pina Baush scritto con la collaborazione dei 9 interpreti». Sidi Larbi Cherkaoui, uno dei coreografi più noti a livello internazionale e consulente per la danza di Musica per Roma, ha scelto anche Rooster (14 luglio in prima italiana), del coreografo Barak Marshall: «E poi abbiamo tre appuntamenti in musica, tra Capossela e il suo Marinai profeti e balene, il 21 giugno, il mega concerto jazz-blues di Cassandra Wilson, il 16 luglio e, per la prima volta in Italia, il 9 luglio, il giovanissimo pianista classico cinese Zhang Haochen». Non perdete almeno una delle serate del festival che, all’ora del tramonto, quando le grandi terme dell’antica villa dell’Imperatore Adriano che ospitano il palco si tingono di rosa, promette uno scenario indimenticabile. E non si fa per dire.
di Eugenia Romanelli, Saturno

www.auditorium.com/villaadriana

Polvere torneremo



Il film di Angelopoulos commuove per l’inattualità: è una riflessione sul tempo e sulla poesia delle cose.

È UN PO’ LENTO, dicono. Vero. Ma non è detto che la lentezza sia a priori un disvalore. È molto ambizioso, aggiungono. Verissimo. Ma ci sono in giro già fin troppi filmetti e filmucci e filmini che di ambizioni non ne hanno proprio per fare gli schizzinosi con i toni alti e l’incedere solenne di un film come La polvere del tempo. Certo: Theo Angelopoulos – classe 1935, una carriera da “maestro” costellata di successi e di prestigio – è uno di quei registi che mettono un poco in soggezione. Davanti a un suo film, ti viene da pensare quello che un po’ tutti abbiamo provato da giovani di fronte – poniamo – a Joyce o a Proust. Da vedere/leggere, ma domani. O dopodomani. Poi, se quel domani arrivava davvero, magari ti poteva perfino capitare di accorgerti che trovavi più piacere lì che in decine e decine di letture magari più abbordabili ma anche più futili. La polvere del tempo, certo, non è La Recherche di Proust. Ma non è neppure Domenica In. Non è un anestetico post-prandiale né un esemplare di cinema digestivo-lassativo. Ti chiama in causa. Ti sfida. Ti incalza. Ti abbandona sui suoi tram arrugginiti o nelle sue nebbie siberiane. Ti stordisce con i suoi piani sequenza. Epperò. Però è cinema. Cinema che si adagia nelle anse del tempo come un fiume nel suo letto. Cinema che si distende e si allunga, indugia e gorgoglia. Come un Dottor Zivago rigirato oggi con la consulenza ferrigna di Andrej Wajda e gli effetti nebbiosi di Tonino Guerra. Come tutto il cinema di Angelopoulos, anche La polvere del tempo (secondo capitolo di una trilogia iniziata nel 2004 con La sorgente del fiume e destinata a concludersi l’anno prossimo con L’altro mare) ha l’ambizione di sintetizzare un tempo storico preciso (la seconda metà del Novecento) in un racconto che si articola su piani temporali diversi (gli anni ’50 in Siberia, i ’70 in Usa, il 2000 a Berlino) inseguendo una storia d’amore a tre che attraversa l’Europa dei totalitarismi e delle dittature. La voce narrante è quella di un regista americano di origine greca (Willem Dafoe) che torna a Cinecittà per ultimare la lavorazione di un film interrotto tempo prima sulla storia d’amore di sua madre Eleni (Irène Jacob) con i due uomini della sua vita, l’ebreo tedesco Jacob (Bruno Ganz) e suo marito Spyros (Michel Piccoli). Il ricordo di quella storia è rinchiuso nel film che il regista ha girato e vuole riprendere a girare. Come se nel cinema ci fossero la memoria e l’anima del tempo, come se nei film (nella finzione…) si annodasse l’inconscio che muove la realtà. Cosa vediamo davvero guardando La polvere del tempo? Forse vediamo che nulla mai finisce davvero. Come se lo stesso Angelopoulos volesse riprendere le tracce del suo cinema – da La recita a Lo sguardo di Ulisse – e ricominciasse a rivisitarne i miti. La polvere del tempo è un film fatto di confini e di frontiere, di esili e di attese. E poi di grandi folle, e di treni in corsa, e di cieli turgidi di neve. L’estetica Mtv qui è bandita. Qui è come se Brecht, Strehler e Tarkovskjj ballassero insieme il sirtaki: il risultato – come ha scritto qualcuno – è commovente nel suo anacronismo. O interessante per la sua inattualità. E per le sue imperfezioni. Certi ingressi in campo di Irene Jacob, o certi smarrimenti di Piccoli sono da brivido. Certe immagini (il deposito di busti e statue marmoree di Stalin dopo il XX° Congresso del Pcus) ti fanno capire cosa voglia dire pensare visivamente. Ma poi il poeticismo di certe metafore (il gigantismo della mano di Eleni) o la retorica programmatica di certi dialoghi («La mia casa sono le storie che racconto») svelano l’autocompiacimento e vanificano lo sforzo. Forse è per questo che La polvere del tempo funziona nei suoi tratti lirici ma non in quelli epici. Forse, è coperto a sua volta – suo malgrado – dalla polvere del tempo. La fa vedere. La lascia lì, dove ciascuno la può guardare. E proprio in questo – nel non occultamento della propria inattualità – sta forse il suo pregio più evidente. La sua provocazione.
di Gianni Canova, Saturno

La polvere del tempo, di Théo Angelopoulos, con Willem Dafoe, Bruno Ganz, Michel Piccoli, Irène Jacob, 125 minuti, Grecia, Italia, Germania, Francia, Russia.

Le stanze tutte per sé di Emanuele e Marc


«HO SCOPERTO che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera», diceva Pascal. Forse anche Emanuele Severino (classe 1929) sottoscriverebbe. In fondo, come egli stesso riconosce in questi scarni frammenti di memoria, la sua vita è stata abbastanza «monotona». Un maestro autorevole, ma non certo trasgressivo, come Gustavo Bontadini. Una famiglia serena. Pochi viaggi e incontri, molto studio, biblioteche e aule universitarie, fra Milano, Pavia e Venezia. Avrà anche sviscerato, nelle sue opere, quella «verità definitiva, incontrovertibile, di cui tutta la filosofia degli ultimi due secoli afferma la morte». Ma per raggiungere un tale traguardo non ha dovuto aprirsi al brulichio del mondo. La sua autobiografia svela infatti un’esistenza disadorna, austera, incanalata sui binari della routine. Libera docenza a 22 anni, cattedra a 33. Poi, nel ’70, la “cacciata” dall’Università Cattolica: il suo pensiero neoparmenideo era ormai diventato inconciliabile con il cristianesimo. Sono gli anni caldi della contestazione giovanile, eppure Severino rifiuterà sempre di dare un’etichetta politica al proprio scontro con la Chiesa («un’esperienza culturale di grande interesse»). Dopodiché, il trasferimento a Venezia, tra i fondatori della nuova Facoltà di Lettere, dove insegnerà per altri trent’anni. Una seconda vita, ancora in punta di piedi, come quei generali che dall’alto di una collina osservano impassibili lo svolgersi della battaglia. Il memoir di Marc Augé (classe 1935, già direttore dell’Ehess di Parigi) è invece un caleidoscopio di colori, viaggi, profumi, lidi perduti. Come potrebbe mai, un etnologo, rinserrarsi a doppia mandata nel proprio ufficio polveroso? E infatti, in queste pagine, affiorano stregoni, sciamani e «diavoli», e anche bufali, caimani ed elefanti nani, fra le lagune della Costa d’Avorio e il Togo del Sud. Ma si tratta degli ultimi, malinconici sguardi su un paesaggio destinato a scomparire, oggi contemplato soprattutto «dai balconi degli Hotel a quattro stelle». È stata proprio l’«omologazione estetica del pianeta» a spingere Augé a studiare i «non luoghi» – aeroporti, centri commerciali, villaggi vacanze e tutti gli altri spazi anonimi della contemporaneità –, coniando così una delle più fortunate parole chiave dell’ultimo ventennio. Ormai, ammette, «i veri luoghi sono dentro di noi». Un epilogo che non dispiacerebbe a Severino. Per concludere. Se ammirate la forza di un pensiero astratto, mosso dall’ambizione di cogliere «la tendenza fondamentale del nostro tempo», leggete Severino. Viceversa, se vi sentite attratti dal «fascino effimero di un istante sospeso tra due mondi», scegliete il nomade Augé (magari saltando a piè pari il primo capitolo, turgido e respingente).
di Raffaele Liucci, Saturno

Il Duce: vade retro Freud


Un paese dominato da una dittatura ignorante, che fuori d’Italia non conosce neppure Freud, che diffida e respinge la nuova scienza psicanalitica che sta per conquistare gli Stati Uniti, che discrimina gli ebrei e chi sta a sinistra, che, insomma, è fuori del mondo civile occidentale. Questo emerge dai documenti degli anni Trenta che emergono dai nostri archivi se li si legge con attenzione.
È DI PARTICOLARE interesse in questa Italia leggere un rapporto riservato che il ministero degli Esteri, guidato da Mussolini, invia al Questore di Roma e alla Direzione Generale di Polizia il 26 aprile 1935, a proposito dell’autorizzazione, richiesta dallo psicologo italiano Emilio Servadio, di aderire alla Società Psicoanalitica di Vienna e alla Società Psicoanalitica Internazionale. Il Rapporto – ora custodito nell’Archivio centrale dello Stato – mette in luce con chiarezza due problemi presenti in quel momento. Primo: l’avversione pregiudiziale dell’Italia fascista verso quello che viene chiamato, con termini italiani, il
dottor Sigismondo Freud, per ragioni razziali, ma anche per le sue opinioni politiche vicine alla sinistra, i socialdemocratici e i comunisti. (Il documento accenna anche a un’amicizia di Freud per l’anarchico antifascista italiano Camillo Berneri, che sarà ucciso in Spagna dai comunisti nel 1937). Il secondo problema è la diffidenza della dittatura, ma anche della cultura ufficiale italiana (basta leggere La psicanalisi nella cultura italiana di Michel David da Bollati Boringhieri nel 1966 per rendersene conto), nei confronti della psicologia e della psicanalisi di cui, nel rapporto del ministero, emerge un accenno eloquente quando si dice all’inizio: “Mi risulta che si tratta di una scienza, seriamente combattuta da luminari nel campo delle malattie nervose, con a capo quella celebrità che risponde al nome del professore Werner Jauregg”. E si aggiunge che “effettivamente la psicanalisi non ha messo finora piede nel sacrario dell’Università di Vienna. La psicoanalisi, come predicata dal suo creatore, dottor Sigismondo Freud, è considerata qui più sotto l’aspetto reclamistico e affaristico. Il Freud gode fama di buon medico e di non cattivo psichiatra, ma non anche di una celebrità”. Ma quali sono le ragioni che avanza il rapporto diplomatico per negare, come dirà nelle ultime righe, l’autorizzazione richiesta dal dottor Servadio di aderire alle due associazioni psicoanalitiche? La prima ragione è indiretta, ma importante per i funzionari fascisti. Il rapporto ricorda che l’8 agosto 1930 la direzione della “Goethe Preiss-Stiftung” di Francoforte aveva assegnato al dott. Freud il premio di 10.000 marchi per i suoi meriti nel campo psicoanalitico. E riporta il fatto, politicamente significativo, che “il giornale di sinistra viennese Tag, nel suo numero del 9 agosto 1930, comunicava, con evidente compiacimento, che questa premiazione serviva a comprovare come il Freud godesse all’estero di un prestigio, che in patria gli veniva negato”. E si aggiunge ancora per chi non lo avesse capito “che la direzione di Francoforte de la “Goethe” era allora in mano di ebrei e di orientati a sinistra.” Insomma, il documento mette insieme la connotazione “razziale”, presente nell’Italia fascista, molto prima delle leggi razziali del 1938, come cercavano invano di negare i maggiori esponenti del revisionismo storico in Italia fino agli ultimi anni, e quell’orientamento a sinistra che si attribuisce a Freud e altri medici che fanno parte della direzione della sua associazione psicoanalitica, a cominciare da sua figlia Anna Freud e dal dottor Paolo Feder come dal dottor Ervino Subak e dal figlio di Feder, Ernesto, tutti indiziati, secondo i funzionari, di rapporti stretti con il partito socialdemocratico austriaco e con le riviste che a quel partito facevano riferimento.
È QUESTA LA RAGIONE di fondo per negare l’autorizzazione al dottor Servadio di aderire a quelle associazioni e di condannare, per così dire, l’attività di Freud e dei suoi amici. Il ministero degli Esteri, come la direzione della polizia, nulla dicono sulle dispute scientifiche né sul valore della psicanalisi, ma gli orientamenti politici e razziali dei medici vicini a Freud sono sufficienti per vietare al medico italiano, per giunta di origine ebraica (si ricorda che “la madre del dr Servadio, senza voler con ciò toccare la sua onorabilità, sembra essere israelita”) di aderire alla scienza creata da Freud. In sintesi un documento esemplare del fascismo al potere nel quale l’accusa a Freud è di essere ebreo e di sinistra e perciò sgradito e inaccettabile per il fascismo e il dottor Servadio lo diventerebbe qualora aderisse alla Società psicanalitica viennese.
di Nicola Tranfaglia, IFQ